L’idea che sia possibile mantenere e far crescere produzioni e consumi in modo “sostenibile”, con fonti energetiche e risorse rinnovabili – impedisce agli abitanti della Terra di vedere l’abisso: lo “stato di avanzamento” della crisi; la radicalità dei cambiamenti che impone; l’irreversibilità ormai raggiunta in molti campi: i ghiacciai e le calotte polari che si sciolgono; l’acqua dolce a disposizione, sempre meno; l’innalzamento dei mari non può essere fermato; la desertificazione di molte terre neppure; lo scioglimento del permafrost che accelera l’effetto serra. Si apre su due fronti – stili di vita e occupazione – un conflitto il cui esito non può essere delegato a un ministro: vanno contenuti i consumi superflui o quelli più necessari? Quelli che generano profitto per pochi o quelli che garantiscono vite decenti alla maggioranza? E soprattutto, si possono sostenere delle produzioni, non perché mettono capo a consumi necessari, ma solo perché generano occupazione?

La crisi climatica e quella ambientale (incendi e alluvioni) hanno trovato finalmente accesso ai giornali e ai servizi radio e Tv. Contro queste crisi l’Europa è corsa ai ripari: con il NextGenerationEU; l’Italia, con il PNRR; gli Stati uniti di Biden, con il rientro nell’accordo di Parigi; la Cina con piani che sfidano gli Usa.
Ma sono mancati ovunque informazione e confronto per coinvolgere produttori, consumatori, portatori di conoscenze, esperienze e capacità, tutte cose senza le quali è impensabile impostare e poi realizzare una svolta adeguata. Perché le cose da fare – e soprattutto quelle da non fare più – sono molte di più di ciò che i governi sono in grado di mettere in moto.
L’alibi dello “sviluppo sostenibile” – l’idea che sia possibile mantenere e far crescere produzioni e consumi in modo “sostenibile”, con fonti energetiche e risorse rinnovabili – impedisce agli abitanti della Terra di vedere l’abisso: lo “stato di avanzamento” della crisi; la radicalità dei cambiamenti che impone; l’irreversibilità ormai raggiunta in molti campi: i ghiacciai e le calotte polari che si sciolgono; l’acqua dolce a disposizione, sempre meno; l’innalzamento dei mari non può essere fermato; la desertificazione di molte terre neppure; lo scioglimento del permafrost che accelera l’effetto serra.
Contenere la temperatura mondiale sotto i 2°C è ormai una chimera (figurarsi 1,5!), ma va perseguito lo stesso senza remore. Perché molte delle misure di “mitigazione” della crisi climatica servono anche per “l’adattamento” alle condizioni molto più ostiche in cui si troveranno a vivere le future generazioni: un obiettivo che non può che tradursi in una “deglobalizzazione” (Walden Bello) guidata verso comunità il più possibile economicamente autonome. E’ in queste decisioni che cittadine e cittadini devono essere coinvolti. Ora.
Carbone, petrolio e gas vanno lasciati sottoterra; l’economia deve funzionare solo con fonti rinnovabili: con un’impiantistica diffusa a livello locale, in comunità più o meno estese, senza il gigantismo dell’economia fossile (pozzi, miniere, oleodotti e gasdotti, flotte e convogli, impianti di termogenerazione e raffinazione, ecc.) che la turbolenza climatica e le crisi sociali mettono sempre più a rischio; e senza le guerre (e gli armamenti) scatenate per accaparrarsi fonti energetiche inegualmente distribuite nel pianeta, e il cui concorso alle emissioni climalteranti non viene peraltro computato negli Indc.
L’efficienza è fondamentale, ma da sola non basta a sostenere una economia votata alla “crescita”. Consumi di energia e materiali dovranno essere ridotti all’essenziale, attingendo i secondi, per quanto possibile, da risorse rinnovabili e dal riciclo di prodotti scartati, dando spazio a manutenzione e riparazione dei beni durevoli. Ciò non può che riflettersi in un’altrettanta drastica riduzione dei consumi.

Qui si apre su due fronti – quello degli stili di vita e quello dell’occupazione – un conflitto il cui esito non può essere delegato a un ministro: vanno contenuti i consumi superflui (che oggi alimentano larga parte della domanda che sostiene l’economia) o quelli più necessari? Quelli che generano profitto per pochi o quelli che garantiscono vite decenti alla maggioranza? E soprattutto, si possono sostenere delle produzioni, non perché mettono capo a consumi necessari, ma solo perché generano occupazione? Luca Mercalli ha sollevato il problema a proposito dell’intento del ministro Cingolani di salvaguardare la cosiddetta motorvalley, il cui epicentro è la produzione di auto da corsa e di superlusso.
Scendendo di livello, l’auto condivisa per tutti forse sarà ancora praticabile, come complemento di un trasporto pubblico potenziato ed efficiente; ma l’auto individuale, ancorché elettrica e di modeste dimensioni, no. Se non si investe ora su questa prospettiva le comunità di domani si ritroveranno immobilizzate (e la bici non basterà certo a risolvere il problema).
Le conseguenze occupazionali sono pesanti – in parte lo si vede già ora – e la ricollocazione degli “esuberi” a nuove occupazioni richiede tempo e, sicuramente, riduzioni generali dell’orario di lavoro. Di un reddito alternativo c’è invece bisogno subito.
Il cibo dovrà essere prodotto il più vicino possibile a dove viene consumato, con un’agricoltura ecologica, di prossimità, multifunzionale, restituendo a bosco, foreste e riassetto idrogeologico gran parte del territorio oggi impegnato per gli allevamenti. Bisogna consumare molta meno carne.
Si ridimensionerà da sé, per i costi, la paura del contagio, il rischio di rimanere bloccati lontano da casa, la sostituzione con collegamenti on-line, il turismo, soprattutto quello transnazionale: vacanziero, di affari, sportivo, culturale, politico e persino religioso.
La misera fine delle Olimpiadi di Tokyo (che anticipa quella delle Olimpiadi invernali del 2026) è un campanello di allarme.
Ma il turismo alimenta milioni di imprese da cui dipende la vita di miliardi di persone. E, ma poi viene “il bello”, per molti le vacanze rappresentano l’unica compensazione alla sofferenza di dover lavorare tutto il resto dell’anno. E non vogliamo discuterne?
Fantastica sintesi della situazione, con le poche necessarie misure di salvataggio collettivo.
Anche io condivido pienamente. Vorrei solo aggiungere che oltre a ridurre le emissioni di CO2 bisognerebbe sottrarre la CO2 già presente in atmosfera, ma non con la cattura e il sequestro di anidride carbonica, bensì con imponenti programmi di riforestazione a livello globale. Mi riferisco alla proposta di Stefano Mancuso, di piantare due miliardi di alberi in Italia (1000 miliardi nel mondo)
Gentilissimi Guido,
la Tua analisi è, come al solito, illuminante. Anche per chi non vuole proprio aprire gli occhi per il terrore di un futuro incerto.
Terrore che prende i più quando leggono una frase centrale dell’articolo: quella relativa alle “CONSEGUENZE OCCUPAZIONALI”
Con questo mio commento voglio provare ad alleggerire quel terrore evidenziando come si possa -semplicemente- ovviare a tali conseguenze.
Ed il modo di ovviare è quello di tener presente che l’occupazione (cioè il lavoro retribuito da cui tutti noi traiamo oggi ogni forma e sostanza di sostentamento) nella società a basso consumo auspicata da Te (e da tutto il mondo decrescita) sarà molto meno centrale perchè la necessità della retribuzione sarà molto meno centrale. E questo non tanto per la presenza del “reddito alternativo” che giustamente Tu invochi come necessario subito, quanto per il fatto che gran parte delle spese ridurranno sia per la modificata struttura dei consumi (una mobilità condivisa e collettiva “costa” molto meno che doversi sobbarcare proprietà, gestione e manutenzione di un’auto privata), che per la disponibilità di beni e servizi garantiti da una (auto)produzione individuale e comunitaria realizzata al di fuori del “mercato” attraverso un lavoro collettivo autogestito a vario livello.
La “ricollocazione degli esuberi” non va quindi (prevalentemente) immaginata cioè da un lavoro retribuito ad un altro, ma da un modo produttivo mercificato ad uno “di cura” che estenda le pratiche familiari si sostegno reciproco ad interi caseggiati prima, quartieri poi ed intere comunità cittadine.
E’ un processo lungo, è vero, ma già proprio nella attuale crisi pandemica ha dimostrato di essere possibile.
Certo non tutti si sono dati da fare per preparare un pasto caldo per il vicino chiuso in casa solo e senza sostegno, ma alcuni l’hanno fatto e molti hanno sentito la spinta a farlo e se non l’hanno fatto è stato solo perchè tutto nei mesi del lookdown è stato “sospeso” in attesa di un ritorno alla normalità. Quella normalità che Tu giustamente evidenzi essere non più possibile e che, finalmente, sempre più persone considerano non più desiderabile.
Ed allora, grazie per questo scenario che proponi del quale ciascuno deve intravvedere gli aspetti positivi e cercare soluzioni per quelli negativi. Ma soluzioni fornite (come diceva il grande Einstein) da un pensiero diverso da quello che quei problemi li ha creati.