Il capitalismo è insostenibile e la presunta mano invisibile dei mercati ha moltiplicato le disuguaglianze sociali e spinto il pianeta sull’orlo del collasso. Per avere un futuro, dunque, dal capitalismo bisogna uscire. L’affermazione posta nel sottotitolo dell’ultimo libro di Marco Bersani, “La rivoluzione della cura”, ha la nitidezza della semplicità, virtù particolarmente preziosa nel caos sistemico e della comunicazione che avvolge questi anni. Non è pertanto questo certo il tempo della rassegnazione, concetto del tutto alieno alla lunga storia di militanza di Marco, men che mai se la si prova a imbellettare con il maquillage della resilienza o con abiti più alla moda. Serve invece un ripensamento radicale del rapporto tra produzione economica, stili di vita e natura cambiando il segno alla forma assunta dalla globalizzazione neoliberista. Il ciclo di lotte dei movimenti femministi di queti anni, lo spazio politico aperto dalle centinaia di esperienze sociali raccolte nella Società della Cura, la lotta opearia della ex Gkn e il suo incontro con il movimento ambientalista hanno segnato delle tracce fertili su un cammino tutto da percorrere. Il libro di Bersani allarga gli orizzonti e richiama all’impegno concreto delle pratiche perché quel cammino sia più agile, fluido e duraturo

È possibile un’alternativa radicale? A guardarsi intorno sembrerebbe di no. Da un evento sconvolgente come la pandemia non è uscito un rilancio del sistema sanitario pubblico. La consapevolezza della catastrofe climatica è aumentata, ma non è sufficiente a imporre una rapida e decisa inversione di rotta.
L’invasione russa dell’Ucraina sta producendo un riarmo generale e una nuova divisione in blocchi: nemmeno il rischio nucleare spinge a ripensare le relazioni internazionali e limitare gli arsenali bellici.
Anche nelle secche di questo presente, però, Marco Bersani – coordinatore nazionale di Attac Italia e collaboratore del manifesto – non si perde d’animo e individua alcune tracce che alludono alla possibilità di «un nuovo patto sociale, ecologico e relazionale».

L’idea madre de La rivoluzione della cura (Alegre, pp. 128, euro 13) non è una parola scelta a caso nel dizionario, ma il cuore del programma politico del ciclo di movimenti femministi che hanno riempito le piazze degli ultimi anni.
La «cura» non è da intendere in quanto «assistenza delle persone fragili delegata alle donne», scrive Bersani, ma come «atteggiamento generale a cui finalizzare un modello sociale, ecologico, culturale e democratico radicalmente altro».
Lo sforzo del libro è ricomporre la matrice delle crisi multiple e delle emergenze, reali o costruite, che caratterizzano la contemporaneità. A partire da alcune considerazioni. La prima: il capitalismo è insostenibile e la presunta mano invisibile dei mercati ha moltiplicato le disuguaglianze sociali e spinto il pianeta sull’orlo del collasso.
La seconda: il concetto di resilienza, particolarmente in voga dall’arrivo del Covid-19, è la traduzione di quello di rassegnazione e corrisponde all’atteggiamento di «chi sta precipitando e continua a dire ’fino a qui, tutto bene’». La terza: è necessario ripensare il rapporto tra produzione economica, stili di vita e natura cambiando il segno alla forma assunta dalla globalizzazione neoliberista.
Il volume scritto intrecciando la riflessione teorica con le esperienze di mobilitazione recenti che Bersani ha animato direttamente o in cui vede la capacità di rompere i perimetri e alludere a qualcosa di nuovo.
La costruzione di uno spazio politico di dibattito e auto-organizzazione, come la Società della Cura che dal 2020 ha portato intorno allo stesso tavolo 450 esperienze sociali e oltre 2.000 tra attivisti e persone comuni. La battaglia per un diverso futuro energetico ed ecologico nata tra le realtà territoriali di Civitavecchia.
La lotta operaia della ex Gkn e il suo incontro con il movimento ambientalista dei Fridays For Future, che ha permesso di mettere da parte la vetusta contrapposizione tra ambiente e lavoro per ragionare su una transizione radicale ma giusta dal punto di vista sociale. È proprio alla ribellione ecologista dei più giovani che Bersani dedica l’ultimo pensiero e su cui ripone la principale speranza: «Hanno energie per osare e non devono chiedere il permesso di farlo. Il giorno che risulteranno a noi incomprensibili vorrà dire che lo avranno fatto abbastanza».
Articolo pubblicato anche su il manifesto
Signor Marco, apprezzo le sue speranze, caspita! Ma converra’ che da qui a che si esca dal capitalismo il cammino sara’ lungo e difficile , se non impossibile…purtroppo.