Un settimanale radiofonico affiancato a un foglio periodico. Dispacci, proseguimento di un’esperienza singolare avviata nella «4 giorni» che si svolse in agosto a Bologna per commemorare la strage.
La trasmissione va in onda il sabato pomeriggio a Punto Radio e il gruppo bolognese dei curatori (aperto sin dall’inizio a contributi esterni, sottolineando le differenze di età stile e cultura) offre un momento significativo nel panorama della poesia italiana nuova.
Un foglio che non ha la presunzione di convincere, ma che spera di non annoiare chi crede nelle cose e nelle parole: una trasmissione agile e fatta tutta di testi alternati a strani rumori (ping pong, gare di moto, camion della spazzatura) e a poca musica.
Si parte da una notizia che può essere il Salvador: per ricondurla, parlando magari d’altro a un testo che generalmente vuole, nello stesso tempo, evaderla e sottolinearla. «Speriamo di lasciare dietro di noi una piccola orma. E sta bene se sarà magari cancellata dalla prima pioggia o da una nevicata. Cammineremo ancora per lasciare altri segni…», dicono i curatori. Ma sentiamoli direttamente i curatori: Giuseppe Calieno, Maurizio Maldini («Diddo»), Nicola Muschltiello, Mino Petazzini, Bruno Brunini, Roberto Roversi.
Preparate la trasmissione minuziosamente nei tempi, nel tema e persino nell’ordine di lettura. Giuseppe, ci puoi descrivere un po’ la regia e l’iter della registrazione?
Giuseppe Cafiero. Abbiamo ripartito i 30 minuti di trasmissione in due parti: la prima come telaio portante di circa 4 minuti, la seconda, in cui vengono letti i testi, elastica e di circa 26 minuti. Nella prima parte diamo in successione, intercalati da rumori specifici, la notizia in cui si incentra la trasmissione: una notizia registrata da un telegiornale, un sottotitolo per fecalizzare meglio gli interventi poetici e, infine/un sommario. La seconda parte è assorbita dai testi, ciascuno di circa 3 minuti inframmezzati dalla musica che risponde, per assonanza, all’argomento trattato. L’ordine di lettura (effettuata quasi sempre dagli autori), dei testi, viene definito democraticamente attraverso sorteggio. Registicamente insomma un mosaico costruito momento per momento con sincronia e minutaggio ad hoc.
Diddo, tu hai curato, per più di 3 anni, delle trasmissioni di poesie a Radio Città. Si trattava certo di un’esperienza differente, puoi tentare un confronto?
Maurizio Maldini. Quello fatto a Radio Città era un lavoro sulla poesia inedita di autori giovani. Un lavoro di studio e presentazione continuato con La tartana degli influssi. Facendo venire ogni sera uno o più autori nuovi si voleva proporre un metodo ed un uso dello strumento radiofonico che non lo trasformasse in oggetto univoco della simulazione. Questo oggi è improponibile. Il lavoro di Dispacci è. invece, almeno per me. un lavoro sulla lingua: si usa la lingua della poesia per comunicare con la gente su un fatto specifico: personalmente cerco di individuare uno schema di poetica che abbia questo nodo centrale. In questo senso lo strumento radiofonico perde di importanza. Però vorrei anche che questo lavoro collettivo andasse oltre ed aggiungesse al testo uno strumento, un’immagine forse, un sistema che la scrittura non consente e che è invece proprio della radio: la voce, l’organizzazione vocale. Ma su questo si vedrà.
Nicola, che vuoi dire, soprattutto dal punto di vista stilistico, parlare in versi di una notizia? C’è il rischio di essere socializzanti, oppure di ripercorrere le strade aride della poesia militante e di lotta?
Nicola Muschitiello. Una poesia responsabile non deroga mai a ciò che essa è; quando è valida, è ricchissima di «notizie»; se ha per oggetto una notizia di attualità, essa, più che parlare della notizia in questione, la esprime illuminandola dall’interno. Quando vi è pulsione poetica interiore e si hanno personali «riserve poetiche», come le chiamava MajakovskiJ – ovvero, quando la poesia è una condizione esistenziale -, è secondario l’oggetto da essa considerato. L’importante è cercare di mantenere in ogni occasione – anche la più disagevole – l’esattezza della scrittura e la verità dell’espressione. La poesia che consegue una dignità estetica e umana è Kià poesia di lotta: contro la sciattezza e la menzogna.
Dalle risposte che mi date colgo accenti diversi tra voi. Individualmente, o con formazioni
diverse, siete tutti impegnati in molte altre iniziative sulla poesia. Allora, Mino, che tipo
di colla vi tiene uniti in questo Dispacci radiofonico?
Mino Petazzini. Ci tiene insieme, in questo caso, un’idèa volutamente limitata e ricolta individualmente da ciascuno. Non so se questo riesce a funzionare sempre. Ma mi sembra che in genere i vari testi una loro organizzazione riescano a trovarla. Non saranno le voci di un coro ma non sono sicuramente cacofonia. Se devo dirti una mia impressione, credo piuttosto che un limite che la trasmissione in qualche momento ha toccato sia dovuto a quello che è, in fondo, un problema di identità. La linea di pericolo in questo senso è costituita dall’affiorare di «interpretazioni» (del poeta, della poesia, della realtà, etc…) che non riescono a convincere del tutto. Eccessi o vuoti di memoria che il mezzo radiofonico tende a rendere più evidenti. È un problema che, per motivi diversi, attraversa più o meno tutti quelli che fanno la trasmissione. Del resto sappiamo che il mercato delle Identità in questi giorni non è molto attraente. E non è nemmeno facile. Per ciascuno di noi credo sia o debba essere una conquista molto quotidiana. Anche nella trasmissione.
Ma scrivere una poesia alla settimana, Bruno, decidendo un tema fisso appena tre giorni prima di registrare, è un esercizio faticoso. È una nuova provocazione al ruolo del poeta etereo e distaccato o è un attacco alla «libera ispirazione»?
Bruno Brunini. Bé, togliendo il punto interrogativo alle cose che mi hai chiesto, ti confermerei che le caratteristiche della nostra esperienza sono grosso modo riassunte nella tua domanda. Ma volendo aggiungere o smentire qualcosa, direi che è più corretto parlare di «libera costrizione» anziché di attacco alla «libera ispirazione», e in quanto ad attacchi, credo che quello più consistente sia al… mio fegato quando arrivo tardi alla trasmissione. Ma siamo seri. C’è una provocazione al ruolo? Per me c’è e ti dirò di più, è una provocazione alla vita ogni volta che tentiamo di passare sotto e oltre i ruoli.
Per concludere, Roberto, oggi e ‘è ancora bisogno di comunicare in versi?
Roberto Boversi. Oggi, ma anche in passato, è stato detto e ripetuto che la poesia è una comunicazione non necessaria ma velleitaria, frutto piuttosto dell’improvvisazione e di una certa amabile labilità, e quindi che se ne può fare a meno. Ma intanto, sia pure dentro qualche ironia, senza troppa cattiveria e con qualche convinzione, ancora nessuno ne può ne vuole (ne sa) fare a meno, naturalmente dentro ambiti specifici d’incontro. La stessa promiscuità, la stessa corrispondente libertà – disponibilità dell’estensore è riservata, a mio avviso in forme più utili che nel passato, oggi al fruitore, il quale è appena più attento e un poco più informato e un poco più numeroso – in quanto ad anime da contare nella stanza. Basterebbe ciò per non invalidare, anzi per giustificare la voglia di dire e fare con questo mezzo «testuale». Il problema quindi non è se ma come. Non chi ma perché. Insomma si tratta ancora un volta di risposte da dare più che di domanti da fare, perché il pubblico è già disposto in fila.
Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto del 18 marzo 1982.



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