L’11 ottobre è stata la Giornata mondiale delle bambine e delle ragazze. Sembra assurdo che debba esistere una giornata, eppure è così. Eppure è terribilmente necessaria. È necessario ricordare che ci sono bambine spose. Che ci sono bambine che non ricevono un’istruzione, perché femmine. Che ci sono bambine abusate. Maltrattate. Piegate.

Certo, le nostre bambine, quando non vengono violentate da un prete o buttate giù da una finestra da un padre, come è successo, sono più fortunate. Per loro noi possiamo scegliere.

Possiamo scegliere di non metter loro in mano, immediatamente, una bambola.Di non dir loro costantemente di “comportarsi bene”. Entrare in libreria e acquistare per loro un libro di scienze o sui mezzi di trasporto. Possiamo non infiocchettarle subito e aspettare che siano loro a sciogliersi il colore che più le aggrada. Possiamo portarle in campagna e farle arrampicare sugli alberi. Possiamo non chiederle quando sono adolescenti: “Allora, ce l’hai il fidanzatino?”. Possiamo domandare invece: “Cosa desideri fare da grande?”. Possiamo non parlare dell’uomo della vita, che quella è una cazzata che ci inventiamo per convincerci che abbiamo fatto la scelta giusta, ma del lavoro, della formazione, quella sì che resta per sempre. Possiamo guardarle e aspettarci che non sempre si comportino “come si deve”, che non sempre facciamo le “brave”. Possiamo immaginare per loro un futuro diverso dall’avere un marito o vederle percorrere la navata con un abito bianco, lacrime agli occhi, come se fosse la massima aspirazione. La felicità non sta lì, ricordiamolo a noi stesse!

Dobbiamo spingere perché siano autonome, perché possano scegliere e essere libere. Perché non pensino che sia un uomo a dover pagare la cena, o che non pensino di essere in dovere per qualcosa.

E noi, nella nostra testa, dobbiamo iniziare a pensare che le nostre ragazze non sono “sistemate” quando si sposano, ma quando si realizzano.

Le donne tra i quindici e i ventinove anni hanno probabilità tre volte maggiori rispetto agli uomini di non lavorare, di non ricevere un’istruzione, né una formazione.

Abbiamo una grande responsabilità nelle nostre mani, soprattutto, quando educhiamo un maschio. Molto dipende da noi. Dalle parole che usiamo. Dalle scelte che facciamo. Da ciò che ci aspettiamo. Dobbiamo fare in modo che il “rosa”  e il “romanticismo” non offuschino qualsiasi tentativo di realizzazione.

Non dobbiamo crescere donne con le palle, ma ragazze consapevoli di potere, immaginare e desiderare.

Nella speranza di non essere più considerate il “sesso debole” e che non solo gli atti, ma anche il linguaggio rispecchi una società più equa e meno sessista. Più giusta, oserei dire.