Perché è andato così bene , l’incontro che Carta ha organizzato sabato scorso a Roma sull’America latina, insieme alla Provincia di Roma e all’associazione ASud? Non era ovvio che un sabato, per tutto il giorno, molta gente, in maggioranza giovani, affollasse la sala del consiglio provinciale per ascoltare persone che venivano da Messico e Uruguay, da Argentina ed Ecuador. Il fatto è che se qualcuno ci chiedesse di indicare in una cartina geografica la regione investita dai conflitti più sanguinosi, pochi avrebbero dubbi nel tracciare un segno ben rosso sul Medio oriente. Se però giudichiamo la guerra «permanente» non il frutto della follia di pochi uomini ma un’espressione del sistema di dominio dei mercati sulle persone, sarà probabilmente l’America latina la regione in grado di mostrare meglio la crescita sfrenata e poi la profondità della crisi dell’ideologia neoliberista.
Negli anni settanta, il Cile di Pinochet e l’Argentina dei desaparecidos furono i primi veri laboratori del modello neoliberista. Due decenni dopo, il primo di gennaio del 1994, in America latina, e precisamente nel dimenticato stato messicano del Chiapas, spunta apparentemente dal nulla la prima grande insurrezione antiliberista, quella degli zapatisti. È un movimento indigeno e contadino, che sorprende anche i più attenti osservatori messicani e internazionali, anche perché mostra un profilo ben diverso da quello della tradizione guerrigliera del continente. Tra le molte idee originali espresse dagli zapatisti, spicca la rinuncia al tentativo di conquistare il potere dello stato nazionale. Nelle zone controllate dall’EzIn, vengono invece istituite Giunte del Buon Governo, una manifestazione di autonomia che interloquisce con molte delle esperienze di democrazia locale che si sviluppano in altri paesi del continente e altrove.
Negli anni a cavallo del cambiamento del secolo, «levantamientos», grandi scioperi, marce che percorrono intere nazioni e mille altre forme di protesta scuotono i paesi dell’America latina, dall’Honduras al Paraguay, dall’Ecuador alla Patagonia. Difficile elencarne i tratti comuni, ma certo si possono segnalare la territorialità, la ricerca di autonomia, la ricostruzione delle culture e dei legami sociali, la capacità di «autoformare» una diffusa intellettualità, la critica delle forme di organizzazione del lavoro e delle relazioni con l’ambiente, il ruolo fondamentale delle donne. Quei movimenti hanno aperto profondi squarci nel modello neoliberista producendo però anche rilevanti effetti politici. Dall’inizio degli anni novanta sono così saltati governi e presidenti in Argentina, Bolivia ed Ecuador, e sono stati sconfitti o rimossi quelli di Paraguay, Perù, Uruguay, Brasile e Venezuela.
Quella società in movimento si misura oggi con nuovi problemi. A cominciare dal tentativo di divisione e cooptazione operato da governi «amici» più o meno in buona fede. Così, lo scenario latinoamericano si rivela di straordinario interesse per chi, anche da questa parte dell’oceano, resta convinto che non sia possibile cambiare il mondo soltanto o soprattutto vincendo le competizioni elettorali.
Pubblicato su Carta settimanale (n.4) nel febbraio 2007



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