Da ormai parecchi anni la molteplicità delle crisi che attraversiamo mostra con evidenza che la barbarie, e perfino la possibilità dell’estinzione di molte specie del pianeta, non sono più solo una minaccia o un’alternativa teorica. Lo erano magari cento anni fa, quando ne parlava Rosa Luxemburg. Oggi, sebbene lo si avverta in misura minore in questa piccola parte privilegiata del pianeta, i disastri climatici e ambientali, la fuga disperata di milioni di persone, le crisi del sistema alimentare e dell’acqua, l’insorgere delle pandemie e molti altri indicatori mostrano come la lotta contro il capitale sia diventata a tutti gli effetti lotta per la sopravvivenza del pianeta e di chi lo abita. Sappiamo inoltre, scrive Raúl Zibechi, che a differenza di quel che si è creduto a lungo, nel Novecento, il capitalismo non sembra aver limiti. A eliminarlo non bastano le sole contraddizioni interne e nemmeno le rivoluzioni. Non si sconfigge una volta per sempre e senza aver costruito intanto nuovi mondi e diverse relazioni sociali. Eppure, proprio perché è un sistema di relazioni sociali, il suo dominio non è eterno né invincibile. Dobbiamo aggiornare il pensiero sulla sua fine, a partire dalle esperienze di resistenza più significative, come quelle degli zapatisti e dei curdi del Rojava, dei popoli originari di vari territori dell’America Latina, di alcune popolazioni nere e contadine, e – in alcuni casi – di ciò che facciamo nelle periferie urbane. A questo scopo, Raúl elenca alcuni dei punti che gli paiono essenziali

Per molto tempo una parte dei marxisti ha sostenuto che il capitalismo ha dei limiti strutturali ed economici, stabiliti in “leggi
” che ne renderebbero inevitabile l'(auto)distruzione. Quelle leggi sarebbero immanenti al sistema e in relazione con aspetti centrali del funzionamento dell’economia, come quella della caduta tendenziale del saggio del profitto, analizzata da Marx nel Capitale.
Questa tesi ha portato alcuni intellettuali a parlare del “crollo
” del sistema, sempre come conseguenza delle sue stesse contraddizioni.
Più di recente, non pochi pensatori hanno sostenuto che il capitalismo ha dei “limiti ambientali
” che lo porterebbero a distruggersi o quantomeno a cambiare i suoi aspetti più predatori, quando in realtà ciò che ha dei limiti è la vita stessa sul pianeta e, in particolare, quella della metà povera e umiliata della sua popolazione.
Oggi sappiamo che il capitalismo non ha limiti. Nemmeno le rivoluzioni sono state in grado di sradicare questo sistema perché, di volta in volta, i rapporti sociali capitalistici si espandono all’interno delle società post-rivoluzionarie e dentro lo Stato riemerge la classe borghese incaricata di farli prosperare.
L’espropriazione dei mezzi di produzione e di scambio è stata, e continuerà ad essere, un passo centrale nella distruzione del sistema, ma, a più di un secolo dalla rivoluzione russa, sappiamo che è insufficiente, se non c’è il controllo comunitario di quei mezzi e del potere politico a incaricarsi di gestirli.
Sappiamo anche che l’azione collettiva organizzata (lotta di classe, di genere e del colore della pelle, contro le oppressioni e gli oppressori) è decisiva per distruggere il sistema, ma anche questa formulazione è parziale e insufficiente, sebbene vera.
L’aggiornamento del pensiero sulla fine del capitalismo non può che andare di pari passo con le resistenze e le costruzioni dei popoli, in modo molto particolare degli zapatisti e dei curdi del Rojava, dei popoli originari di vari territori della nostra America, ma anche delle popolazioni nere e contadine, e in alcuni casi di ciò che facciamo nelle periferie urbane.

Alcuni punti sembrano centrali per superare questa sfida.
Il primo è che il capitalismo è un sistema globale, che abbraccia l’intero pianeta e deve espandersi continuamente per non collassare. Come ci insegna Fernand Braudel, la scala è stata importante nell’insediamento del capitalismo, da qui l’importanza della conquista dell’America, perché ha permesso a un sistema embrionale di spiegare le sue ali.
Le lotte e le resistenze locali sono importanti, possono perfino piegare il capitalismo a quella scala, ma per porre fine al sistema è essenziale un’alleanza/coordinamento con i movimenti di tutti i continenti. Da qui l’enorme importanza della Gira por la Vida dell’EZLN in Europa.

Il secondo punto è che il sistema non viene distrutto una volta per sempre, come abbiamo discusso durante il seminario intitolato El pensamiento crítico frente a la Hidra capitalista, nel maggio 2015. Ma qui c’è un aspetto che ci sfida profondamente: solo la lotta costante e permanente può soffocare il capitalismo. Non lo si taglia con un solo colpo, come le teste dell’Idra, ma in un altro modo.
A rigor di logica, dobbiamo dire che non sappiamo esattamente come porre fine al capitalismo, perché non è mai stato fatto. Stiamo intuendo, tuttavia, che le condizioni per la sua continuità e/o rinascita debbano essere precisate, e sottoposte a uno stretto controllo, non da parte di un partito o di uno Stato, ma da parte di comunità e popoli organizzati.
Il terzo punto è che il capitalismo non può essere sconfitto se nello stesso tempo non si costruiscono un altro mondo e altre relazioni sociali. Quel mondo altro o nuovo non è un luogo di arrivo, ma un modo di vivere che nella sua quotidianità impedisce la continuità del capitalismo. I modi di vivere, le relazioni sociali, gli spazi che saremo capaci di creare, devono esistere in modo da essere in lotta permanente contro il capitalismo.
Il quarto punto è che, finché esiste lo Stato, ci sarà la possibilità che il capitalismo si espanda di nuovo. Contrariamente a quanto proclama un certo pensiero, diciamo progressista o di sinistra, lo Stato non è uno strumento neutrale. I poteri de abajo, che sono poteri non statali e autonomi, nascono ed esistono per impedire l’espansione dei rapporti capitalistici. Sono, quindi, poteri che derivano dalla lotta anticapitalista e ad essa sono finalizzati.

Il nuovo mondo dopo il capitalismo, infine, non è un luogo di approdo, non è un paradiso dove si pratica il buen vivir
, ma uno spazio di lotta in cui, probabilmente, noi, i popoli, le donne, le dissidenze e le persone de abajo in generale, ci troveremo in un condizioni migliori per continuare a costruire mondi diversi ed eterogenei.
Credo che qualora smettessimo di lottare e costruire il nuovo, il capitalismo rinascerebbe, anche nel mondo altro. La storia del Vecchio Antonio che dice che la lotta è come un cerchio, che inizia un giorno ma non finisce mai, è di estrema attualità.
La traduzione dell’articolo in greco su alterthess.gr Τα (υποτιθέμενα) όρια του καπιταλισμού
Il capitalismo è come un virus, si trasforma e si adatta alle condizioni che trova, tentando di essere sempre più letale.
Pensare che il capitalismo si possa superare solo agendo dal basso è altrettanto sbagliato quanto credere che lo si possa fare solo con una rivoluzione che prenda il potere e dall’alto realizzi l’esproprio.
Diceva Frei Betto che il comunismo aveva collettivizzato i beni e privatizzato i sogni, mentre il capitalismo ha privatizzato i beni e collettivizzato i sogni. Sogni che sono frutto di un’antropologia malata, dove c’è spazio solo per l’espansione illimitata della sfera dell’ego e che, almeno in occidente, è condivisa anche da chi quella sfera vede sempre più compressa perché perde diritti, lavoro e reddito. È l’idea stessa di libertà da rivedere, perché in tuttə è sempre più simile (la pandemia insegna) a quella che una volta fu definita “libera volpe in libero pollaio”.
Sarà la Terra, la provetta al cui interno il virus del capitalismo che è in ognunə di noi si espande, a porre un limite fisico a questa cattiva insensata infinitudine. Solo (?) ripensare le relazioni sotto il segno del limite di ciascunə e della nostra stessa specie, in un movimento convergente dal basso e dall’alto, può aiutarci a ricacciare il capitalismo nell’abisso da cui è uscito. Sapendo – in ciò ha ragione Zibechi – che per tenercelo bisognerà vigilare e resistere in continuazione.
Condivido le osservazioni di Fausto P. Il “capitalismo” è l’immagine “sociale” dell’egoismo che alberga in ogni uomo e donna. E forse neanche l’immagine peggiore.
Il vero problema non è come superare il capitalismo, ma come migliorare, non l’uomo, ma i singoli uomini. Il resto verrà da sé.
Condivido quanto scritto da Fausto ed Eugenio: siamo noi, ognuno di noi che deve cambiare profondamente. Passare dall’io al noi è parte di una rivoluzione che è antropologica, culturale ma sopratutto spirituale. Significa passare dalla sola comprensione alla esperienza diretta e personale che siamo uno …con tutto e tutti. Siamo arrivati al capolinea: o faremo questo salto o ci estingueremo come specie https://www.youtube.com/watch?v=9ZL9r-68Wk8&list=PLEiWHUGS5Qu6QcdNaQxL2JYwKWelXAzJy&index=12
Ho provato ad elaborare un progetto di transizione ATTIVA che prevede una serie di Progetti di “Decrescita del Capitalismo” con soluzioni vincenti ecosostenibili, un nuovo Sistema di Delega Politica con Democrazia Diretta. La Driving force di questi progetti è “l’intraprendenza condivisa” basata sulle metodologie Open Source e sulla condivisione del sapere su internet. Divulgherò presto questi documenti sul sito http://www.ilmondocheverra.com.
Saluti a tutti Vittorio Savarese