Siamo tutti coinvolti. Ogni giorno

Il corteo spontaneo di giovedì e quello promosso per sabato a Centocelle mostrano un pezzo di città che rifiuta violenza, pregiudizi, povertà. Che sceglie l’unica risposta importante, ma poco mediatica, ricomporre prima di tutto i legami sociali nel quartiere. Del resto molti non dimenticano che in questa parte della città (che ha ospitato, fino a pochi anni fa, i più grandi insediamenti spontanei Rom e Sinti d’Europa, Casilino 700 e 900), sono nate dal basso meravigliose esperienze sociali ed educative, non dimenticano che ci sono scuole elementari aperte al territorio come la Iqbal Masiq, guidata fino a pochi anni fa dalla amata Simonetta Salacone, di cui sono stati e sono protagonisti i bambini e con loro gli insegnanti, i genitori, gli operatori del volontariato e dell’associazionismo

di Pina Marchese de Girolamo

Dopo la notizia, il tam tam nel quartiere è diventato una chiamata per tante e tanti a raccogliersi attorno al dolore comune di questa tragedia della povertà, di queste inaccettabili morti. Gli abitanti di Centocelle continuano a portare fiori, i bambini lettere e disegni nel parcheggio di via Guattari, dove sono morte Elisabeth, Francesca, Angelica. Una violenza assurda, cieca, irreparabile, uno strazio insopportabile per la famiglia, una ferita per tutto il quartiere e la città.

Abitanti, famiglie, bambini, insegnanti, attivisti, operatori della Roma sociale e solidale si sono ritrovati il giorno dopo (giovedì 11 maggio) a testimoniare vicinanza e solidarietà alla famiglia e a manifestare contro le politiche di discriminazione e ingiustizia verso Rom e Sinti poveri, a cui, insieme ai tanti poveri di questa città, italiani e migranti, si nega il sostegno necessario per vivere.

“Sono morti del quartiere. Siamo tutti coinvolti” è scritto su un pezzo di stoffa, insieme ai mazzi di fiori e alle tante testimonianze di affetto, rabbia, indignazione.

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Romano Halinovic e Mela Hadzovic sono nati e hanno sempre vissuto in Italia e qui sono nate le figlie e i figli, undici, vivendo tra un camper, un campo informale e quelli comunali, ipocritamente chiamati villaggi della solidarietà. Una famiglia a cui sono stati negati tutti i diritti, tra questi quello alla casa. Una condizione comune alla gran parte dei Rom che risiedono in questa città e che si vedono recapitare, come la famiglia Halilovic, decreti di espulsione verso magari il paese dei genitori, che non hanno mai visto. Circa 4.500 persone quelli che vivono nei campi attrezzati, secondo l’ultimo censimento del Comune di Roma. Un pugno di donne e uomini e molti bambini (il 60 per cento di Rom e Sinti sono hanno meno di diciotto anni) in una città di più di tre milioni di abitanti, perseguitati dai pregiudizi, che in questa, come in altre tragedie, diventano esplicito odio etnico.

Al succedersi delle Amministrazioni, il medesimo copione, un lastricato di intenzioni e nessun radicale mutamento delle condizioni di vita dei più poveri tra i poveri.

Discriminazione, segregazione abitativa, ridotto accesso al welfare e alla salute, all’istruzione e all’educazione, una corsa ad ostacoli per il vivere quotidiano. Rivolgersi ai servizi sociali diviene addirittura una minaccia per molti nuclei familiari, che rischiano di disgregarsi e vedere i figli inviati in casa famiglia. Persino l’accesso al trasporto pubblico diviene l’ennesima occasione di discriminazione. Chiunque può assistere agli interventi di soldati e poliziotti in borghese che, nella metropolitana, come azione di prevenzione del borseggio, impediscono alle giovani Rom, che hanno pagato il biglietto, di salire sui treni. Un ennesimo abuso.

Dagli anni Novanta in poi la politica italiana si è mostrata ben lontana dal rispettare i valori fondamentali condivisi, nel 1965, nella Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, firmata anche dal nostro insieme ad altri 176 paesi. Una politica, che viola sistematicamente i diritti umani, considerata inaccettabile dalle Nazioni Unite, perché basata sulla segregazione abitativa, in campi, sovente con condizioni igienico-sanitarie precarie, collocati ai margini dei centri abitati, con difficoltà di accesso ai servizi sociali ed educativi. Che si accompagna a sgomberi forzati degli insediamenti spontanei, succedutisi più o meno violentemente, secondo la stagione politica (Giubileo, Expo, Ricambio politico), senza offrire valide alternative abitative.

Anche la Strategia nazionale per l’inclusione dei Rom, adottata dopo ripetute deplorazioni e condanne della politica discriminatoria italiana verso Rom e Sinti, da parte del Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione razziale, resta sostanzialmente sulla carta. È questa politica che ha alimentato e alimenta, per prima, pregiudizi, stereotipi, marginalizzazione, esclusione, atteggiamenti negativi nei confronti delle popolazioni Rom e Sinti. Ne costituisce l’humus e la sostanza, su cui si impianta l’alfabeto dell’odio, amplificato dai principali media e bussola della peggiore politica italiana, orientata a intercettare le pance colitiche, in vista delle prossime elezioni. Come ricorda Alexian Santino Spinelli, la segregazione razziale, il porrajmos, la persecuzione subita dalle minoranze linguistiche Sinti e Rom durante il fascismo, non sono mai finiti. E il terribile prezzo di questa situazione lo pagano per primi i bambini.

Il corteo spontaneo, che si avvia lungo le strade del quartiere, segna la linea di demarcazione da qualsiasi manipolazione mediatica che intenda ridurre il peso della indiscutibile e grave responsabilità della politica, passata e attuale, in questa ennesima tragedia della povertà. Alla testa del corteo lo striscione “100 celle antirazzista” afferma una realtà storica di questo quartiere, che segna il punto da cui ripartire.

In questa parte della città, che ha ospitato, fino a pochi anni fa, i più grandi insediamenti spontanei Rom e Sinti d’Europa, Casilino 700 e 900, sono nate meravigliose esperienze umane, sociali, educative. Esperienze inclusive, innovative, solidali, che si sono arricchite delle relazioni umane tra abitanti del quartiere, di case e campi. Tessiture sociali fiorite dentro e fuori la scuola elementare Iqbal Masiq, guidata dalla amata Simonetta Salacone di cui sono stati protagonisti i bambini e con loro gli insegnanti, i genitori, gli operatori del volontariato e dell’associazionismo. Molti di loro erano presenti a testimoniare solidarietà alla famiglia e manifestare.

È stato importante riconoscersi e ritrovarsi, nel silenzio doloroso, nella presa di parola, nei corpi per le strade del quartiere a ribadire che si deve voltare radicalmente pagina e che i mandanti sono le politiche di questo paese e di questa città. Contrastare le povertà, l’esclusione, la discriminazione, la privazione dei diritti, ricostituire legami sociali inclusivi e solidali, nei nostri quartieri, contro i diktat del debito, i tagli al welfare, le guerre tra poveri, le politiche che arricchiscono pochi e impoveriscono i tanti. Interrogando cosa sia essere comunità inclusiva e solidale, oggi, nella moltitudine di linguaggi, differenze, bisogni. Questo il lavoro impegnativo, necessario e urgente, l’antidoto alla banalità del male, fungo contagioso che si nutre di indifferenza, egoismo, intolleranza e che va fermato.

Non vi dimenticheremo.

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Per Angelica, Francesca, Elisabeth, contro ogni povertà, esclusione, discriminazione, privazione dei diritti, Sabato 13 maggio saremo nuovamente in piazza a Centocelle con un corteo che partirà da piazza dei Mirti alle 16. Chiediamo a tutte e tutti di partecipare (evento facebook).

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1 risposta a “Siamo tutti coinvolti. Ogni giorno”

  1. 12 maggio 2017 at 18:16 #

    L’Amore, anche quello della gente solidale, è più grande e forte di ogni male. Non lasciatevi turbare … ed anche nel nome di queste giovani vittime continuate con ancor più slancio là dove avete saputo testimoniare socialità, solidarietà, amore per il bene comune. Siamo con voi! E se volete che organizziamo un incontro di “Bibliodramma assembleare”veniamo gratuitamente. (www.bibliodrama.it)

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