L’entrata in vigore dei dazi apre uno scenario mondiale nuovo. Poche sono le certezze. Andrea Fumagalli ne ha individuate quattro. La prima: quella scelta è la pietra tombale della globalizzazione degli anni Novanta. La seconda: l’economia Usa è in grandissime difficoltà. La terza: la logistica delle materie prime nevralgiche per qualsiasi economia, a cominciare da quelle della tecnologia, sono oggi ormai più sotto il controllo cinese che dei paesi occidentali. La quarta: è troppo presto per avere un’idea chiara delle conseguenze

Alle 16 del 2 aprile 2025, ora di Washington, Trump ha annunciato dal Rose Garden della Casa Bianca l’entrata in vigore immediata di dazi sui beni importati del 20% per l’Europa, del 34% per la Cina, del 10% per la Gran Bretagna e in modo differenziato per moltissimi altri paesi. A ciò si aggiunge il dazio del 25% sulle automobili prodotte all’estero. Ricordiamo che tali dazi si sommano a quelli già emessi sull’acciaio e sull’alluminio. Sono entrati in vigore alle 0:01 di sabato ora di Washington (le 6:01 in Italia) i dazi aggiuntivi del 10% imposti dall’amministrazione Trump su gran parte dei prodotti che gli Stati Uniti importano dal resto del mondo: questa soglia minima universale, da cui sono esenti determinati prodotti, si aggiunge ai dazi già esistenti. La Cina ha già adottato le proprie contromisure: verranno applicati dazi sulle merci Usa del 34% a partire dal 10 aprile. Di fatto è la pietra tombale sulla globalizzazione degli anni Novanta e dei primi 2000, basata sul Washington Consensus a matrice Usa: una realtà che ora appare del tutto diversa se non rovesciata.
La possibile logica di Trump
Per cercare di capirne la logica (perché le decisioni di Trump non sono frutto di follia), occorre partire da due dati fondamentali per la sostenibilità dell’economia statunitense.
Il primo riguarda il saldo della bilancia commerciale Usa, che nell’anno 2024 ha toccato il massimo storico, raggiungendo un valore 1.210 miliardi di dollari con un aumento di 148 miliardi [+14%] rispetto al 2023. La bilancia commerciale mostra un saldo negativo con tutti i maggiori partner commerciali degli Stati Uniti, ovvero Cina, Messico, Canada, Vietnam ed il blocco dei paesi dell’Unione Europea, non a caso i paesi più colpiti dai dazi di Trump.
Il secondo dato è che al deficit commerciale con l’estero occorre aggiungere anche il debito pubblico Usa, il debito interno, che a dicembre 2024 ha raggiunto la stratosferica cifra di quasi 37.000 miliardi di dollari, pari a circa il 129% del PIL nazionale, pagando oltre 1.000 miliardi solo di interessi. Si tratta di un ammontare di oneri finanziari che è superiore alla spesa militare e solo questo dato la dice lunga. Secondo gli ultimi dati del Tesoro Usa aggiornati alla fine di dicembre del 2024, il 24% del debito statunitense è detenuto da investitori esteri per un ammontare che in valore assoluto è pari a circa 8.512 miliardi di dollari. Pur avendo ridotto la propria esposizione negli ultimi anni, il Giappone rimane ancora il primo detentore estero del debito pubblico Usa con circa 1.059 miliardi. Al secondo posto, guardando alle singole nazioni, vi è la Cina che però nel 2024 ha tagliato ancora a 759 miliardi di dollari la sua esposizione ai T-Bond (i titoli di stato americani) dagli 816 miliardi del 2023, seguendo un piano “geopolitico” di riduzione del finanziamento del debito Usa che va avanti da almeno un decennio (nel 2013 erano 1.300 miliardi).
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Negli ultimi anni, soprattutto dopo che l’Amministrazione Biden ha perseguito politiche fiscali espansive nel periodo post-Covid, il finanziamento di tali due debiti rischia di diventare una vera e propria spada di Damocle sulla sostenibilità dell’economia americana.
Condizione perché l’economia Usa non faccia default è mantenere elevato il valore del dollaro, non solo per mantenerne l’egemonia come valuta di riferimento per le riserve valutarie e per i pagamenti internazionali, ma per consentire un avanzo dei movimenti di capitali tale da favorire il finanziamento del disavanzo commerciale e rendere attrattivo l’acquisto dei titoli di stato sia a livello nazionale che a livello internazionale a protezione del debito pubblico.
Tuttavia vi sono diversi segnali che portano a pensare che il potere d’attrazione del dollaro come fonte di finanziamento dei due debiti Usa sia, seppur gradualmente, in declino. Diverse sono le ragioni. Anche se il peso del dollaro come valuta leader nelle riserve valutarie delle Banche Centrali di mezzo mondo è ancora maggioritario, grazie soprattutto alla perdita di appeal dell’euro e agli ancora bassi volumi delle nuove valute emergenti, è diminuito l’utilizzo della valuta statunitense negli scambi internazionali. È in primo luogo l’effetto perverso delle sanzioni Nato contro la Russia. L’esclusione della Russia dal sistema Swift (basato sul dollaro) ne ha ridotto l’utilizzo a favore di nuovi sistemi di pagamento internazionale non più sotto l’egida della valuta Usa e che hanno interessato soprattutto l’interscambio commerciale tra i paesi BRICS+. Nel corso degli ultimi anni si sono sviluppati sistemi alternativi di pagamento non in dollari soprattutto sul piano degli scambi bilaterali. Per questo, il presidente del Brasile, Lula, in vista del prossimo incontro dei paesi BRICS+, che si terrà in Brasile, sta predisponendo una proposta per unificare i diversi sistemi di pagamento non in dollari. Se tale proposito dovesse prendere piede, l’egemonia del dollaro tenderà a diminuire, anche alla luce del forte incremento degli scambi commerciali all’interno dei paesi BRICS+ e del loro aumentato peso economico.
Il tentativo di mantenere l’egemonia unipolare Usa e la fine del Washington Consensus
Di conseguenza è necessario correre ai ripari prima che sia troppo tardi. La scommessa in gioco è il mantenimento dell’egemonia politica, tecnologica e commerciale da parte del nuovo governo di Trump o, al limite, il consolidamento di uno spazio commerciale e tecnologico autonomo, indipendente dai condizionamenti dei territori geo-economici emergenti, a partire proprio dalla Cina, in cui Gli Usa possano operare a modo loro.
Al momento si intravvedono due linee di intervento: la guerra commerciale e la costruzione di nuovi strumenti a protezione del dollaro.
La guerra commerciale di Trump ha l’obiettivo di rinsaldare l’economia statunitense in modo protezionistico, dopo che la globalizzazione, iniziata dagli stessi Usa, quando tenevano ben saldo il controllo delle catene internazionali del valore, è sfuggita al dominio delle stesse corporation. Oggi la logistica e il controllo delle materie prime nevralgiche è infatti più sotto il controllo cinese che dei paesi occidentali.
La narrativa di Trump per giustificare i dazi fa perno sul fatto che i disavanzi commerciali hanno favorito la ricchezza dei paesi creditori, Cina e Europa in testa. E quindi è necessaria una sorta di riparazione, tipo una richiesta di danni di guerra, a favore degli Usa.
Ma la realtà è diversa. Il deficit commerciale Usa è oramai un dato strutturale dell’economia americana, e non potrebbe essere altrimenti, per due motivi. Da un lato, il valore del dollaro come valuta di riferimento interazionale, ha penalizzato la capacità esportativa degli Stati Uniti. I prezzi dei beni statunitense sono sempre stati molto cari per i mercati degli altri paesi. Non stupisce che l’incidenza dell’export sia pari solo nel 2024 all’11% del Pil contro il 20% dell’Europa e ben il 40% dell’Italia. In secondo luogo, occorre considerare che la produzione merceologica degli Stati Uniti negli ultimi anni, almeno a partire dagli anni Novanta, si è fortemente internazionalizzata. Se il comando di queste produzioni, in termini di diritti di proprietà intellettuali e in termini di controllo unilaterale degli strumenti finanziari (dal leasing al franchising) sono saldamente in mani alle corporation statunitensi, il ciclo di produzione è invece delocalizzato all’estero (dai paesi del Sud-Est asiatico sino alle maquiladoras messicane). L’effetto è che le importazioni Usa sono sempre più caratterizzate da beni semilavorati funzionali al Made in Usa (basta pensare all’importazione di Smartphone e di sistemi digitali e di batterie elettriche al litio) e hanno un ciclo di produzione che poco ha a che fare con la manifattura nazionale. Lo stesso si può dire per il Made in Italy, dove spesso il cartellino del Made in Italy fa riferimento solo all’assemblaggio finale ma non al ciclo di produzione complessivo. In altre parole, nel capitalismo contemporaneo delle piattaforme le produzioni completamente nazionali non esistono più e una politica corporativa e nazionalista non ha senso di esistere né può funzionare.
La globalizzazione produttiva di merci e servizi (soprattutto immateriali) è oramai irreversibile ed è sempre più fuori dal controllo statunitense. L’obiettivo di Trump di riportare il controllo della produzione e della tecnologia nelle mani degli Stati Uniti non può avere una prospettiva. Uno degli obiettivi dei dazi è infatti stimolare la produzione interna e quindi la domanda nazionale a scapito di quella estera. Ma si tratta di un obiettivo, ammesso che sia realizzabile, che richiede tempo, Un tempo che oggi non è consentito in un capitalismo finanziarizzato, dove le strategie si definiscono in tempi molto stretti. La globalizzazione del Washington Consensus è morta e con lei è morta l’ideologia neoliberista in salsa occidentale come strumento di dominio.
Trump rischia di gettare benzina sul fuoco. L’introduzione di dazi probabilmente avrà ripercussioni recessive nel breve periodo non solo sulle economie di molti paesi, ma anche sulla stessa economia statunitense, soprattutto a seguito dell’aumento dei prezzi, con il rischio di creare una situazione di stagflazione. Di sicuro, le decisioni di Trump hanno avuto un immediato impatto negativo sugli indici di borsa, ma Trump spera si tratti di un rischio calcolato. La reazione dei mercati finanziari segue una logica puramente speculativa di brevissimo termine. Ciò che conta è il mantenimento del primato delle borse statunitensi nello scacchiere internazionali a sostegno delle quotazioni del dollaro, che si è svalutato con l’euro esattamente di quanto si era rivalutato dopo l’elezione di Trump.
La guerra commerciale dichiarata dagli Usa può avere feedback negativi non solo per l’economia Usa ma anche per lo stesso dollaro, favorendo quel processo di de-dollarizzazione già in atto. Ne è sicuramente cosciente Larry Fink, l’amministratore delegato di BlackRock, il più importante fondo di investimento speculativo al mondo (che insieme a Vanguard e a State Stret forma il gruppo delle Big Three della finanza) con quasi 12mila miliardi di dollari di attivi nonché detentore di circa il 10% dell’intero listino di Standard&Poor 500. Proprio in questi giorni, è stata pubblicata l’annuale lettera agli investitori, in cui l’amministratore delegato “ha dichiarato che le attuali condizioni americane, a partire dall’enorme debito federale, mettono a repentaglio la tenuta del dollaro come valuta di riserva internazionale”. Se ciò dovesse accadere, si scatenerebbe un effetto domino che potrebbe portare alla crisi degli stessi mercati finanziari statunitensi e al fallimento dei fondi speculativi. La preoccupazione di Fink è quindi più che legittima. Come evitare che questo accada?
Due sono le possibili strade.
Nei salotti finanziari statunitensi, gira con insistenza una voce: Trump vorrebbe ristrutturare una parte del debito federale Usa, costringendo alcuni creditori esteri a scambiare i titoli in loro possesso con obbligazioni a “lunghissimo termine”. L’agenzia Bloomberg cita un incontro organizzato dalla società di consulenza Bianco Research con i propri clienti sul punto. Tale imposizione potrebbe essere la moneta di scambio per ridurre il valore dei dazi.
Una seconda strada viene ipotizzata dallo stesso Fink: è possibile che la nuova amministrazione Uas converga verso l’istituzionalizzazione di una criptomoneta (una stablecoin[1], ad esempio) che svolga la funzione di “ancora di salvataggio” a protezione del dollaro (e non semplicemente bene rifugio, come l’oro). Fink fa diretto riferimento al Bitcoin e agli Etf (Exchange Traded Funds) in contrapposizione ad altre cripto monete che vengono perorate da Trump e Musk, sulle quali i fondi di investimenti hanno minor presa. Al riguardo, Alessandro Volpi su Altraeconomia scrive: “Larry Fink indicando nei Bitcoin la possibile valuta di riserva internazionale vuole renderli estremamente appetibili e dunque creare su questa appetibilità una miriade di strumenti finanziari, in primis gli Etf, in grado di garantire ottimi risultati alle Big Three che con i Bitcoin intendono spazzare via tutto l’universo delle criptovalute legate all’élite finanziaria trumpiana”.
Quindi?
È troppo presto per avere un’idea più chiara e precisa dei futuri scenari possibili. Fatto sta che Trump si muove in un contesto molto instabile e scivoloso che rischia di generare un corto circuito. È necessario avere il dollaro forte per impedire il default dell’economia ma tale condizione favorisce un debito estero che può diventare insostenibile. Si introducono così dei dazi per ridurre l’import e incentivare l’export e la produzione interna ma con l’effetto di far entrare l’economia Usa in una fase di stagflazione (recessione con inflazione), che tra i vari effetti, anche di natura politico-elettorale, ha anche quello di creare aspettative negative sui mercati finanziari e di conseguenza indebolire ulteriormente il dollaro, favorendone la svalutazione.
Grande è la confusione sotto il cielo ma la situazione non è eccellente.
Note
[1] In generale, le Stablecoin sono un tipo di criptovaluta il cui valore è ancorato a un altro bene, come una valuta fiat o l’oro, per mantenere un prezzo stabile. In questo caso, l’asset di riferimento sarebbe il dollaro
Pubblicato su Effimera
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