
In Terra Santa viviamo l’esperienza dolorosa e faticosa di una strana guerra. Sì, strana… perché ad esempio qui in Gerusalemme noi non ne facciamo esperienza diretta: le scuole sono ricominciate, il lavoro continua e l’unico reale segnale dell’anomalia è la mancanza dei pellegrini che da tutto il mondo hanno sempre inondato queste antiche strade e i luoghi santi. Vivendo qui a Gerusalemme non possiamo dire di avere paura… i missili dell’altra sera sono stati più una curiosità che vera e propria paura; anche se le sirene della città, le strade completamente vuote, hanno sicuramente avuto un impatto anche su di noi. Ma poi, il giorno dopo la vita è ricominciata come se nulla fosse successo.
Eppure a un centinaio di chilometri da noi, a Gaza, il 95 per cento delle costruzioni sono distrutte, un popolo è costretto a vivere da rifugiato “interno”… Che poi oramai cosa significa? Vivere sulla spiaggia? Buttarsi direttamente in mare?
Eppure nel vicino Libano si fa esperienza dell’incursione di un esercito straniero.
Eppure dall’altra parte del muro, nei territori occupati, i coloni sono sempre più violenti e sempre meno sanzionati dalle autorità. Così villaggi e popolazioni locali vengono minacciate in continuazione, gli ulivi pronti per la raccolta vengono distrutti.
Certamente non dimentichiamo la profonda ferita del popolo israeliano che ha vissuto il 7 ottobre come reminiscenza di una possibilità di sterminio, come una ferita al proprio cuore.
Ci sono però altre storie importanti che dobbiamo raccontare: la resilienza di un popolo che vive nell’apartheid ma che ha deciso di non fuggire, di resistere, di continuare a vivere; la forza del popolo di Gaza che continua a vivere malgrado le condizioni sempre più disumane in cui è costretto; l’opposizione a un’ideologia che nega il diritto all’altro e all’altra di vivere, da qualunque parte ci si trovi.
È difficile immaginare il dopo… ogni sera le notizie sembrano cancellare questa possibilità di speranza, eppure è quello che siamo chiamate a fare e testimoniare. Siamo qui nella speranza e nella convinzione che ci sarà un dopo, che sarà difficile e doloroso ma l’odio e la violenza non hanno l’ultima parola. Siamo qui nella fede che ci sarà la possibilità di costruire una Terra Santa migliore, un Israele, una Palestina in cui si può vivere in pace e nella mutua accoglienza. Certamente non sarà facile e ci vorrà tanto tanto sforzo ma è l’unica vera soluzione possibile. E i segnali ci sono, piccoli, nascosti… La continua amicizia tra individui e gruppi israeliani e palestinesi, la lotta non violenta dei rabbini per i diritti umani che sostengono e accompagnano famiglie e villaggi beduini minacciati, il rifiuto alle armi di alcuni giovani israeliani che preferiscono la prigione all’uccisione, l’impegno delle chiese cristiane nel dialogo con ebrei e mussulmani…
La pace non è solo un dono, la pace è una costruzione faticosa, laboriosa e lenta e mentre i governanti dei diversi paesi e popoli coinvolti continuano a portare avanti i loro interessi personali o di gruppo, che mostrano il pochissimo rispetto verso la loro stessa gente perché non lavorano per la risoluzione del conflitto, tante persone desiderano la pace, pregano per la pace, sognano la pace. Sappiamo che la strada è lunga, ma occorre continuare a percorrere la strada della pace e noi, suore missionarie comboniane, siamo qui proprio per sostenere e accompagnare coloro che vogliono continuare a sperare, coloro che già si impegnano per una realtà migliore. Siamo qui per continuare a sognare insieme la pace.
Giovanna Sguazza, missionaria comboniana, ha vissuto negli Stati uniti, nel Sud Sudan e dal 2018 vive in Medio Oriente
Testo segnalato da Daniele Moschetti
Sono con voi, credo in queste reali possibilità, e mi impegno nella mia città per la Pace possibile 🙏💖🌈
Il palestinese è un popolo che non rinuncia, ma adesso basta!
Tanta sofferenza e distruzione può portare solo odio e violenza
Hanno, abbiamo bisogno di rapporti umani, di amore, di Pace. Di convivenza serena. Che Dio ci e li aiuti. Che illumini le menti dell’uomo