«Ma ti rendi conto di quel che hanno fatto a Falluja? Sugli americani, tutti, bisognava calare lo tsunami nel ’46». Alessandro, 15 anni, è un ragazzo simpatico, spiritoso, a volte geniale. Con lui, così fiero del verbo politicamente scorretto, citare Malcolm X, Chomsky o Cindy Sheehan non attacca. «Lo so, non può essere genetico. È un fatto di cultura», dice. Una crepa, nel muro che prova a costruirsi, si può aprire con la musica. Sta imparando a suonare e qualcuno ha suggerito a suo padre di regalargli dei cd di Frank Zappa. Non quello di «I don’t wanna get drafted» [«Non voglio essere arruolato»], sarebbe banale, ma quello che per trent’anni, da «Plastic People» in poi, ha demolito dall’interno una certa «antropologia sociale» made in Usa.
Zappa ha inventato con assoluto rigore divisioni ritmiche pazzesche e ha composto musica coltissima frantumando i confini delle identità e la sacralità dei generi, dal rock alle partiture orchestrali al cabaret più triviale.
Sì, Frank Zappa ha esagerato sempre e può mandare in pezzi qualsiasi muro, anche perché è stato divertente come nessun altro.
Quando, a metà 2006, a 40 anni dall’uscita di «Freak Out!», a Roma si terrà la seconda conferenza internazionale di «zappologia esemplastica», forse Alessandro ci sarà.
Pubblicato su Carta (come editoriale senza titolo)



Lascia un commento