Quando l’uomo proprietario, tanto nella materialità delle vicende quanto nelle implicazioni emotive e psicologiche, rischia di perdere ciò che pensa debba appartenergli come feticcio, reagisce con la forza e la violenza. Un intervento che cerca di tenersi fuori dalla spettacolarizzazione della notizia
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Le cronache della provinciale Italia, nelle scorse e in queste settimane, sono state riempite in ogni dove dalla triste vicenda riguardante l’ennesimo femminicidio. Di solito, non mi interessano questi fatti, non per distanza emotiva, ci mancherebbe, ma per la spettacolarizzazione che degli stessi ne fanno i media. Si lucra sulla sofferenza altrui, cercando di dare risalto ai diversi aspetti comportamentali dell’autore del delitto, coinvolgendo i soliti opinionisti strapagati, guardandosi bene però dal mettere in discussione il modello di società in cui viviamo. Ogni fatto di cronaca serve a coinvolgere sull’argomento del momento le “masse addomesticate”, allontanandole dalle problematiche socio-esistenziali che prendono corpo in quella stessa società in cui siamo immersi. Ci troviamo di fronte a delle degenerazioni, alla devianza che si impadronisce dell’essere facendone venire fuori il rimosso.
Perfino cercare di qualificare il fenomeno, etichettandolo con un nome specifico, come nuova fattispecie giuridica, al pari di altri comportamenti sbagliati come il bullismo o l’omicidio stradale, se da un lato può servire a portare ad una riflessione generale, sperando in un miglioramento complessivo degli stessi, dall’altro sembra una manovra fine a se stessa, anche perchè in ogni caso sarà il giudice competente a dover valutare eventuali attenuanti/aggravanti prima di comminare una pena.
Tuttavia, il problema è di ordine culturale. Già il fatto stesso di parlare di patriarcato dà fastidio, perchè serve a confermare quanto arretrata è la nostra società.
Viviamo ancora in una dimensione intrisa di conservatorismo, che risente di secoli di influenza catto-clericale e, anche grazie al governo attuale, si cerca con ogni mezzo di imprimere tutto un complesso identitario, chiuso al confronto e che cozza con una realtà più complessa.
Se le destre si fanno paladine dei valori tradizionali – la famiglia fondata sul matrimonio (ma questo non vale per loro) uomo-donna, la rimessa in discussione del diritto all’aborto, e ancora la Patria e il militarismo – gli avversari politici, il mondo liberal insomma, dall’alto delle sue posizioni agiate, diventa difensore di una emancipazione che non è per tutte/i.
A fare la differenza sono ancora una volta le condizioni materiali. Solo chi sta in alto, chi appartiene al giusto giro può godersi una vita libera dalle catene.
Le persone comuni sono e saranno soggette a tutta una serie di vincoli. Tali condizionamenti rappresentano il retaggio di una mentalità dura da sconfiggere.
Essi risentono di relazioni basate su piano di disparità, di gerarchie più o meno implicitamente introiettate, che vedono il potere al centro.
Cosi se il progresso culturale/giuridico, dietro la spinta innovatrice dei movimenti di liberazione, in primis quello femminista, ha portato dei miglioramenti, dalla cd. riforma del diritto di famiglia del ’75 all’abolizione del delitto d’onore del’81, rimangono nel chiuso delle mura domestiche atteggiamenti nel migliore dei casi discriminatori.
Ancora oggi, pure all’interno di alcuni settori di sinistra, permane una visione che vede la donna colpevole del suo stesso essere. E se la tradizione ecclesiastica di un tempo faceva delle mestruazioni un segno del castigo divino, la maggior parte delle altre proiezioni relegano la donna alla funzione che il maschio le ha assegnate: custodi del focolare domestico.
Il maschilismo è quindi l’anticamera del patriarcato. Ed è proprio il machismo che si fonda sul potere sulla donna.
Esso si è rafforzato da quando il capitalismo ha rimodellato la società nel suo complesso. Da allora, infatti, i tempi di vita, il potere sui corpi, e il loro adeguamento alle superiori esigenze della produzione hanno fatto sì che la donna venisse destinata al ruolo di garante della riproduzione sociale, almeno nei casi in cui non fosse anch’essa destinataria dello sfruttamento lavorativo. All’interno di questo sistema, il lavoro di assistenza famigliare è lavoro gratuito grazie al quale esso si consolida. Un non lavoro per i capitalisti, qualcosa di “naturale” e per il quale si stenta ad immaginare un reddito (di esistenza, di autodeterminazione). E mentre i salariati vengono sottoposti alla disciplina lavorativa, cercando poi di rifarsi della loro alienazione e necessità materiali per mezzo della disciplina domestica. E la donna che vuole farsi sentire è allontanata dal sociale e identificata storicamente come una strega, vittima della sua infamia originaria come direbbe Lea Melandri.[1] L’economia domestica si afferma a partire dalla rivoluzione industriale e si intensifica durante il fordismo, con tutta una serie di invenzioni, gli elettrodomestici, i prodotti di bellezza, ed una massiva pubblicità, che ne incoraggia il consumo bulimico spegnendone le facoltà liberatorie. In quest’ottica scrive Silvia Federici la casa è diventata la nuova prigione delle donne[2].
Il patriarcato dunque passa attraverso il controllo sulle donne: contrastando l’accesso ad una vita lavorativa dignitosa e remunerata; controllandone i corpi per mezzo di proibizioni ed esclusioni; demonizzandone le scelte individuali libere; impedendo loro di emanciparsi. Nell’ideale borghese la donna è l’oggetto del desiderio maschile, merce sessuale in funzione dell’uomo, esclusiva del compagno da cui deve eternamente dipendere. In questo senso il ruolo di generatrice, madre da cui si nasce, e partner di vita, viene successivamente stabilizzato, isolandole dalla vita di società. Una caratteristica comune ai fanatismi religiosi, che tirano in ballo anche la Chiesa cattolica, si pensi al celibato dei preti, al sacerdozio come prerogativa maschile, al ruolo di assistente-serva delle monache.
Una società postcapitalistica, laica ed aperta è quella che libera tutte e tutti. Senza tirare in ballo le società matriarcali, o quelle che riconoscevano il contributo di ognuna/o su piano di parità, c’è da dire che vi sono esempi virtuosi, ad esempio il confederalismo democratico dei curdi, improntati sull’eguaglianza.
Nelle nostre società finto progressiste, si discute tanto di quote rosa, di parità di accesso al lavoro e salariali, ma non si vuol vedere il grosso del problema, che basa la vita e le relazioni su modelli predeterminati dal sistema stesso. Cosi, nella migliore delle ipotesi, quando una donna raggiunge un lavoro economicamente appagante, anche se non per forza gratificante, esso la vede (inconsciamente?) ostentare quel complesso di abitudini e prerogative, tipiche del potere maschio. Il ruolo che si impone non per la autorevolezza acquisita, ma per l’autorità che esso esprime, pensiamo al carrierismo come l’altra faccia della mascolinizzazione della lavoratrice.
C’è poi il profilo sessista che le assegna solo determinate funzioni basate sull’aspetto fisico (la commessa, la barista…).
E nella ipermediazione, ecco che le influencer sono le nuove arriviste. Al pari di
tante altre, che basano tutto sulla esteriorità, ricorrendo ad ogni sorta di aiutino chirurgico, esse non si rendono conto di essere merce da valorizzare.
Allora si dirà, ma cosa c’entra questo discorso con l’efferatezza di tali accadimenti?
Purtroppo, essi sono figli proprio di questa mentalità che fa della proprietà il suo tratto caratteristico. Chi si rende protagonista della violenza misogina, vede l’altro sesso o come un inferiore, oppure come oggetto esclusivo del suo possesso, mediante un comportamento morboso basato sul controllo, ed ossessioni indotte non sufficienti ad indennizzarlo dalle frustrazioni quotidiane.
Una società sempre più insicura, la quale inculca la competizione e l’apparire in tutti gli aspetti relazionali, sulla via dell’implosione. Le vittime sacrificali sono tutte/i coloro non dotati di autonomia, ma al contempo sono l’espressione delle contraddizioni di una contemporaneità disumanizzata. La violenza, in questi casi, nasce ed è un prodotto del modello di produzione capitalistico. Le relazioni non avvengono nel segno del riconoscimento reciproco, ma si basano sull’ego, espressione di quella concezione proprietaria dell’esistente. Nel mezzo di rapporti diseguali chiunque tenta di allontanarsi dalla sopraffazione mette in crisi l’altra parte. L’uomo proprietario tanto nella materialità delle vicende, quanto nelle implicazioni emotive e psicologiche rischia di perdere ciò che pensa debba appartenergli come feticcio. E reagisce con la forza.
[1] Lea Melandri – L’infamia originaria – 1997
[2] Silvia Federici – Caccia alle streghe e capitale – 2022
Mi spiace deludere i sociologi della domenica, che invadono i salotti televisivi pubblici e privati, ma la famiglia patriarcale,purtroppo, non esiste più da decenni. Oggi, grazie alla farwestizzazione della società, impera la famiglia matriarcale telecomandata dal modello americano, che non brilla certo per il rispetto della donna(e neppure dell’uomo, specie se nero). Nell’epoca dell’edonismo e dell’apparenza, la donna, purtroppo, è sempre in prima fila a farsi mercificare e strumentalizzare per fini biechi. Infatti, la pubblicità parossistica della società dei consumi sembra proprio non poter rinunciare all’utilizzo della donna nuda, per diffondere gli inevitabili “consigli per gli acquisti”. Secondo Kesselgross, tale moda malsana, unita al facile accesso alla pornografia elettronica, fornita erga omnes, anche al fanciullo nell’età evolutiva dello sviluppo, rappresentano gli ingredienti che, step by step, alimentano l’uomo in pectore aduso alle aberrazioni nei confronti delle donne, fino alla loro uccisione. Basta con le mistificazioni e gli infingimenti! Riscopriamo l’educazione e ridiamo dignità e prestigio agli educatori e ai formatori dell’istruzione di ogni ordine e grado!
Prof. Domenico Calderone
La tragedia dei femminicidi parte da lontano.
Affonda le radici nel retroterra sociale e culturale in cui si è vissuti e si amplia e comprende svariati aspetti del presente.
La società patriarcale del passato si fondava su una netta separazione dei ruoli e dei poteri, nella famiglia, nella società. Le donne, le figlie soccombevano e si adattavano al potere del pater, del maschio. Se qualcuna si ribellava, le “sanzioni” erano, tristemente, quelle che sappiamo.
Ancora oggi, in diverse parti del mondo, vige la sopraffazione del maschio, questo è, e volenti o nolenti, la società occidentale deve prenderne atto e coscienza ed anche “farsi carico”, non solo portavoce morale, di certi comportamenti disumani perpetuati da secoli, nei secoli.
L’assassinio pubblico della sposa bambina che si ribella e uccide il marito padrone che l’ha resa schiava, è, in fondo, un femminicidio di Stato che tende a rimarcare il ruolo a cui devono essere relegate le donne nella società, pena, la violenza di genere, le torture, le fustigazioni, la morte.
Così per Saman, Masha e altre disgraziate le cui storie sono meno visibili soltanto perché meno evocate.
Il mondo occidentale che si è andato democratizzando e. via via, distaccando da un modo di pensare patriarcale, di superiorità maschile, porta in sé i condizionamenti di un passato che è inscritto nelle nuove generazioni, in noi stessi, nei nostri geni e determina, più o meno inconsapevolmente o consapevolmente, i nostri modi di fare, di dire, di comunicare, di pensare, di essere.
In fondo siamo stati educati in una famiglia, società con residui patriarcali, da padri e madri che hanno vissuto quel tempo e portiamo un impringting indelebile da cui cerchiamo, via via di distaccarci, di emanciparci. Un certo linguaggio scurrile ne fornisce il cattivo esempio.
“Puttana”, troia” (…) sono parole dispregiative, denigranti, parolacce in uso che, nel linguaggio comune, non trovano un corrispettivo maschile.
Detto questo, però, occorre dire che le società non sono mai “tutte” completamente patriarcali o matriarcali ma, esiste in ognuna, un miscuglio di tante realtà in cui prevalgono ora gli uni, ora gli altri elementi del contesto, soprattutto adesso con tutti i fenomeni migratori in atto.
Adesso che la famiglia tradizionale si è disgregata, si assiste ad un certo lassismo educativo dove i giovani di oggi, almeno alcuni, non hanno ben chiaro i valori e le prospettive a cui tendere.
Nella fragilità dell’affermazione dell’Ego fanciullo che tutto vuole stringere e pretende per sé, senza nulla cedere o dare in cambio. Si assiste alla replica della nascita, al sincretismo indifferenziato che lega il figlio alla madre e che non può viverne senza. Figli dipendenti, di padri o madri, che li hanno resi tali, che non hanno saputo guidarli verso una stabilità emotiva, verso un’autonomia affettiva, sentimentale empatica che trasponga da loro stessi e si diriga verso il bene dell’altro.
Si aggiunga a questo che, in una società materialistica, il bene è un possesso, l’altruismo, la generosità, come la cultura, l’arte, sono sottoprodotti poco valorizzati e stimati. E’ difficile trovare l’intellettuale di successo e valorizzarlo, chi ha i mezzi e possiede i beni li trattiene a sé e li mette in mostra come se il mondo fosse un grande supermercato. D’altronde, le persone che occupano i posti di potere nel mondo, salvo le eccezioni, sono figli di nomi importanti e illustri che si tramandano ricchezza, poteri e passioni, da generazioni.
In una società così disarticolata, con famiglie disgregate e ricompattate, i ragazzi, fin da piccoli, sono bombardati da modelli diversi da seguire che, a volte, impartiscono valori opposti tra loro, così si sentono soli, abbandonati, disorientati nelle scelte.
Poi c’è la scuola, che è fondamentale perché accoglie in sé e cerca di includere, di mettere in relazione costruttiva queste differenze, per consentire alle diversità di accettarsi, dialogare, rispettarsi. Non è facile in questo mondo globale che globale non è.
Le tradizioni, gli usi, i costumi, le religioni di un popolo davano, al di là delle correnti, una certa stabilità di appartenenza, ma occorre prendere le distanze da chi lo fa in modo acritico e antidemocratico demonizzando le libertà dei singoli, delle donne.
Bisogna conservare del passato ciò che di buono c’era e ancora resta e integrarlo nel presente , d’altro canto occorre liberarci da un vissuto scomodo e incongruente.
I bambini sono esseri fragili, plasmabili, plagiabili. Lo aveva capito bene Mussolini che “forgiava” la nuova società “patriottica” sui “balilla” e “le giovani italiane”, facendo leva, sullo spirito di forza , di coesione dell’Italia, coercizzando e manipolando le coscienze e non solo con la propaganda. Le “coscienze ingenue” dei bambini e le folle costrette a soccombere sotto il peso della paura. L’educazione nelle scuole, nelle famiglie dovrebbe aiutare i ragazzi a pensare, a formarsi uno spirito critico personale. La riflessione è fondamentale per poter argomentare, per potersi esprimere con cognizione di causa. Bisogna però, educare tutti i tipi di intelligenza, anche quella emotiva, troppo a lungo sottovalutata.
Quale tipologia di famiglia va bene? Tutte. Non ne esiste una, purché in ognuna vi siano tolleranza, rispetto, empatia, amore. E allora Amare è volere il bene dell’altro, dell’altra, anche se l’altra, l’altro ha scelto, ha deciso di volersene andare.
Un’educazione troppo rigida, troppo severa, altamente proibitiva e punitiva, finisce col creare individui morbosi e sadici che godono del male e altrui e lo fanno oppure, al contrario, vittime masochiste che non sanno far altro che subire e soffrire del male inflittogli.
I ragazzi non sono animali da addestrare con note coercitive e castighi disciplinari esemplari, anche se occorre una certa fermezza nel rispettare le regole e gli altri nel gruppo. La società dovrebbe insegnar loro, attraverso forme diverse, come i lavori socialmente utili, il volontariato, le associazioni del territorio che paiono un modo sensato di partecipare della cosa pubblica.
Fondamentale è l’educazione civica. Se la società fosse educata ad intervenire, ad avvisare le autorità preposte, tante situazioni eclatanti si sarebbero potute evitare. Finché nella società vivrà l’individualismo e non lo spirito di campo questo forse non accadrà. Occorre sensibilizzare i giovani all’aiuto, al mutuo soccorso, alla condivisione, alla solidarietà.
I comportamenti positivi vanno premiati con note di merito, esaltati, ricompensati affinché diventino atteggiamenti da emulare per se stessi e per il bene comune.
La scuola competitiva, fine a se stessa, non porta da nessuna parte, o meglio, forgia persone dalla forte intelligenza cognitiva, magari promettenti scienziati, possibili geni, ma può creare un forte dislivello con l’aspetto emozionale , affettivo, empatico, se questo non viene educato di pari passo.
Poi ci sono i casi individuali, i soggetti con le loro debolezze tante e tali da diventare ossessioni e lì bisogna chiedere aiuto alla psicologia, alla psichiatria.
Partendo dal presupposto, però, che ognuno di noi potrebbe potenzialmente, compiere atti insensati, gesti inconsulti se dovesse andare “fuori di senno” e perché ciò rischi di accadere pare occorra superare certi limiti di tollerabilità che appartengono e sono diversi, in virtù dei differenti vissuti, in ciascuno di noi. Anche su questi aspetti si può e si deve lavorare per canalizzare in modo costruttivo gli istinti aggressivi. Canalizzarli in modo costruttivo nella musica, nell’arte in tutte le sue diverse forme ed espressioni è un modo per venirne fuori, per costruire una società più ricca, più giusta, più comprensiva, più umana, per “trasmutare” il ferro in oro, come gli alchimisti sanno fare. Anche in questo la scuola molto può, proprio perché da lì passiamo tutti, anche quelle famiglie che non possono permettersi di prendere lezioni private. Musica, arte, educazione fisica non devono essere le materie “Cenerentola” della scuola italiana, ma occorre valorizzarle per permettere ai talenti di esprimersi, di svilupparsi, di canalizzare al loro interno le energie in eccesso che, altrimenti, potrebbero risultare disgreganti e distruttive.
Fatto salvo che ogni omicidio è e resta un caso a sé e come tale va sviscerato e analizzato, torno a dire, per una società con meno conflitti, più giusta, più libera, occorre un impegno individuale e collettivo, dove il bene torni ad essere valorizzato ed apprezzato dal singolo, dalla comunità.