Nel 1962 Jorma Kaukonen, poco più che ventenne, cominciava a girare per i caffè di San Francisco suonando brani di folk – blues molto tradizionali con una chitarra acustica comprata per pochi dollari. Kaukonen – che per tutta la settimana si è esibito al Big Marna di Roma – oggi ha 48 anni e si esibisce ancora con una chitarra acustica che pochissimo concede allo show, nel senso più moderno del termine, e molto al cuore e a una tecnica di finger picking tra le più originali. Nei 26 anni che lo dividono dall’inizio della sua carriera, il musicista californiano ha però saputo diventare un mostro sacro, un mito che molto ha contribuito alla formazione musicale di più generazioni. Nel suo album di ricordi: jam session con Hendrix e Janis Joplin, oltre alla lunga esperienza con i Jefferson Airplane, ai tempi di Woodstock, e con gli Hot Tuna, la «sua» formazione, quest’ultima.
A guardarlo oggi, con il dovuto rispetto, Jorma incarna l’immagine di un musicista molto serio, un folk-singer di notevoli qualità timbriche che, da protagonista, ha attraversato senza troppi drammi l’era del rock, del rock acido o psichedelico come si usava chiamarlo allora. I capelli sono ancora molto lunghi e raccolti dietro la nuca, le braccia tatuate a colori vivaci, il viso scavato dall’età e da qualche inevitabile eccesso, ben lontano però dall’autolesionismo programmatico che spesso ha falciato la sua generazione.
Kaukonen affronta in questi giorni l’ennesimo tour europeo in buona salute e con scelte precise e coraggiose. Scelte legate alla coerenza di un percorso musicale importante, che non ha mai «tradito» per riconoscere le mode del momento utilizzando innesti e sovrapposizioni posticce. Tanto
più se, come adesso, c’è da sfidare orecchie ormai abituate a ben altre sonorità e presenze sceniche.
La chitarra acustica – una vecchia Martin – il viso non certo tra i più espressivi, Kaukonen sta ritto sullo sgabello, quasi imperturbabile, senza uno straccio di battuta accattivante come vuole certa tradizione del blues acustico: l’artista si siede, prende la chitarra, mena i suoi colpi sullo strumento, ringrazia e se ne va.
Quella di Kaukonen però è musica del cuore, forse oggi più di vent’anni fa. Sta qui il suo limite dichiarato e la sua forza, quasi una cocciuta ostentazione. La via è quella della ricerca nella tradizione: dal country – blues del reverendo Gary Davis, alle ballate dolci e trasognate dei primi Jefferson Airplane (inevitabile un velo di emozione e nostalgia per chi ha passato i trent’anni), al meglio della produzione Hot Tuna, brani notissimi da cui molti chitarristi hanno faticosamente appreso i rudimenti del finger-picking, trascrizione chitarrista dello stile martellante del piano honky-tonk.
Oli, incauto e disinformato, era venuto a vedere il chitarrista acido degli anni ’70 o un moderno bluesman, magari con sfumature funky, se ne va deluso. Tutti gli altri, irretiti da un sapiente uso degli «armonici» o di un plettro «thumbpick» di plastica applicato al pollice per ottenere vigorose frustate e originali effetti percussivi sulle corde, hanno sopportato il caldo, già tremendo, del piccolo e affollato locale romano fino oltre l’una.
Qualcuno, tra i più giovani, rimane piacevolmente sorpreso che da una chitarra acustica si possa ottenere qualcosa dì più interessante e straordinario di un semplice accompagnamento alla voce calda di un uomo del blues. E non certo un uomo del mitico Delta. Semplicemente un bianco, di quasi cinquantanni, dall’aspetto tardo-freak.
Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto del 14 maggio 1988.



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