Paolo Mottana, per i lettori di Comune non ha bisogno di molte presentazioni. Le sue radicali analisi critiche sull’idea di scuola così come viene oggi proposta dallo stato e le sue proposte condivise con i promotori dell’Associazione “La città educante e l’educazione diffusa”, sono per tanti un riferimento fondamentale. In questo intervento non ragiona sull’atto comunque violento e assai discutibile preso nei confronti della famiglia chietina (il 6 dicembre è in programma una manifestazione di protesta) ma offre una riflessione sui limiti di quella che molti chiamano “privatizzazione dell’infanzia”

Sinceramente neppure mi sogno di dare giudizi sulla vicenda della famiglia chietina e sulla loro sorte giudiziaria. Non sono un giudice né conosco nei dettagli la loro vicenda. Quello che invece mi interessa, come studioso e appassionato di educazione, è la scelta dell’educazione in famiglia (o homeschooling come ormai si definisce da tempo) e più in generale la sempre più diffusa tendenza a voler, da parte dei genitori, amministrare direttamente tutta la vita educativa dei figli, almeno fino alla maggiore età.
Su questo coltivo molti dubbi e qualche certezza. I genitori, ad un certo punto, un po’ prima della maggiore età, devono avere la forza di farsi da parte. Anzitutto perché non possono non sapere (e se non lo sanno si informino) che la loro influenza sulla vita dei figli in quanto genitori, buoni o cattivi che siano, è enorme già solo per il fatto che sono stati loro a iniziarli alla vita, che li hanno introdotti ai processi di simbolizzazione (ai linguaggi) e hanno tracciato su di loro un’impronta affettiva (con tutte le sue vicissitudini fantasmatiche) che non potrà più essere cancellata.
In particolare oggi e in particolare in ambienti sufficientemente avvertiti sul piano psicologico le attenzioni di cui godono i bambini, benché talora frammentarie in famiglie dove tutti lavorano, sono comunque molto forti e spesso anche cariche di sentimenti di insufficienza (colpevolezza del tipo non faccio abbastanza, non sono abbastanza presente ecc.) che ovviamente devono essere compensati o ipercompensati. Ora, in queste condizioni e non solo come omaggio ai miei maestri come René Schérer o Hakim Bey, credo che si debba evitare di protrarre troppo a lungo ciò che giustamente è stato definito “privatizzazione dell’infanzia”. I genitori, volenti o nolenti, hanno un potere enorme sui figli, anche quando questi ultimi lottano per sottrarvisi, so di dire una banalità ma non sembra che la cosa sia presa sufficientemente in considerazione.
In virtù del legame profondo e indissolubile, almeno a livello inconscio, che si stabilisce tra loro, qualsiasi cosa facciano, qualsiasi decisione prendano i genitori, comunque avrà un effetto sul figlio. Anche quando cercheranno faticosamente di prendere le distanze. Ma certamente quando invece pretenderanno di monopolizzare l’intera vita dei figli con l’homeschooling, il processo di autonomizzazione, di libera socializzazione, di appropriazione, nei limiti del possibile, di una vita separata, sarà drammaticamente compromesso. Tra l’altro questo accade proprio nei genitori più competenti in materia educativa, che vogliono sindacare con cognizione di causa e che valutano ogni esperienza dei figli sulla bilancia delle loro conoscenze. L’incollamento alle figure genitoriali, a meno che non siano dei surfisti eccezionali, è inevitabile, con tutto ciò che questo comporta sul piano psichico.
Tra l’altro, con il dissolversi del codice paterno, sempre più sprofondato in una problematicità che deriva anche dall’onda impetuosa del dominio materno e femminile, un tale incollamento si situa proprio nell’ordine dell’intimità, cioè in una zona delicatissima, di cui credo superfluo segnalare il potenziale psicopatologico. La funzione separativa del codice paterno è sempre più declinante e in effetti molti dei progetti di homeschooling hanno spesso la forma (anche sul piano simbolico) di incapsulamenti in aree potentemente orientate dall’immaginario femminile (appunto la natura, gli ecovillaggi, le scuole nel bosco ecc.) lontano da ogni tentazione “civile” e urbana. Tenere i figli al riparo dalla pericolosa vita della città, della strada e delle sue istituzioni è la scelta spesso più gettonata in questi percorsi di colonizzazione famigliare persistente.
La mia esperienza, con alcuni genitori che ho conosciuto e che hanno seguito un tale tipo di orientamento, è che a un certo punto, un po’ come nel film Captain Fantastic, i figli ancora non del tutto imbozzolati, rivendicavano il diritto di condividere la vita dei loro coetanei a scuola, il che non mi sembra poi un grande risultato.
Vero è che giustamente Silvano Agosti, in una intervista, suggeriva di salvare i bambini dalla scuola primaria e media, affinché “non fossero fottuti”, cosa che mi trova d’accordo, vista la mia insofferenza per il disciplinamento scolastico. E tuttavia devo dire che la cesura che una scuola anche frustrante può fornire rispetto al cullamento in improbabili localizzazioni boschive alla fine mi pare preferibile per la salute di figli e parenti. L’onnipotenza genitoriale, caricata anche di motivazioni francamente narcisistiche, non mi sembra una buona maestra, e specialmente dove si abbini a stili di vita estremamente controllati (vegetarianismo, medicina naturale, talora conditi da ideologie più o meno spiritualistiche e esoteriche ecc.). Il rischio di subissare i figli dentro un mondo del tutto alieno e di non consentire loro di andare a sbattere con il muso sul mondo reale, fitto di contraddizioni ma anche fortunatamente di differenze, di divergenze, di imprevisti, mi pare una scelta dittatoriale, totalizzante e insostenibile sul piano di un’educazione che voglia “aprire” i figli alla vita e non al loro soffocamento nelle per quanto benevole intenzioni ideologiche dei genitori, cosa che già avviene inevitabilmente sul piano inconscio.
Insomma, come ebbero modo di dire molti savi prima di me, i figli non sono nostra proprietà e a chi li mette al mondo spetta il compito, talora anche doloroso, di consentire loro, quanto prima, di aprire le loro ali, all’indirizzo dello sconosciuto e del possibile.
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Nell’archivio di Comune sono leggibili oltre settanta articoli di Paolo Mottana. Tra i suoi ultimi libri Educazione diffusa. Istruzioni per l’uso (scritto con Giuseppe Campagnoli per Terra Nuova ed.), I tabù dell’educazione. Su ciò che la pedagogia non vuol vedere (Mimesis), Cattivi maestri. La controeducazione di René Schérer, Raoul Vaneigem e Hakim Bey (Castelvecchi)