Guardo gli occhi dei bambini. Sanno parlare. Raccontano storie. Figli di padri e madri. Che li amano. Madri e padri che farebbero di tutto per portarli in salvo. Per dargli il meglio. Come noi. Se fossero in pericolo.

Farebbero una traversata, ad esempio. Sussurrando parole di speranza verso un orizzonte che ancora non vedono.

Gli occhi dei bambini. Raccontano storie. Dicono che sono amici. A loro interessa il nome. Solo quello. Non da dove vengono. Nè cosa possiedono. Se litigano vogliono giustizia. La stessa. Pari diritti. Lei vuol fare la pipì, scappa anche a me. Perché lui può leggere un libro e io no?

Ce la insegnano.

Noi che i diritti li vendiamo a chi ci fa comodo. Noi che dividiamo i bambini. Dovrei farlo anch’io a scuola.

Gli italiani di qui. In prima fila. Gli altri di là. Dietro. Che intanto non  potranno mai dire la loro sul Paese in cui sono cresciuti. Ma se io chiedo: “Chi di voi ha i capelli castani?”, loro alzano la mano in cinque.“Chi li ha biondi?”, la alzano in sei. E così via. Ma se chiedo: Alzi la mano chi è italiano,  la alzano tutti. Quelli che hanno la pelle color cioccolato, e magari si disegnano rosa. Chi viene dall’India, dall’America latina o da altri Paesi. Tutti alzano la mano (qui l’appello Insegnanti per la cittadinanza sullo ius soli, ndr).

E conoscono l’uguaglianza.

Ce la insegnano.

E io disobbedisco a uno Stato che li divide e ha gelosia dei diritti. E si comporta molto peggio dei bambini. Che venga lui ad accarezzare la testa tra i banchi e gli insegni che la Diversità non è una risorsa ma Discriminazione. Io non lo farò mai.

I bambini sono bambini. Fanno parte del mondo che abitano. Del mio di sicuro. E quando stanno insieme, si abbracciano e mi dicono: “Lui è mio amico”. Io so che sono meglio di noi. Molto meglio. E che dovrebbero farle loro le leggi. E le cose funzionerebbero.

Io sto con loro. E sarà per sempre. Disobbedisco, appunto. E sapete il perché.

Sanno parlare gli occhi dei bambini. Raccontano belle storie. Dicono la verità. Quella che noi non siamo capaci di raccontare.

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* Insegnante e madre di due ragazze adolescenti. Sul sul suo blog sosdonne.com dice di scrivere “per necessità” e che la sua ragazza quindicenne fa i disegni (davvero belli, come quello di questo articolo). Ha autorizzato con piacere Comune a pubblicare i suoi articoli, è il suo modo di fare Comune insieme, “È bello in questo mondo un po’ bizzarro sentirsi meno soli”.
Ha aderito alla campagna Un mondo nuovo comincia da qui scrivendo:
Se c’é una libertà che abbiamo ancora, è quella di poter utilizzare le parole. Le parole sono potenti. Hanno la presunzione di cambiare le cose. Distruggere muri e creare ponti. Comune dona una possibilità alle parole, come quella di avvicinarsi alla verità, anche se scomoda. E lo fa nell’unico modo possibile, mettendo insieme e interrogandosi. Noi possiamo esserci. E farlo insieme in un progetto che unisce. Dicendo no a una società che divide. Penny