Con le armi in mano e con i libri in tasca. La guerra finita il 25 aprile del 1945 è stata combattuta così, almeno da quelli che non solo volevano vederla finire, ma che si preoccupavano anche che non ricominciasse, che non si portasse dietro ancora tanti anni di fascismo nascosto nella democrazia. C’erano più fascisti al potere nel 1950 che nel 1930. Erano quelli che avevano preso i tanti piccoli o grandi posti di comando durante il ventennio. Bisognava cambiare il paese anche con i libri. Bisognava insegnare che si può vivere in un altro modo.Forse era 15 o forse anche 16 anni fa che a Torino incontro Bianca Guidetti Serra. Me la fa conoscere Goffredo Fofi, anzi più che altro me lo impone. Mi dice che se voglio lavorare sul tema del lavoro (nel 2002 ho debuttato con lo spettacolo “Fabbrica”) devo sentire anche lei. Ci vado. Mi racconta un mucchio di storie e tra queste anche quella di Emanuele Artom, un partigiano. Mi dice che un giorno lo va a trovare in montagna e lui le chiede “portami dei libri. Ché i partigiani che stanno con me hanno vent’anni, sono nati e hanno vissuto col fascismo. Certi libri non glieli hanno fatti proprio conoscere. Il fascismo non è arrivato per caso, non ci è caduto in testa come una tegola. Noi vinceremo questa guerra, ma bisogna cambiare anche la cultura fascista della gente. Fargli conoscere quello che il fascismo gli ha nascosto per venti anni”.

 

Portami i libri” dice, non solo armi e cibo.

Alla fine della guerra Bianca Guidetti Serra sarà uno dei pochissimi avvocati donna di Torino. Durante la vita si occuperà sempre dei deboli, degli esclusi. Sarà una protagonista nelle lotte contro l’amianto, contro le schedature politiche in fabbrica, per i diritti dei bambini (suo è Il paese dei Celestini sui processi che servirono a denunciare i maltrattamenti negli orfanotrofi).

 

Ma oggi è il 25 aprile e voglio parlare di Emanuele Artom che chiede a Bianca Guidetti Serra di portargli i libri e lei se ne va alla galleria Subalpina a piazza Castello. Va da quello che chiamavano l’Ebreo. Lo chiamavano così forse “perché andava sempre vestito di nero, ma mi sa che mica era ebreo” mi dice. Trova qualche libro usato, ma cinque giorni dopo Artom viene arrestato.

Appena mi siedo davanti a lei e incomincio a registrarla, mi dice subito che “a quel tempo che arrestarono Emanuele Artom io stavo in fabbrica. Ci stavo dal ’39 per assistere gli operai, ma soprattutto le donne operaie”. Poi l’Italia è entrata in guerra e molte cose sono successe fino al 1943 quando a marzo scoppiano i primi scioperi. Passano un mucchio di settimane e gli americani sbarcano in Sicilia. “Ci si incomincia ad organizzare dal dicembre precedente. Erano quelli addetti alla manutenzione che facevano da collegamento per i reparti e preparavano lo sciopero. Erano quelli che potevano girare”. Ma non si poteva agire alla luce del giorno, bisognava operare clandestinamente.

“Cosa facevamo? – mi dice – C’erano i sussurri. A uno gli dicevi “questa è una vita da cani, bisogna fare qualcosa”. Si cominciava così e si vedeva quali erano le reazioni. Ecco, lo sciopero nacque da un grande sussurro prolungato.

Così passarono i mesi di gennaio e febbraio a parlare sottovoce. Si è arrivati a marzo e tutti aspettavano che partisse Mirafiori, che era lo stabilimento più grande, aveva 15.000 operai e 4.000 impiegati. Nel frattempo tra gli operai era nato una sorta di mito: “Chi sono quelli che preparano lo sciopero?”. Pochi sapevano e tutti aspettavano.

Si doveva partire il 5 marzo, al suono della sirena delle 10. Ma la Fiat, che sapeva tutto, quel giorno non fece suonare la sirena, così lo sciopero quel giorno fu incerto e per tutta la settimana andò avanti così, con alcune piccole fabbriche che si fermavano qua e là.

Poi l’11 marzo partì lo sciopero vero e si fermò tutto. Prima la Fiat ha minacciato di mandare tutti in galera, ma poi dovette accettare pure la richiesta di un aumento di stipendio di 300-400 lire.

Da allora le cose non furono più le stesse, altri scioperi ad agosto e poi l’8 settembre con tanti che se ne sono andati in montagna. Quelli non conosciuti dai fascisti, quelli non troppo compromessi politicamente sono rimasti in fabbrica e hanno preparato gli scioperi successivi, quelli del ’44 e infine quello insurrezionale dell’aprile ’45.

La guerra ai tedeschi si faceva dentro e fuori. Fuori con la lotta armata. Dentro coi sabotaggi alla produzione.

Bianca mi dice che “quando il 27 aprile i partigiani sono entrati a Torino le fabbriche erano state liberate già da un paio di giorni. I tedeschi si erano rassegnati, non riuscivano quasi a controllare la città, figurarsi le fabbriche”.

E io le chiedo di Emanuele Artom. Lui è stato liberato? Mi risponde che “no, l’hanno ammazzato”. Però poi c’è stato il processo. Il colpevole era un capitano di un reggimento SS italiano. Si chiamava Arturo Dal Dosso. Al processo lo condannano a morte, ma la pena capitale è stata abolita e così gli danno l’ergastolo. Ma il 22 giugno del ’46 c’era stata l’amnistia Togliatti per cancellare le condanne in occasione della proclamazione della Repubblica i delitti politici, ma con alcune esclusioni.

Arturo Dal Dosso è l’unico capitano in caserma quando viene arrestato Emanuele Artom, il più alto in grado e invece di dargli l’amnistia gli cambiano la pena. Invece che ergastolo, trent’anni di galera. In una successiva sanatoria la pena si riduce a dieci anni.

In quella caserma Emanuele Artom era stato:
– frustato con tubi di gomma e cinghie
– pesanti massi furono messi sul torso nudo e piagato
– sforacchiato a colpi di baionetta
– conficcati spilli sotto le unghie
– mozzato un orecchio
– ferito ad un occhio
– strappati denti e capelli
– immerso in acqua gelata e investito di acqua bollente
– poi messo su un somaro che viene fatto saltare a colpi di bastone. Un cappello in testa e una scopa in mano

Poi nel ’59 con l’amnistia proposta dal ministro Gonella si estinguono tutti i reati politici commessi dall’8 settembre ’43 al 18 giugno ’46 (con una parziale amnistia anche per i reati commessi successivamente). Li estingue se il condannato si costituisce all’autorità giudiziaria italiana.

Perché in tutto questo tempo Arturo Dal Dosso è stato latitante. Si ripresenta, ma non rischia di venire in Italia. In virtù di un decreto regio del 1858 che attribuiva al console l’autorità di giudice, il latitante Dal Dosso si presenta al console italiano di San Paolo il 29 luglio del ’59.
Il 2 ottobre è dichiarata estinta la pena.

Ma Arturo dal Dosso non era solo un fascista, lui era stato un lavoratore. Era ferroviere e fino alla condanna gli avevano dato pure la pensione, poi gli era stata tolta. Ora con l’annullamento della condanna fa una richiesta scritta, e lo Stato gli ridà la pensione. È il 26 novembre del ’60.

Il lettore accorto di questo post avrà notato che l’ultimo virgolettato che riporta l’intervista fatta alla Guidetti Serra sta quando mi dice che hanno ammazzato Artom. Il resto lo leggo su un libro che sempre Fofi ai tempi di Linea D’Ombra pubblicò con degli scritti dell’avvocato torinese (Storie di giustizia, ingiustizia e galera). Perché quando la incontro non si ricorda bene che fine fece il responsabile della morte di Artom. Io non le ho detto che lo sapevo perché l’avevo letto nel suo libro. Il fatto che l’avesse dimenticato mi pare un fatto più importante.

Mi chiedo: a chi appartiene la memoria? chi deve ricordare le cose? ci deve pensare lo Stato con le sue celebrazioni ufficiali? ci deve pensare la scuola?

Bianca è morta un giorno di giugno di tre anni fa. Anche se quel giorno se la fosse ricordata, oggi spetterebbe ad altri raccontare la storia di Artom e del processo che seguì alla Liberazione.

A Torino gli hanno intitolato una strada al partigiano Emanuele Artom. Sotto c’è scritto “caduto per la libertà”, ma tutta questa storia mica c’è scritta. Non è possibile scrivercela. E allora come dobbiamo fare per confrontarci con le memorie e il pericolo dell’oblio?

Io penso che sia possibile fare come quando mettiamo a posto casa. Dobbiamo fare ordine. Non possiamo tenerci tutto. Bisogna saper buttare via qualcosa, toglierla dall’armadio e metterla in cantina. O toglierla dalla cantina e buttarla. Certe storie bisogna lasciale ai libri, alla scuola e alle sue interrogazioni. Dobbiamo tenercele (le più remote come le più recenti, non è una questione di data) solo se ci teniamo veramente.

Per esempio gli anni 70 ci ha pensato qualcuno al posto nostro a buttarli nel secchio dell’immondizia, mentre io credo che quegli anni vadano conosciuti e ricordati. Anche gli anni 50 con gli operai che avevano combattuto per salvare le fabbriche dai tedeschi che volevano farle saltare in aria e poi hanno vissuto la repressione della polizia… anche quegli anni dovremmo ricordarli un po’.

E la lotta di Liberazione nazionale? Tutte le volte che sento le celebrazioni ufficiali penso che non serva a niente ricordarla, ma poi mi tornano in mente le voci di chi l’ha vissuta per davvero. Di chi aveva chiaro cosa fosse essere fascisti e cosa non esserlo. Bianca era amica di Norberto Bobbio che scrisse venti anni fa un libro nel quale si interrogava sulla destra, la sinistra e la loro differenza. Conosciamo da poche ore i risultati del primo turno delle presidenziali francesi, anche lì è possibile dichiararsi oltre gli schieramenti di destra o di sinistra. Lo fa Macron ed è uno dei mattoni con cui sta costruendo la sua vittoria. Hamon dice di essere di sinistra e non prende voti. Mélenchon dice di essere di sinistra e ne prende di più, ma se avesse fatto il ballottaggio avrebbe perso sia contro Macron che contro la Le Pen, il leader del Front National che tra i tanti populisti del nuovo millennio definisce il suo partito come “un grande movimento patriottico né di destra né di sinistra”.

Con un po’ di memoria capiremmo che le differenze sono più evidenti di prima. Dobbiamo studiare, servono i libri più della montagna di informazioni della rete. Come diceva Artom “il fascismo non è arrivato per caso, non ci è caduto in testa come una tegola”.

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* Pubblicato anche su un blog de Il fatto quotidiano