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di Rebecca Rovoletto*
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Le città, come ogni altro bene mercificato, non sono più per l’uomo ma asset per i mercati speculativi. Lo spossessamento – come lo chiama David Harvey – per le città di oggi si traduce in due fenomeni: gentrificazione (l’espulsione de facto della componente di cittadinanza residenziale verso le periferie, per l’aumento degli affitti e l’erosione dei servizi alla persona) e turistificazione (la trasformazione delle città storiche in parchi a tema ad uso esclusivo della filiera turistica).
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Processi sotto il quasi totale monopolio dei capitali privati e dell’iniziativa privata. Gentrificazione e turistificazione sono due facce della stessa medaglia, in cui le città sono “messe a valore” (a fini di rendita immobiliare e ricapitalizzazione finanziaria) e spogliate della loro identità narrativa. Gli edifici dei centri storici sono trasformati in strutture ricettive o acquistati dai super-ricchi come investimenti di lusso.
 
Venezia, delicata e fragile come un cristallo, non si salva: la città si svuota del suo tessuto relazionale rigurgitando souvenir, fiumane di bipedi con videocamera ostruiscono calli e campi, giganteschi grattacieli crocieristici inquinano arie e acque, intaccando la morfologia lagunare. Dice Salvatore Settis nel caso di Venezia:
“Mentre la città si svuota, calano su di essa i ricchi e i famosi, pronti a comprare a costi altissimi una casa-status simbol da usare cinque giorni all’anno. Questo travaso di popolazione stravolge il mercato, creando un sistema di prezzi che espelle i veneziani dalla loro città… Sciamano intanto ogni anno per le strade e i canali di Venezia otto milioni di turisti… per ogni persona che vive stabilmente a Venezia ci sono circa 600 visitatori. Questo ha un effetto bomba che altera profondamente la demografia e l’economia” (in Architettura e Democrazia, Einaudi 2017).
 
Le nostre belle città hanno sempre goduto e vissuto di turismo. Il problema, come sempre, è la dimensione, l’eccesso. È quando si instaura la monocultura del turismo (che fa pari con la monocoltura in agricoltura), che deborda la ratio della sostenibilità. È il fuori misura, il fuori scala, il gigantismo, questo feticcio pervasivo che mette in ginocchio tessuto ed equità sociale.
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Si contano quotidianamente fino a quattordici passaggi di grandi navi in bacino San Marco, che possono scaricare 30.000 persone con picchi di 200.000 (Venezia capitale mondiale del sovraffollamento turistico). Una follia, denunciata da anni dal comitato cittadino No Grandi Navi, che sta raggiungendo punte estreme. Ancora Settis, a proposito delle grandi navi:
“Santuari effimeri di un rito salutista, le grandi navi fanno di tutto per somigliare a una neocittà addensata in un grattacielo, con dentro centri commerciali e ristoranti, discoteche e cinema, negozi, palestre, teatri, casinò, piste di pattinaggio su ghiaccio, percorsi jogging, campi sportivi. Irrompono nella città, ma esse sono architettura… “ (in Se Venezia muore, Einaudi 2014).
Città-passerella che si incuneano nella città-cartolina guardandola dall’alto.
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La logica estrattivista (che non riguarda soltanto l’industria estrattiva, come ci insegna l’analisi latinoamericano all’attuale fase del neoliberismo, per voce di Raúl Zibechi), si declina nella sottrazione di valore alla città, alla salute fisica e sociale, alla vita intrinseca della polis, a quello che si chiama a pieno titolo diritto alla città, nostro e delle generazioni future, che spetta alle donne e agli uomini che la abitano.
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La città perde memoria di sé, memoria che è fatta di relazioni vicinali e di autopercezione. Lo spazio in cui viviamo è un capitale cognitivo che fornisce coordinate di vita, di comportamento, costruisce identità individuale e collettiva.
 
Venezia sta diventando un non-luogo, una vetrina inanimata, una scenografia per eventi esclusivi, un supermarket del consumismo turistico fuori misura, dove le persone fanno massa ma non fanno comunità, dove navi-monstre esibiscono la loro disneyana assertività davanti a palazzi cesellati di marmi policromi. E, come vediamo accadere ovunque, le politiche si disinteressano del bene collettivo, del patrimonio comune, delle popolazioni sussistenti, calando relazioni impositive di tipo coloniale.
 
Ma diritto alla città vuol dire anche diritto/dovere di opporsi a questa estrazione di capitale storico, culturale, democratico e simbolico. Da molti anni la società civile organizzata esercita questo diritto con denunce, dibattiti, assemblee pubbliche, ricerche, approfondimenti e divulgazione. Sdegno e sostegno sono arrivati da ogni parte del mondo, da studiosi, scienziati e intellettuali. Il nuovo appuntamento per ribadire questo diritto è per i prossimi 29 e 30 settembre. Sabato sarà dedicato all’assemblea nazionale, mentre domenica sarà grande parata cittadina di slow boat: “giochi d’acqua e coreografie” in Canale della Giudecca a sfidare il moto ondoso con natanti tradizionali e creativi, piccole imbarcazioni a remi e a motore addobbate a festa, gioiose, colorate e sovrane.