Da utopia a entropia, qui e ora

In tutto il mondo gruppi di «naufraghi dello sviluppo» hanno cominciato ad autorganizzarsi. Non ci sono ricette né strategie miracolose, non è un cambiamento soltanto etico né solo politico, non è soltanto collettivo né solo individuale, precipita sul nostro immaginario ma prima di tutto sulla vita di ogni giorno, ad esempio nello sperimentare percorsi con cui lavorare, produrre e consumare meno. “Una rivoluzione economica e sociale diretta a costruire un altro mondo – scrive Serge Latouche – Non si tratta soltanto di un futuro ipotetico… Questo mondo altro è anche dentro quello attuale e noi dobbiamo cercare e vivere, qui e ora…”

Unitierra (Oaxaca, Messico), una delle più importanti esperienze latinoamericane nate intorno ai temi della critica allo sviluppo e dell’autorganizzazione (leggi anche L’università della terra)

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di Serge Latouche*

Esattamente cinque secoli dopo la prima pubblicazione a Lovanio de L’Utopia di Tommaso Moro, Samuel Alexander, cittadino di un’altra isola, quella peraltro molto reale, l’Australia dove il sogno coloniale si avvicina al disastro, ci propone di esplorare «la migliore costituzione di una repubblica» (sottotitolo dell’Utopia di Moro) che dovrebbe risolvere non più soltanto il problema della giustizia tra gli uomini, ma anche quella dei rapporti dell’umanità con la natura, da cui ha tratto le sue origini.

In questo viaggio alla scoperta di un’altra isola immaginaria, Entropia, Samuel Alexander ci mostra come i «naufraghi dello sviluppo», cercando di sfuggire davanti alla minaccia del collasso della civilizzazione occidentale della crescita, si auto-organizzano per la sopravvivenza. Cominciano con una decrescita forzata, poi si trasformano in una specie di abbondanza frugale. L’auto-limitazione e la scoperta del senso della misura permettono ai sopravvissuti alla catastrofe di realizzare una microsocietà felice sulla base della semplicità volontaria. Questo viaggio costituisce anche la scoperta da parte di un universitario australiano, molto coinvolto nel movimento anglosassone della «semplicità volontaria», del progetto rivoluzionario latino della scelta della decrescita.

Decrescita scelta e semplicità volontaria condividono una lunga tradizione filosofica, che prevede una forma di limitazione dei bisogni per raggiungere la felicità. «L’uomo che non si accontenta di poco, secondo Epicuro, non è soddisfatto da niente». La mancanza di limiti della società del consumo non può che portare al fallimento, da qualche anno si assiste ad un rinnovato interesse per quelle visioni che, combinate con una critica delle dimensioni eccessive della modernità economica e tecnica (Ellul, Illch, Shumacher, Kohr), hanno trovato uno sbocco nella rottura radicale della decrescita. È quindi opportuno analizzare più a fondo ciò che è in gioco nel passaggio dalla semplicità volontaria alla decrescita.

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Nei paesi anglosassoni la semplicità volontaria trova una parte importante della sua ispirazione nella tradizione americana (vivere nella semplicità, ridimensionare, vivere semplicemente con stile) e più in particolare nella filosofia di Henry david Thoreau, sempre presente e attivo attraverso i sostenitori di una vita buona come H. e S. Nearing, oppure nelle esperienze concrete della vita selvaggia come quelle di Ch.McCandless. Da qualche anno si è quindi sviluppato tutto un movimento più strutturato di «deconsumazione», cioè di ridimensionamento e di semplicità volontaria (secondo iI Dizionario Conciso di Oxford, questo termine significa «modificare il proprio stile di vita passando ad un altro meno stressante»). Seguendo Duane Elgin negli Stati Uniti, Samuel Alexander ha propagandato questo messaggio in Australia. Si tratta quindi di lavorare, produrre, spendere e consumare meno, reagendo al consumerismo spinto al massimo.

Esiste anche una tradizione europea di etica della sobrietà. Essa può rivendicare la sua discendenza da Leone Tolstoi, ma anche quella da Lanza del Vasto, fondatore della Comunità dell’Arca. La riflessione sulla semplicità volontaria finisce spesso per incontrarsi con quella della decrescita. In questo modo, Pierre Rabhi e il movimento dei Colibrì costituiscono un collegamento tra l’etica personale della sobrietà e la trasformazione più radicale della società predicata dagli obiettori della crescita.

Nel suo libro sulla Convivialità, Ivan Illich già denunciava la condizione umana attuale, nella quale tutte le tecnologie diventano così invasive che non si saprebbe più trovare alcuna gioia se non praticando dei videogiochi. È importante sottolineare che la limitazione necessaria dei nostri consumi e della produzione e il blocco dello sfruttamento della natura e del lavoro da parte del capitale non significano, per lui, « un «ritorno» a una vita di privazioni e di fatica. Al contrario, ciò significa, – se si è capaci di rinunciare a delle comodità eccessive – una liberazione della creatività e la possibilità di vivere una vita dignitosa, sostituendo la corsa alla acquisizione di beni materiali con la ricerca di valori in grado di darci maggiori soddisfazioni. Le rare famiglie che scelgono di vivere senza televisione, è bene sottolinearlo, non sono da compiangere ; alle soddisfazioni che potrebbe offrire loro la «lanterna magica» essi preferiscono altre soddisfazioni: vita familiare o sociale, letture, giochi, attività artistiche, tempo libero per sognare e gustare semplicemente la «sobria ebbrezza della vita».

La rottura con l’ambiente consumerista dominante costituisce una scelta eroica che, pur essendo ragionevole, rischia di non essere sufficiente per salvare gli ecositemi necessari per la sopravvivenza dell’umanità. Quale che sia il nome con il quale definiamo l’etica auspicabile (frugalità, austerità, sobrietà, semplicità, rinuncia….) essa pone un certo numero di problemi che ne limitano la portata. Questi appelli alla semplicità volontaria e all’economia economa sono molto simpatici, ma hanno grandi possibilità di rimanere dei pii desideri, perché sappiamo che questi comportamenti debbono necessariamente essere estesi a tutta la società e che si può anche essere esposti ai danni dell’effetto rimbalzo.

Da una parte, la dipendenza dalla droga consumistica rende difficilmente concepibile una liberazione di massa dalla dipendenza dalla crescita, e d’altra parte il demone del consumismo che noi crediamo essere uscito dalla porta, potrebbe rientra con una forza ancora maggiore dalla finestra. Si pensa di salvare il pianeta andando a vivere in campagna per poter mangiare cibi biologici, ma si moltiplicano i percorsi in auto per andare in città per una molteplicità di buoni motivi. I «decrescenti» coscienziosi che vogliono veramente ridurre a scala globale l’impronta ecologica devono affrontare un vero rompicapo. L’acqua economizzata, l’aria non inquinata, il petrolio e l’energia non consumati, ecc. Restano disponibili per gli altri, che ancora rinchiusi nell’immaginario della crescita, vogliono produrre e consumare sempre di più. La logica globale è più forte del nostro volontarismo personale. È per questo che Murray Bookchin, dopo essersene molto interessato negli anni Sessanta, esprime, giunto al termine della sua vita, un giudizio molto negativo sul comportamento tipo stile di vita, cioè sulla semplicità volontaria.

Per quanto riguarda la decrescita, essa parte dalla constatazione fatta dall’economista Nicholas Georgescu-Roegen, che una crescita infinita è incompatibile con un pianeta finito. Di conseguenza essa propone un reale cambiamento del sistema. Uscire dalla società del consumo per costruire una società dell’abbondanza frugale ovvero della prosperità senza crescita, cioè una società autonoma ecosocialista. Si tratta di un progetto di società che si ispira alle idee di Jacques Ellul, Cornelius Castoriadis, Andrè Goerz o Murray Boolchin, con ciò vogliamo dire che è un progetto nello stesso tempo politico ed etico. Per gli obiettori della crescita, come per Aristotele, la politica non è concepibile senza un’etica, e viceversa, anche se è meglio non mescolare i due piani. Una politica che fosse solo un’etica sarebbe impotente o terroristica, ma una politica senza etica (che è quella nella quale viviamo, in particolare dopo la svolta degli anni 1990 e il grande salto all’indietro neoliberista) porta al trionfo della  banalità del male. La decrescita non si può quindi ridurre a una etica, sia quella della resistenza, della rivolta o della insurrezione, essa è nello stesso tempo una rivoluzione economica e sociale diretta a costruire un altro mondo.

Non si tratta quindi soltanto di un futuro ipotetico, che, per quanto sia desiderabile, noi con ogni probabilità non conosceremo mai. Questo mondo altro è quindi anche dentro quello attuale e noi dobbiamo cercare e vivere, qui e ora. La via della decrescita costituisce in primo luogo una scelta come la semplicità volontaria, la decrescita scelta non è la decrescita subita. Pertanto, essa non si riassume soltanto nell’etica della sobrietà, rischiando in qualche modo che, per reazione, si cada in un integrismo ascetico con risonanze mistiche, che non è totalmente assente negli adepti della sola semplicità volontaria.

Il cambiamento di immaginario che permetterebbe di garantire il trionfo di una società della decrescita, se non è il risultato di una decisione, risulta in ogni caso formato da una molteplicità di modifiche delle mentalità che sono in parte preparate dalla propaganda e dall’’esempio. È necessario che le mentalità siano in «oscillazione», se si vuole che il sistema cominci a cambiare e si verifichino degli effetti reciproci. L’uscita dal cerchio implica l’innesto di una dinamica virtuosa: ad esempio imponendo delle regole diverse come la riduzione drastica del tempo dedicato al lavoro, l’internalizzazione degli effetti esterni, la spinta ad usare delle tecniche più conviviali, la penalizzazione delle spese nocive come quelle destinate alla pubblicità e così via. In questo modo, la sfera della società conviviale potrebbe finire per inglobare e riassorbire quella dell’economia produttivista.

Dato che non abbiamo né ricette né strategie miracolose, è indubbio che si può solo cominciare con modalità modeste e in primo luogo ciascuno al proprio livello. La semplicità volontaria costituisce una buona preparazione per affrontare le crisi che verranno e avviare uno scenario di decrescita. Essa è contemporaneamente un igiene di vita, una rivoluzione personale e ha valore di esempio. Tuttavia, è importane non perdere di vista l’ambizioso obiettivo finale. Il movimento delle città in transizione che sta sbocciando in Inghilterra è probabilmente la forma di costruzione dal basso di ciò che si avvicina di più ad una società urbana della decrescita. Queste città, secondo la carta della rete, perseguono in primo luogo l’autosufficienza energetica in previsione della fine delle energie fossili e più in generale la resilienza, vale a dire la capacità di affrontare le sfide della crisi ecologica. Per ritrovare il senso della misura necessario alla sopravvivenza della specie umana, c’è bisogno di articolare l’etica della semplicità volontaria con un progetto politico di decrescita globale.

Tutto ciò è ben illustrato e analizzato proprio nel romanzo di anticipazione del nostro autore. Come il 1984 di Georges Orwell o Il migliore dei mondi di Aldous Huxley e a differenza della maggior parte della letteratura di fantascienza, Entropia non ha come scopo fondamentale il puro divertimento, ma tende, attraverso la messa in scena di un futuro probabile a formulare una critica della situazione attuale e a mostrare i pericoli dei processi evolutivi nei quali siamo impegnati, per farci toccare con mano le minacce che pesano sull’avvenire se non riusciamo a reagire in tempo. Scritto con un vero senso del racconto romanzato, questo libro, che è anche un percorso iniziatico, non manca né di tensione né di senso dell’umorismo. Quindi è importante non svelare l’intrigo e lasciare al lettore la possibilità di scoprire la conclusione, che ha costituito, per l’autore di queste linee, una reale sorpresa. Speriamo che avvenga la stessa cosa per il lettore.

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* Professore emerito di economia all’Universitè d’Orsay, obiettore di crescita. Altri articoli di Latouche inviati a Comune sono leggibili qui

Prefazione a Entropia, testo pubblicato in Francia, di Samuel Alexander (titolo originale completo della prefazione Da Utopia a Entropia, un viaggio tra semplicità volontaria e decrescita). Traduzione di Alberto Castagnola per Comune.

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