
Sulla porta della scuola di Barbiana, don Milani aveva scritto: I care. Mi importa. Mi prendo cura. Quelle parole accoglievano ogni ragazzo che varcava la soglia perché sentisse di entrare in un luogo dove l’attenzione all’altro non era un’aggiunta al programma: era il programma stesso.
La cura prende forma nei gesti quotidiani: nello sguardo che accoglie al mattino, nella domanda sincera “come stai?”, nel tempo speso ad ascoltare chi ha il volto chiuso. È fermarsi davanti a un conflitto e creare uno spazio di ascolto. È ricordarsi che Marco ieri aveva il dentista e chiedergli come è andata. È accorgersi che Sofia è più silenziosa del solito e lasciare che trovi le parole per dirsi.
La cura vive nei dettagli: nei piccoli gesti che dicono “ti vedo, conti per me”. Cura di sé, perché nessuno può donare ciò che non coltiva. Cura degli altri, perché vivere è sempre convivere. Cura del mondo, perché senza mondo non c’è casa per nessuno.
Imparare a prendersi cura significa esercitare un’attività etica: mettersi in cammino nel riconoscimento che il bene comune è parte del nostro stesso sviluppo.
Essere sine cura, senza cura, vuol dire non avere dubbi né domande, imporre il proprio sapere, correre dietro ai programmi, alle verifiche, agli obiettivi da spuntare. Prendersi cura, invece, è avere il coraggio di dire: “Il programma può aspettare. Adesso dobbiamo occuparci di noi”.
Stare insieme non è facile. Ogni comunità può diventare luogo di fioritura o di infelicità. Per questo occorre vigilare sugli atteggiamenti individualistici che, giorno dopo giorno, minano la cooperazione. Si impara così a essere persone elastiche e in dialogo, disposte al rischio del “con”: capaci di costruire ponti e di abbattere le prigioni della mente.
Ha scritto Theodor Adorno: “Sei amato solo dove puoi mostrarti debole senza provocare in risposta la forza”.
La cura crea questo spazio: uno spazio dove la vulnerabilità non è minaccia ma possibilità. Dove si può dire “non ce la faccio”, “ho paura”, “mi sento solo”, “ho sbagliato” senza temere giudizio o derisione. Questo spazio non nasce da un corso, ma dalla presenza, dall’ascolto, dalla disponibilità a fermarsi quando è necessario. Da I care comincia l’educazione all’affettività.
Non ci sono lezioni frontali né esperti che spiegano le emozioni. Ci si parla, si legge, si scrive, si ascolta. Ogni giorno, ogni ora. E quando accade qualcosa che scuote la classe, si ferma tutto. Non si rimanda: si parla di ciò che accade, di come ci sentiamo, di come possiamo aiutarci a stare meglio. Questa è la vera rivoluzione: riconoscere che la vita emotiva e relazionale è il programma.
Perché non c’è apprendimento autentico senza cura, senza questo modo vero di stare insieme. I care non è un contenuto da trasmettere, ma un atteggiamento da incarnare. Non è un progetto da realizzare, ma un modo di vivere da praticare. Ogni giorno, ogni ora, in ogni gesto, in ogni parola, in ogni sguardo: mi importa di te, mi prendo cura di noi. Una scuola dove si impara che ognuno di noi è fragile. E con questa consapevolezza si può imparare a camminare insieme e a fare piccoli ma veri progressi.
Fin dal primo giorno, quindi, ogni allievo dovrebbe sentire che nella sua classe la prima cosa che si impara è la cura: la cura, come attenzione reciproca, come forza delle relazioni, come presa di coscienza che tutti abbiamo bisogno gli uni degli altri, di una comunità solidale.
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