La storia lo ha ribadito più volte, anche con ferocia: leggere, ascoltare musica, contemplare l’arte non ci rende migliori. “Non è la cultura a salvare: è la coscienza – scrive Emilia De Rienzo – E la coscienza non si insegna nei licei, non si trasmette nei festival letterari, non si imprime nei saggi filosofici. Si sceglie. Si pratica. Si rischia…”. Per questo abbiamo bisogno di proteggere la cultura che sa ascoltare, mettersi in gioco, coinvolgere le persone nello sporcarsi le mani. Questo tipo di cultura può nascere anche nelle scuole, ma non è per nulla scontato. Oggi più che mai la cultura non basta, “serve il coraggio di pensare, di disobbedire, di amare, di agire…”

Per secoli ci siamo raccontati che la cultura fosse la via per la redenzione. Che leggere, ascoltare musica, contemplare l’arte ci rendesse migliori. Che l’uomo colto fosse, per definizione, un uomo giusto. Eppure, la storia ci ha smentito. Più volte. Con ferocia.
La cultura non è una garanzia morale. Può convivere con l’orrore, può adornare il male, può persino legittimarlo. Non è la cultura a salvare: è la coscienza. E la coscienza non si insegna nei licei, non si trasmette nei festival letterari, non si imprime nei saggi filosofici. Si sceglie. Si pratica. Si rischia.
Auschwitz non era un luogo privo di cultura. I suoi aguzzini ascoltavano Bach, leggevano Goethe, citavano Schopenhauer. La musica classica accompagnava le selezioni, le torture, le esecuzioni. Come può la bellezza convivere con l’abisso? Primo Levi lo ha raccontato con lucidità: “È avvenuto, quindi può accadere di nuovo”.
La cultura non ha impedito l’orrore. Lo ha reso più sofisticato.
George Steiner, in La barbarie della conoscenza, pone una domanda che brucia: come è possibile che uomini colti, amanti della musica e della poesia, abbiano partecipato ai più grandi crimini della storia? “Auschwitz ha avuto luogo nonostante Bach, nonostante Goethe, nonostante Kant”. Per Steiner, la cultura non è una barriera contro il male. Anzi, può diventare una maschera. Un alibi. La sua riflessione ci costringe a guardare in faccia il paradosso: la cultura può convivere con l’orrore, se non è accompagnata da etica, da responsabilità, da scelta.
Hannah Arendt, nel suo resoconto sul processo a Adolf Eichmann, descrive un uomo colto, ordinato, apparentemente normale. Non un fanatico, ma un burocrate. Un uomo che obbediva, che non pensava. Arendt coniò l’espressione “banalità del male” per descrivere questa inquietante normalità. La cultura non lo aveva reso etico. Lo aveva reso efficiente.
La lista è lunga e dolorosa. Martin Heidegger, uno dei filosofi più influenti del Novecento, aderì al nazismo. Ezra Pound sostenne il fascismo italiano. Alcuni poeti russi furono celebrati dal regime stalinista, pur conoscendo le purghe. La cultura non li ha salvati. E non ha salvato chi li ha ascoltati.
Oggi, la cultura è spesso un ornamento. Un segno di distinzione. Un modo per dire “io valgo”. Ma chi ne è escluso? Chi non ha accesso all’educazione, ai libri, ai musei? La cultura, se non si fa pratica condivisa, resta privilegio. E il privilegio non salva: separa.
Esiste una cultura che salva. Ma non è quella che si contempla. È quella che si mette in gioco. Che ascolta. Che si fa carne. Che si sporca le mani. È la cultura che si fa scelta, non status. Che si fa responsabilità, non puro esercizio e sfoggio della propria intelligenza. Che si fa voce, non eco.
E forse, il luogo dove questa scelta può iniziare è la scuola. Non quella che premia chi risponde, ma quella che non perde chi tace. Steiner è implacabile anche qui: la scuola, se non educa alla coscienza, rischia di addestrare al conformismo. Ma questa è un’altra storia. Da raccontare a parte.
La cultura non basta. Serve il coraggio di pensare. Di disobbedire. Di amare. Di agire.