Sono certamente molte le attese che si raccolgono intorno al Foro social de las Américas (Quito, 25-30 luglio), il primo meeting emisferico promosso sulla traccia dei percorsi «regionali» del Forum sociale mondiale. Molte perché la costruzione dei movimenti sociali, indigeni, comunitari e ambientalisti nel continente americano rappresenta da molti anni un punto di riferimento di straordinario interesse per tutto il pianeta. E molte perché l’egemonia statunitense sul continente, a partire dall’11 settembre, si è fatta ogni giorno più debole. La ragione più ovvia, seppur certamente vera, vuole che la concentrazione in Medioriente degli interessi, delle energie e perfino delle «risorse umane» distrae Washington dal «cortile di casa». Ma sarebbe probabilmente un grave errore trascurare nella lettura delle difficoltà statunitensi la soggettività di quei movimenti, dai piqueteros argentini ai Sem terra brasiliani, dagli zapatisti ai coordinamenti boliviani delle lotte per l’acqua e per il gas. Tutto dipende, naturalmente, dal punto di osservazione che si sceglie per guardare gli eventi e la società. E non c’è dubbio che l’origine stessa dei Forum sociali, la «sfida» tra Porto Alegre e Davos, la dice lunga sull’importanza del valore dell’autonomia per le forme espressive delle società in movimento contemporanee. Preceduto dal secondo Vertice dei popoli e delle nazionalità indigene, tenuto sempre a Quito, e dal quinto Foro mesoamericano, il Foro dell’Otra América posible (www.forosocialamericas.org) raccoglie oltre 4000 delegati di circa 700 organizzazioni attive nel territorio che va dall’Alaska alla Terra del Fuoco (con largo predominio latinoamericano, come sempre). E’ articolato, secondo la tradizione dei Forum, in diverse modalità di incontro: conferenze, seminari, workshop, eventi artistici, ecc. La commissione organizzativa è composta interamente da organizzazioni ecuadoriane, da Acción ecologica alla Confederacion de nacionalidades indigenas del Ecuador (Conaie), passando per le reti di donne, le università, e il Consiglio latinoamericano delle chiese. Un riconoscimento per gli ospiti in qualche modo obbligato, ma particolarmente interessante per i movimenti ecuadoriani traditi dal presidente Lucio Gutierrez, che avevano contribuito in maniera così determinante ad eleggere. Non a caso, tra gli interventi più attesi, ci sono certamente quelli dei «rappresentanti» del più forte e organizzato movimento indigeno latinoamericano, a cominciare da Nina Pacari, ex ministra del governo di Gutierrez, e Blanca Chancoso della Conaie. Non mancano, tuttavia, altri grandi nomi della scena latinoamericana. Ci sono, tra gli altri, la guatemalteca Rigoberta Menchu e il brasiliano Frei Betto, il peruviano Aníbal Quijano e la messicana Ana Esther Ceceña, l’ambientalista uruguayana Silvia Ribeiro e l’economista ecuadoriano Alberto Acosta. Dall’altra parte dell’oceano, arrivano invece i belgi Eric Toussaint e Francois Houtard, il portoghese Bonaventura de Sousa Santos e Phumi Mtetwa dal Sudafrica. Come sempre accade nei Forum, però, la parte più viva e interessante del meeting si dovrebbe articolare nei mille rivoli dei workshop, nelle riunioni dei campeggi, negli incontri «minori» e decentrati. E’ soprattutto lì che si tesse la rete che ha fatto planetario e forte il movimento altermondialista. Così, anche a Quito, la parte istituzionale del Forum difficilmente sarà in grado di raccoglierne e soprattutto rappresentarne la ricchezza. Ma in un paese, l’Ecuador, in cui gli indigeni sono la netta maggioranza della popolazione, sarà del tutto normale che il discorso e le proposte fluiscano senza un ordine preciso e lontano dai microfoni.
Pubblicato su Carta.org e il manifesto del 27 luglio 2004



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