IL VILLAGGIO della solidarietà e della convivenza apre oggi finalmente i cancelli. La tendopoli si trova a meno di tre chilometri dal mercato delle braccia di Villa Literno, la famosa rotonda dove, alle sette di ogni mattina, gli immigrati aspettano i caporali sperando di essere reclutati per la raccolta nei campi di Capua, Cancello Armone o della stessa Villa Literno.
Per il pomodoro, il compenso è fermo da dieci anni: 1.000 lire a cassetta, a cui vanno sottratte le 200 lire del caporale, un mestiere talmente brutto da essere lasciato spesso agli stessi stranieri.
Nero e non solo, Caritas, Forum antirazzista campano, Cgil, Cidis e altre associazioni di volontariato hanno diffuso nelle campagne del casertano un volantino in quattro lingue: “Se hai bisogno di un posto sicuro per dormire, lavarti e mangiare, puoi venire da noi. Troverai assistenza sanitaria e sindacale, non ti chiederemo se sei un regolare, ma ci sono delle norme e devi essere disposto a rispettarle”. Occorrono infatti regole precise, perché le ragioni per temere provocazioni ci sono tutte e le conseguenze potrebbero essere disastrose. Organizzare un campo di questo tipo non è uno scherzo, e i ragazzi delle associazioni se ne sono accorti prima ancora di cominciare.
Il fuoco facile
Non appena ricevuta l’autorizzazione dalla giunta comunale, i volontari hanno avviato i lavori sul terreno (in parte affittato per un milione, in parte prestato gratuitamente dalla famiglia di un deputato progressista): e subito un paio di galantuomini si sono presentati intimando agli operai di sospendere i lavori e minacciando un bel falò.
Questa vicenda del fuoco non è affatto nuova. In estate, si sa, il fuoco divampa facilmente. Il 17 settembre dell’anno scorso, per esempio, alcuni individui, tutt’ora ignoti quasi a tutti, incendiarono un grosso casolare abitato da lavoratori avoriani già spostatisi in Puglia. Era il ghetto “grande” di Villa Literno (ce n’era anche uno “piccolo” fatto demolire in seguito per un’ordinanza del sindaco), sarebbe diventato il simbolo dei conflitti razziali nel nostro paese. Gli abitanti del ghetto, tornando, scoprirono di aver perso il poco che erano riusciti a mettere da parte durante l’estate. Nonostante le suppliche del vescovo Nogaro, furono definitivamente divisi: chi in tenda nel campo profughi di Capua, chi nell’ex caserma “Pollio” di Caserta. Di molti si è persa ogni traccia.
A causa dell’indisponibilità totale dell’amministrazione di Villa Literno (nota in passato per aver investito 400 milioni in segnaletica stradale e guidata ora da quel sindaco Tavoletta che vorrebbe “ripulire” la zona, per ospitare importanti insediamenti petroliferi in procinto di trasferirsi da Napoli), i volontari hanno pensato di costruire il campo d’accoglienza a San Cipriano, un’amministrazione progressista eletta dopo lo scioglimento della precedente giunta per infiltrazioni camorristiche.
Tutto tranquillo, dunque? Se lasciamo da parte la facile retorica che condanna i cittadini del casertano a essere tutti malviventi e semianalfabeti, non possiamo dimenticare che siamo in un territorio con uno dei più alti indici europei di criminalità. La camorra, con due famiglie preponderanti, controlla circa 5.000 miliardi di giro d’affari, ed è penetrata in ogni attività economica: si parla di aereoporti internazionali, di polo petrolifero, di alta velocità, di Enel e Q8.
In provincia di Caserta lavora un giovane ogni quattro, le donne non si iscrivono neanche più al collocamento. A Villa Literno (circa 8.000 residenti) mancano tutti i servizi, di trasporti neanche a parlare. A San Cipriano non c’è un’ambulanza. Quando, con il pomodoro maturo, arrivano 5.000 neri “stagionali”, i conflitti diventano inevitabili perchè il degrado aumenta. E con esso le tensioni.
La rivolta del comitato
Così, giovedì 20 luglio, a pochi giorni dalla prevista apertura del villaggio, scoppia la “sommossa popolare”. Un megafono fa il giro di San Cipriano dicendo che il deputato Diana ha affittato per 700 milioni il terreno (“per offrire pericoloso rifugio a spacciatori e prostitute”), che si prepara un campo per due o tremila africani al fine di costruire poi un altro ghetto stabile. La piccola folla si raduna sotto il comune e mette sotto accusa il sindaco Reccia che – guarda caso – qualche giorno prima, era stato rapinato nel suo studio medico con una pistola puntata alla tempia. Difficile credere a una pura coincidenza.
La trentina di promotori della contestazione tenta un’improbabile legittimazione prefettizia, poi vengono occupati i binari della stazione ferroviaria di Albanova. I più accesi tra i protestatari raccolgono firme e formano un comitato cittadino. Il sindaco sospende l’autorizzazione e convoca un’assemblea con tutti i protagonisti della vicenda.
Arriviamo così a San Cipriano nel pomeriggio di una domenica che definire torrida è davvero banale. Il paese è presidiato da decine di agenti di polizia e carabinieri. Presidiata la locale sede di Forza Italia e il cortile della parrocchia in cui si svolge l’atteso dibattito. A presiederlo, e a esercitare la difficile arte della mediazione, viene chiamato l’esperto delegato regionale della Caritas irpina don Mario Malanga, ex consigliere spirituale di Ciriaco De Mita.
Il comitato distribuisce un documento dal titolo: “Dove sta la verità, condanne e proposte”. A pagina due si legge: “No al razzismo”. Il neonato comitato, che si è assunto “l’onere di incanalare in senso democratico e civile la spontanea protesta dei cittadini, considera gli extracomunitari come uomini liberi e non bestie da far dormire sotto una tenda”. Si condanna la mancanza di informazione, l’arroganza di chi ha preso decisioni, il complice silenzio del sindaco e degli amministratori. Si propone, inoltre, di ripartire il numero “imprecisato di extracomunitari” in tutti i paesi dell’agro aversano e di indire un improbabile referendum popolare sulla tendopoli. Soprattutto, si mettono a disposizione gratuitamente alcuni “locali del dottore commercialista Giuseppe Martino, ubicati alla via F. Serao”.
Si dà il caso che il dottor Peppino Martino, forzitaliota distintosi nell’assemblea per energia, passione politica e profonda convinzione nelle proprie idee, sia il capogruppo dell’opposizione comunale, cioè il candidato sconfitto del Polo delle libertà.
L’assemblea
Oltre a lui, espongono con pari convinzione le posizioni del comitato esponenti di spicco di An, amministratori della ex giunta prosciolta, un simpatico preside e un gruppetto di esuberanti giovani che, confidenzialmente, ci spiegano di avere “uno strano prurito alle mani”, trattenuto solo dal sacro timore di Dio (siamo in una parrocchia) e dall’attenta e cospicua presenza di drappelli delle forze dell’ordine.
Ciliegina sulla torta, l’intervento da forza di governo, del senatore alleatonazionale Filippo Reccia: “Ci dicono razzisti, ma dove lavorano gli immigrati? Lavorano a casa nostra e trovano rifugio a casa nostra. Non conosco paese generoso e civile come San Cipriano”. L’esperto senatore si lascia un po’ andare solo quando – accolto dal generoso boato dei suoi fans – grida: “Già bastava ‘a famme nosta, ce vuliva pur ‘a vosta”.
Per i favorevoli al progetto, intervengono il sindaco, il deputato Diana, il senatore progressista Corvino, che invita tutti “a non avere l’odio nel cuore” e spiega che “la differenza non è tra la solidarietà di destra e di sinistra, ma tra chi va in chiesa e chi no”. I rappresentanti delle associazioni reagiscono con britannica ma fermissima eleganza: il campo si deve fare.
A notte fonda finisce l’assemblea pubblica e comincia un’altra sfibrante trattativa, ovviamente “ristretta”, sulle ipotetiche complicità nell’ospitare irregolari (a San Cipriano ce ne sono già centinaia e nessuno aveva mai protestato). Sempre alla presenza delle forze dell’ordine (“Siamo tra gente per bene – spiega l’esperto presidente, don Malanga – ma se ci scappa un cazzotto, poi dove si va a finire?”), si giunge alla conclusione che gli ospiti devono essere solo quelli che dormono sotto un albero nelle campagne circostanti. Il sindaco si dice disposto a firmare fogli di via immediati per coloro che volessero trattenersi dopo il 15 di agosto. Il numero degli ospiti scende così dai 300 previsti (50 volontari compresi) a 200, poi a 150, a 120 e a 100 (“se no, poi a quegli altri scalmanati che cosa diciamo che abbiamo ottenuto?”) Qualcuno, alzandosi sfinito, dice 90.
E si è arrivati alla paura (che fa appunto novanta). Paura di chi?
Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto del 30 luglio 1995.



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