E se per sopravvivere alla notte dovessimo vivere la notte? E se almeno provassimo a trasformare insieme il dolore in una trincea di luce e speranza? Attraversare l’inferno della disperazione potrebbe essere un modo non tanto per deprimerci della devastazione generata, ma per uscire dalla silenziosa depressione del pensiero e aprire il cuore, sentire cosa cambia se cominciamo a sentire… Domande e appunti di Carlo Perazzo, antopologo, in risposta all’appello Partire dalla speranza e non dalla paura

Due domande in particolare mi colpiscono del bellissimo e necessario appello di Comune Partire dalla speranza e non dalla paura: di cosa abbiamo bisogno per sopravvivere alla notte? E “non esiste forse un gigantesco problema legato alla percezione di quello che accade”? Senza ragionarci troppo su, e pensando a chi come me vive nel lato comodo del mondo, ho l’impressione che le due domande siano profondamente legate: e se per sopravvivere alla notte dovessimo vivere la notte? Se dovessimo sentire questa notte, questo buio, questa disperazione? E se la speranza fosse, in fondo, una disperazione vissuta, attraversata?
Ho l’impressione che “noi”, noi del lato morbido del mondo, “quelli/e di sopra”, delle bombe che non piovono in testa, dei documenti semplici, della ricchezza materiale ecc.. facciamo così fatica a trovare la speranza perché non vogliamo o non siamo in grado o, ancor meglio, possiamo permetterci di non attraversare davvero lo stato di disperazione che segna il nostro tempo. È come se lo vedessimo e ci facesse così paura da bloccarci nella superficie: da una parte la negazione di chi nemmeno vuol vedere; dall’altra, quella dei e delle più volenteros*, tutte le analisi e contro-analisi, tutti i posizionamenti che, certo, sono fondamentali, ma se restano soli si trasformano in razionalizzazioni che ci impediscono di vivere veramente la notte e quindi arrivare veramente al giorno successivo.
Mi chiedo: cosa significa “vivere la notte”? Non credo di saperlo davvero. Forse, come scrive Zibechi, significa “trasformare il dolore in una trincea di luce e speranza”. Dolore implica sentire.
È una paura legittima, la nostra, perché forse si tratta di fare veramente i conti con tutto ciò che, volenti o nolenti, rappresentiamo, che inevitabilmente ci ha costruito e ci costruisce, con quel tipo di eredità che non si può rinunciare del tutto, e – forse soprattutto – con l’impossibilità di nascondersi dietro i soli posizionamenti e le “forme” e con la nostra difficoltà nel sentire. E la speranza esige il sentimento, cresce nelle pance e nei cuori, si irradia ed entra dalla pelle, mentre soffoca nelle teste.
Una cara amica dice che è nel dolore la soluzione del dolore. E credo si possa dire lo stesso della paura, della disperazione. E ho l’impressione che si faccia molta fatica a considerare la portata politica che può avere una riflessione così spirituale. L'”Occidente” ha creato l’inferno in terra e allo stesso tempo ha creato un modo che permette ai suoi fruitori di non discendere in quell’Ade, regalando una vita che Piero Coppo chiamava “sopravvivenza aumentata”, e che si sostiene sempre più sull’alternanza di eccitanti e anestetizzanti… e così viviamo un mondo – il nostro – segnato da una disperazione cronicizzata, a bassa intensità, un’emergenza che non emerge mai del tutto, che non si sente del tutto.
Allora attraversare l’inferno della disperazione potrebbe essere un modo non tanto per deprimerci della devastazione generata, ma per uscire dalla silenziosa depressione del pensiero e aprire il cuore, sentire cosa cambia se cominciamo a sentire.
Ma mentre molti e molte trovano il coraggio di attraversare la notte, ci vogliono custodi pronti e pronte a vegliare, a tenere viva la fiamma, a proteggerla. E Comune è una custode preziosa che sa vegliare e deve continuare a farlo. Scriveva Kafka: “E tu sei sveglio, sei uno dei custodi, trovi il prossimo agitando il legno acceso nel mucchio di stipe accanto a te. Perché vegli? Uno deve vegliare, dicono. Uno deve essere presente”. Grazie Comune di custodire il fuoco. Grazie.
[Carlo Perazzo]
Tutte le adesioni alla campagna Partire dalla speranza e non dalla paura
Carlo Perazzo, antropologo e insegnate di filosofia, ha lavorato per diversi anni con persone migranti e si occupa anche di temi ecologici. Tra i suoi libri In comune. Nessi per un’antropologia ecologica (Castelvecchi) e Quale rifugio? Razzismo di Stato e accoglienza in Italia. Una lettura antropologica (Sensibili alle foglie).
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