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Altreconomia e beni comuni : la via d’uscita

28 Giugno 2019 h. 17:30 20:00

ALTRECONOMIA E BENI COMUNI : LA VIA D’USCITA

VENERDI 28 GIUGNO ORE 17,30 EX CONVITTO MONACHELLE ARCO FELICE POZZUOLI(NA)

PROPOSTE PER UN LABORATORIO PERMANENTE

L’economia sociale di territorio  ( ri-territorializzazione dell’economia e della democrazia) .

Ciò di cui abbiamo veramente bisogno.

Si parla di Crisi da diversi anni. Una crisi economica, sociale, ecologica, morale, civile ,etc..

Quindi non solo quella finanziaria che , per i “tecnici”  e’ cominciata  nel 2007/2008.

Si parla di un vicolo cieco. Di cul-de-sac.    Di una impossibilità di superare questo modello economico  predatorio e dissipatorio , fondato sul dominio del mercato, sulla crescita infinita.

La megamacchina distruttiva.

La vera  “Crisi”  comincia prima, molto prima. E’ una crisi da Sovrapproduzione . E’ una crisi da “Crescita Infinita o illimitata “ (IVAN  ILLICH).  La  “ Globalizzazione “ è solo un tentativo del Capitalismo di  uscirne o di rimandarne “l’effetto  agonia” producendo nel migliore dei casi la stagnazione cronica. Non è possibile distribuire i benefici della  produzione in modo egualitario in sistemi – paesi  che vivono  di “scambio ineguale”. Nè è possibile distribuire egualitariamente i benefici della produzione in “sistema-paesi”  dove la diseguaglianza  economica cresce a dismisura anno dopo anno ( 1% contro il 99% ) . Ricchi contro Poveri.

Se queste tesi e fotografie dell’attuale sistema economico sono vere, la domanda fondamentale per cercare una via d’uscita è un’altra?

CHI,COSA,COME, QUANDO, PER CHI  SI PRODUCE ?

E’ UTILE CIO’ CHE PRODUCIAMO ?  O NON E’ ADDIRITTURA DANNOSO PER LA VITA ?

«L’economia capitalista consiste in 5miliardi di operai che fanno 100miliardi di chiodi e poi se li comprano, io chiederei ai sindacati e agli economisti: ma noi, con 100miliardi di chiodi, che ce famo?» Ascanio Celestini

Le riflessioni in atto sul Cambiamento climatico stanno portando alla luce queste domande ed anche alcune risposte.  Uscire dal Fossile, subito. Riuso e Riciclo delle risorse . Nuovi Sistemi fiscali e sociali  di distribuzione della Ricchezza esistente. Riduzione dell’orario di Lavoro e welfare di prossimità fondati sull’equilibrio tra reddito e lavoro. Autodeterminazione e Democrazia orizzontale  sui Bisogni Fondamentali: Cibo, Casa,Scuola ,Salute.

Un’altra domanda Fondamentale è che tipo di economia dobbiamo ri-costruire ?

Spesso viene posta in modo sbagliato . PUBBLICO O PRIVATO ?

Quasi tutti i settori produttivi e infrastrutturali italiani hanno sperimentato sia un regime gestito dallo Stato che quello privato. Una volta privatizzate e ridotte a spezzatino, l’elettronica e l’elettromeccanica sono quasi scomparse dall’Italia. Per le imprese, le privatizzazioni sono state una pacchia a spese dello Stato, i lavoratori sono invece sempre meno, condizioni e salari fortemente peggiorati. Nessun economista ha finora studiato il nesso tra privatizzazioni e calo della produttività, o esplosione di quel debito pubblico che la grande svendita avrebbe dovuto abbattere. L’impresa pubblica era invece minata da clientelismo, sottogoverno e intrusione dei partiti. Oggi il ritorno a quella gestione cambierebbe poco: a governare è la finanza internazionale e un’impresa pubblica di diritto privato (una SpA) non può avere obiettivi diversi da una privata: profitti e rendite. C’è un’alternativa? Sì, servizi, infrastrutture e produzioni di base sono beni comuni, ma solo se con controllo e gestione condivisi da parte della collettività. Sembra un’utopia solo perché a furia di non essere ascoltati si è perso il desiderio di partecipare alla vita pubblica.

La strada per ricostituire quell’interesse è la trasparenza e la pubblicità totale di bilanci, piani finanziari, contratti, tecnologie, remunerazioni: cose difficili, ma in ogni comitato popolare ci sono esperti per leggere e capire quei documenti e spiegarli agli altri. Così si tornerebbe a interessarsi alla cosa pubblica e a pretendere di essere ascoltati. E’ la democrazia partecipata che non è democrazia diretta né telematica, né è alternativa a quella rappresentativa.

La Riconversione Produttiva, Ecologica e Sociale dei Territori  passa attraverso delle “Conferenze Delle Produzioni e dei Servizi  del Territorio “ dove , una volta delineate le priorità  , i bisogni di comunità, le risorse territoriali (naturali e infrastrutturali), si attivano , gradualmente , processi di autorganizzazione collaborativi , in primis   dei servizi di base ( cibo con  produzione e distribuzione autorganizzata , case con sistemi di co-housing  e efficientamento energetico delle strutture , scuole con la partecipazione alla comunità educante  , salute con i presidi di garanzia e tutela ,  verde pubblico, manutenzione del territorio e delle risorse naturali , boschi, fiumi,laghi, mare , gestione dei rifiuti in un ottica di riduzione e riuso spinto, etc..  e successivamente anche della gestione delle produzioni considerate obsolescenti ( fabbriche in declino o ad alto impatto ambientale o delle catene commerciale funzionali ad un consumo acritico) con dei processi di recupero di quelle  dismesse o di acquisizione in forma cooperativa e di progressiva riconversione produttiva di quelle non funzionali all’economia trasformativa.

Molti di questi servizi di base ( che si costituiscono come Beni Comuni)   possono essere gestiti con Cooperative di comunità  che , gradualmente, possono estendersi ad altri bisogni, non elementari , ma comunque necessari ed eco-compatibili.

La riconversione ecologica, produttiva e sociale  dei territori muove anche da una necessità. E da uno scenario.   E’ lo scenario Collasso.

L´era del petrolio non ha forse i giorni contati? E che cosa ci si può aspettare in un mondo senza petrolio? Molto dipende da come si arriverà a quel punto: se in modo graduale e guidato, o in forma improvvisa e traumatica.

L’autodeterminazione economica passa per l’autodeterminazione ecologica. Senza se e senza ma . Ed anche con forme molto radicali seppure graduali. Possibile che ancora non si pratichi il “vuoto a rendere”? tanto per fare un esempio.

Una delle pratiche più efficaci per  non gettare, non sprecare. La lotta allo spreco una delle principali Politiche di una Comunità Responsabile.

Le comunità dovranno, inanzitutto, “ fare Resistenza” contro le Politiche dissennate , non funzionali al benessre e al ben vivir.. Contro le grandi Opere inutili. Ma non solo. Contemporanemente dovranno costuire le alternative economiche.

Le Grandi Opere inutili, imposte alle popolazioni in nome di uno sviluppo astratto che occulta l’accumulazione di profitti e il privilegio di pochissimi, sono una delle espressioni di un modello e di una cultura politica che non solo devasta i territori ma alimenta, giorno dopo giorno, la fine della vita di molte specie viventi nel pianeta. A cominciare da quella umana. Il tempo a nostra disposizione per salvarle sta finendo. Ce lo dicono, da tempo, centinaia di scienziati. Lo ripetono, ormai ogni giorno e in ogni angolo del pianeta, la furia dei venti, il fango e i deserti che avanzano e l’innalzamento del livello degli oceani.

Servono, quindi, moltissime piccole Opere , ad elevato utilizzo di manodopera, con forme di controllo popolare dei benefici ambientali e sociali delle stesse. Gli strumenti  sono sempre quelli delle cooperative di comunità. Che dialogano ,propongono, impulsano, le politiche pubbliche.

Non c’è bisogno di particolari studi per capire che, in questo contesto, agli umani il futuro riserva migrazioni epocali – di cui quelle d’oggi sono soltanto un assaggio – e conflitti crescenti. “un mondo pieno di guerre e conflitti per spartirsi le risorse residue”. Quanto siamo lontani dal punto di non ritorno? Possiamo discutere se ci vorrà qualche decennio in più o in meno, ma il percorso è quello descritto.

Ecco di cosa abbiamo veramente bisogno:

Bisogna adottare qui e ora migliaia di iniziative diffuse di conversione ecologica per garantire un futuro a noi e a chi verrà dopo di noi: impianti di fonti di energia rinnovabili sufficienti a soddisfare il fabbisogno di tutti e gestiti con Cooperative energetiche di comunità per l’autoproduzione energetica in loco; progetti di efficienza nell’uso dell’energia e dei materiali; un’agricoltura ecologica, di prossimità, gestita da imprese di piccola taglia insieme a una revisione radicale della nostra alimentazione; un’edilizia sostenibile, fondata soprattutto sul recupero del già costruito, ponendo un argine al consumo di suolo; la rigenerazione degli assetti idrogeologici del territorio e la salvaguardia degli ecosistemi; il tutto impegnandosi a fondo a promuovere la salute soprattutto attraverso la prevenzione in campo alimentare, ambientale e sui luoghi di lavoro, e a promuovere un’educazione e un’istruzione permanente alla portata di tutti. Oggi enunciare programmi come questi sembra un’utopia: il delirio di qualcuno che ha la testa tra le nuvole. Ma i disastri ambientali sono alle porte: negli ultimi anni, e soprattutto nell’ultimo, ne abbiamo avuto delle prove devastanti anche qui da noi. In altri paesi e altri continenti le popolazioni sono alle prese con conseguenze drammatiche dei cambiamenti già da parecchio tempo. E da dove altro viene, se no, quel flusso di migranti che cercano in tutti i modi di raggiungere l’Europa o gli Stati Uniti, e che è solo una minima parte di coloro che sono stati costretti ad abbandonare i loro paesi da una sopraggiunta invivibilità delle terre in cui hanno vissuto per secoli e millenni, ma che ciononostante né l’Europa della Commissione UE né gli Stati uniti di Trump sono disposti ad accogliere, pronti a erigere contro di loro muri, reticolati e barriere di ogni tipo, trasformando i rispettivi paesi in fortezze assediate?

Dobbiamo costruire sicurezza. Ma non la Sicurezza di Salvini, Trump,Bolsonaro.

Bensì la sicurezza di un lavoro e di un reddito, decenti, di una casa, della salute e dell’istruzione per tutti. Ma soprattutto, oggi che si sa quanto sia in forse, la salute del pianeta Terra, la sicurezza che l’umanità, i nostri figli e i nostri nipoti, ma anche quelli di tutti gli altri abitanti del pianeta, avranno ancora a disposizione un mondo vivibile; possibilmente migliore di quello che abbiamo trovato noi.

EX CONVITTO MONACHELLE ARCO FELICE

Via Raimondo Annecchino, 123M
Pozzuoli, 80078 Stati Uniti
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