D edicato ai 3.732 chilometri che separano la Casbah di Algeri dalle torri di Città del Capo…Sul pavimento del primo dei tre coloratissimi camion allestiti per la mostra itinerante “Arriva l’Africa” sono stati scritti dei versi, introducono a un bel viaggio didattico (poche certezze e molti interrogativi, sia chiaro) attraverso le tradizioni millenarie e i controversi processi politici e sociali dell’Africa che cambia millennio.
Dal 13 settembre 1997 (Firenze), quei versi sono stati calpestati da oltre un milione di persone (60% studenti) di 48 città italiane. I camion della campagna “Chiama l’Africa” (200 associazioni promotrici, diventate 600 cammin facendo) hanno percorso l’Italia per 70 mila km, isole incluse, fino alla tappa conclusiva romana, inserita nelle celebrazioni per il 50.mo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani.
C’è tuttavia un altro anniversario, più antico, che quelli di “Chiama l’Africa” hanno voluto tener bene a mente: nell’aprile del 1498, 500 anni fa, il navigatore portoghese Vasco De Gama, raggiunse Mombasa completando la circumnavigazione del continente prima di salpare verso le sconosciute coste asiatiche. Quella data segna l’inizio della colonizzazione del continente conclusa, a leggere i libri di storia, con le dichiarazioni di indipendenza degli anni 60. Ma i tre semi-rimorchi della mostra raccontano, tra l’altro, che quella colonizzazione non si è affatto conclusa. Ha assunto solo forme e agenti profondamente diversi: l’invasione dei prodotti di scarto e dei modelli culturali, il monopolio dei brevetti, il cappio del debito, le ricette del Fmi. E poi il business sui rifiuti nocivi, le missioni “umanitarie”, il traffico d’armi e migranti, quello di bambini e di organi. Tutto questo, e molto altro ancora, ruba ancora oggi “l’anima” all’Africa.
Le cifre di questo secolare, infinito saccheggio sono raccontate dalle immagini e dagli oggetti della mostra, vengono però contrapposte ai milioni di persone che ogni giorno resistono alle dittature costruendo fragili e instancabili esperienze di democrazia e sviluppando straordinarie espressioni artistiche. Sono gli amici di “Chiama l’Africa”, quelli che – ignorati da media disposti, nella migliore delle ipotesi, a informazioni distratte sulle tragedie di sempre – spingono agili piroghe nello stretto fiume che separa il possibile dall’improbabile.
Va ascritto pertanto ai promotori di questa esperienza non solo il merito di aver spiegato a un milione di italiani cos’è un “bou-bou”, qual è la capitale del Burundi o quanto sia ricco di talenti il cinema africano. Ma soprattutto quello di aver detto che di là dal Mediterraneo ci sono milioni di persone perfettamente in grado di argomentare sul perché la guerra non sia una vocazione ma serva sempre gli interessi di qualcuno; su dove e perché nascano le migrazioni del Duemila; su quante e quali connessioni ci siano tra la sete di intere popolazioni e gli interessi delle istituzioni finanziarie creditrici del debito estero. Molti africani, infine, saprebbero certo dir cose interessanti in merito al perché la ricerca scientifica sulla malaria sia universalmente ritenuta poco interessante.
Oggi, a Roma, la campagna “Chiama l’Africa” si conclude con un concerto in Campidoglio. Martedì erano finalmente giunta i “pellegrini” partiti da Mazara del Vallo il 30 novembre. A piedi, attraverso piccole e grandi città del sud di questo nord del mondo, avevano marciato, tra gli altri, anche Luigi Ciotti e Alex Zanotelli. E proprio la presenza del missionario comboniano andato a cercare il riscatto di tutte le periferie del mondo nella baraccopoli keniana di Korogocho ha rappresentato, dopo quelle dello scrittore nigeriano Wole Soyinka e dello storico camerunense Ki Zerbo, uno dei momenti più significativi di questo lungo percorso africano. L’arrivo di Zanotelli e dei suoi compagni nel festoso cortile-mercato chiuso a mo’ di piazza dai tre semirimorchi della mostra ha acceso la festa e aperto i sorrisi, serrati fino ad allora dal freddo intenso, dei molti che amano e conoscono il suo insegnamento.
“Quando ero direttore di Nigrizia – ha detto Zanotelli – guardavo le cifre delle nuove, moderne crocifissioni, ora invece guardo i volti. Lì c’è scritto tutto quanto c’è da capire”. Poi ha raccontato il senso del suo pellegrinaggio: chiedere perdono per 500 anni di malefatte e 10 milioni di schiavi deportati, ma chiedere, pretendere anche l’azzeramento del debito estero, la fine del commercio delle armi, una sanatoria generalizzata per i migranti”. Infine, Zanotelli si è scusato per il ritardo: “Ho rilasciato, per la prima volta, un’intervista alla tv vaticana, speriamo non mi censurino troppo”.
Pubblicato su il manifesto l’11 dicembre 1998



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