Pedagogia critica. Si salpi chi può…

La scorciatoia di cercare sistemi o modelli da applicare è una trappola in cui cadiamo spesso, nei movimenti sociali, nelle comunità territoriali, nella pedagogia critica (quella che ruota intorno al pensiero e alle esperienze di Maria Montessori, Lorenzo Milani, Mario Lodi ma anche Célestin Freinet, Johann Heinrich Pestalozzi, Gianni Rodari e molti altri e altre). Ma se vogliamo coltivare ogni giorno una coscienza critica sulla realtà dobbiamo esser disponibili ad accogliere l’eventualità dell’arrivo di qualcosa o qualcuno che scombini qualsiasi modello. La sostanza della realtà quotidiana, degli uomini e delle donne in carne e ossa, è sempre complessa e rende ogni sistema una gabbia, una trappola. Del resto, i grandi maestri hanno lasciato metodi di lavoro, non sistemi chiusi. Forse sarebbe sufficiente fare un po’ come i mozzi, “purché si salpi, di bonaccia o di tempesta – scrive Carlo Ridolfi -, abbandonando l’illusione letale di un mare fermo una volta per sempre…”

Le foto di questo articolo sono tratte dalla pagina facebook della Rete di cooperazione educativa

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di Carlo Ridolfi*

Il mio amico Paolo Mai (educatore, tra i fondatori dell’asilo nel bosco di Ostia, ndr) è romanista. Io tengo per il Milan, come si diceva un tempo. Ma al di là della diversa affezione per la squadra del cuore, abbiamo moltissime cose in comune. Ad esempio, per rimanere in ambito calcistico, ma usandolo come metafora, la pensiamo in modo affine sulla questione dei maestri di pedagogia e della loro eredità[1].

A leggere la storia del calcio e dei diversi modi di mettere le squadre in campo si ritrovano, in epoche ormai remote, coloro che propendevano per il metodo e quelli che erano appassionati del sistema.

Senza entrare nei dettagli tattici, basti ricordare che il metodo fu adottato da Vittorio Pozzo per la nazionale che vinse due titoli mondiali nel 1934 e nel 1938 e poi dalla Juventus che portò a casa cinque scudetti di fila tra il 1931 e il 1935 e dal Bologna ricordato come lo squadrone che tremare il mondo fa; il sistema, da parte sua, era quello dell’Arsenal e del Grande Torino che dominò fino alla tragedia di Superga. Moduli di gioco entrambi con piena dignità ed efficacia nei risultati, quindi.

Diversa è la questione se risaliamo al significato delle parole e le applichiamo alle strategie pedagogiche.

Un metodo, secondo il vocabolario, è:

“Il modo, la via, il procedimento seguito nel perseguire uno scopo”.

Un sistema, invece, si definisce come:

“Un insieme di elementi interconnessi tra di loro o con l’ambiente esterno tramite reciproche relazioni, ma se si comporta come un tutt’uno, secondo proprie regole generali”.

Ciascuno di noi, nella vita quotidiana, ha a che fare sia con metodi che con sistemi. Non è questo il problema. Il problema sorge, come ha ben argomentato Paolo Mai, quando, quasi sempre da parte di chi viene dopo i maestri precursori, si tende a ipostatizzare un metodo e a trasformarlo in sistema, chiuso e impermeabile.

Per ragioni anagrafiche o di distanza geografica o semplicemente per mancate occasioni a pochi di noi è accaduto di conoscere direttamente Maria Montessori o don Lorenzo Milani o, se volessimo continuare nell’albero genealogico dei maestri precursori, Pestalozzi e Froebel, Dewey e Ferrer, Korczack e Freinet, Munari e Rodari, Freire e Manzi. Possiamo inferire dai loro scritti e dagli studi su di loro, oltre che dalle applicazioni pratiche delle moltissime indicazioni preziose che da loro abbiamo avuto, quale sia stato il loro generale intendimento.

Ho personalmente avuto la grandissima fortuna di conoscere direttamente e di poter collaborare per parecchi anni con Mario Lodi. Maestro precursore, vero albero maestro di una nave spesso malandata ma che non rinuncia a navigare come quella della pedagogia. Mi sento di poter affermare che Mario Lodi ci ha ben indicato un metodo di lavoro – come si capisce bene leggendo i suoi diari di lavoro o vedendo e rivedendo il magnifico documentario di Vittorio De Seta che lo ritrae in azione – senza mai la pretesa che questo fosse il sistema unico e irrinunciabile per raggiungere gli scopi pedagogici e didattici che si prefiggeva. Anzi, la riduzione a sistema chiuso sarebbe stata con piena certezza una procedura che il maestro di Piadena avrebbe rifiutato con decisione.

La ricchezza vera di un metodo pedagogico è proprio quella di sapere che qualsiasi sia il punto di partenza e l’ambito di applicazione immaginato, qualsiasi siano i confini del campo di azione che ci si è prefigurato, è necessario esser disponibili ad accogliere l’eventualità dell’arrivo di qualcosa o qualcuno che scombini il piano previsto. Arrivo che può non essere automaticamente positivo: esistono anche le brutte sorprese, le delusioni, gli errori e le sconfitte. Ma chiunque immagini – e secondo me nessuno dei veri maestri precursori ha mai avuto una pretesa del genere – di aver trovato il definitivo modello educativo è destinato a dover ben presto prender atto di essere caduto nella trappola della rana raccontata da Fedro, che volle imitare il bue e si gonfiò fino a scoppiare.

Ne discende, di conseguenza logica, la presa d’atto che la vera eredità di questi maestri precursori non è né può essere solo quella materiale che viene di solito lasciata, con piena legittimità, a famigliari e parenti, ma è l’indicazione di un campo di azione da seguire secondo alcuni criteri metodologici, sufficientemente vasto e suscettibile di modifiche, aggiustamenti, correzioni e innovazioni, da essere grande quanto il mondo fin qui conosciuto. Da Tommaso Moro ad Alain Goussot, per segnare solo il primo e l’ultimo in un ideale albero genealogico, costoro sono diventati di tutti. Di tutti coloro, almeno, che abbiano la voglia e il coraggio e la passione e a volte la felice incoscienza di seguirne le indicazioni per scoprire magari terre del sapere fino a qui incognite.
L’apparente intangibilità dei sistemi definitivi ha come corollario, molto spesso, l’utilizzo di parole-bolla che si alzano nel vento e volano abbacinanti per qualche istante. Curiosamente molte di esse iniziano con la radice co-: comunità; condivisione; cooperazione; collettivo…etc.

La sostanza della realtà quotidiana, degli uomini e delle donne in carne e ossa, ha come effetto quello di farle scoppiare dopo il breve volo colorato e di far sentire ciò che di vero c’è al loro interno, che quasi sempre è: “me per primo”; “io di più”; “specchio… specchio delle mie brame… chi è il miglior educatore del reame?”, o, come ebbe a dire in modo forse davvero insuperabile Giorgio Gaber:

“non sopporto chi pensa di essere al centro del mondo e non sa che al centro del mondo ci sono io!”.

Partiti per andare lontano, nani sulle spalle di giganti che abbiamo voluto ridurre a monumenti, rischieremmo così di trovarci liquefatti dopo pochi passi. Tuttavia “bolla”, sempre a prender mano il vocabolario, può significare, oltre che “piccola sfera piena d’aria o di gas, che si produce sulla superficie di liquidi in movimento, in ebollizione o in fermentazione”, anche “impronta del sigillo con cui si contrassegnavano le pubbliche scritture e gli impegni solenni”. Sarebbe quindi bene, ogni tanto, usare anche qualche parola-sigillo, che segni la corrispondenza almeno tendenziale tra ciò che si dice e le azioni concrete che si compiono.

A ottant’anni dalla morte di Antonio Gramsci – ottanta, ma sembrano dieci volte tanto – proviamo ad avere profitto dall’occasione per tornare a riflettere, ad esempio, sul rapporto fra teoria e prassi[2].

Senza eccedere nella fiducia dei corsi della storia in forma di pendolo, possiamo in partenza ricordare che ci sono stati anni[3] nei quali il discorrere di teoria fu senz’altro predominante, a volte defatigante, a volte persino velleitario. A quegli ne sono succeduti altri, fino al tempo che stiamo vivendo, in cui si è posto molto più l’accento sulla pratica, spesso declinata al plurale, sovente con un aggettivo qualificativo al fianco (le buone pratiche).

Gramsci scrisse pagine indimenticabili e tuttora preziosissime sulla necessità di coniugare incessantemente teorie e pratiche: le une da sole sarebbero accademia infeconda, da sole le seconde si limiterebbero ad un intervento privo di coscienza critica sulla realtà.

Come canta Johnny Cash nella splendida Breaking Bread:

«Non è l’orzo o il grano, non è il forno o il calore: ciò che rende questo pane così buono da mangiare è il bisogno e la condivisione, che rendono il pasto completo».

Cioè, per tornare a noi, senza pensiero che si depositi e lieviti non si impasta nulla, così come senza una comunità vera che produca alternative di vita economica e sociale le nostre belle intenzioni rimarrebbero al più nel cielo delle idee.

A dichiararci metodisti rischieremmo di essere scambiati per gli aderenti ad una (rispettabilissima) professione di fede protestante. Sicuramente non ci piacerebbe esser considerati sistemici, che suona anche un po’ come una specie di patologia. Di certo sappiamo di poter godere di un grande patrimonio lasciatoci dai maestri precursori e di avere in eredità l’impegno e il dovere non solo di mantenerne viva la memoria e la conoscenza delle opere, ma anche di tener saldo il testimone da passare a quelli che verranno dopo di noi e che insieme a noi stanno già sulla tolda nella nave pedagogica. Forse sarebbe sufficiente definirci mozzi, purché si salpi, di bonaccia o di tempesta, abbandonando l’illusione letale di un mare fermo una volta per sempre.

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NOTE
1 Paolo Mai: Don Jeanjacques MontesSteiner in Freire, sul blog lavitabela.it o in Comune come Catalogare, cioè impoverire.
2 Ricordando, nel frattempo, che è uscito un bellissimo ed importante libro. Angelo D’Orsi: Gramsci. Una nuova biografia. Feltrinelli. Milano, 2017.
3 Si veda il bel documentario Assalto al cielo, regìa di Francesco Munzi

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* Coordinatore della Rete di Cooperazione Educativa. Ha aderito alla campagna Facciamo Comune insieme

 

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1 risposta a “Pedagogia critica. Si salpi chi può…”

  1. Eluseide
    19 maggio 2017 at 15:57 #

    Sante parole. Si può dire? Si, si può dire!
    Sono stata educatrice, seguivo indicazioni, suggerimenti, visioni…. elaborate dalla mia ricerca per trovare il mio senso. Ho incontrato -letto- ‘maestri’ che mi hanno aperto, confermato, chiarito e fatta riflettere. L’handicapp della loro non presenza mi ha ‘costretto’ a farmi carico di me nelle mie scelte. Ho lavorato sola con progetti proposti alla scuola. Non ero identificata…..che metodo seguivo? a chi mi rifacevo? Non essendo stata allieva diretta di nessuno, non mi sono mai sentita il diritto di identificarmi. E sapevo di sperimentare, Come ogni giorno ogni volta sempre sperimenti perchè situazioni condizioni sempre sono nuovi…mai vissuti prima, e sono nuovi ….i bimbi e nuovo ogni loro giorno.
    Fatica a comprendere e attacchi di traverso per ignoranza li ho avuti, sia da insegnanti che genitori, ma continuavo fiduciosa perchè sentivo di parlare la lingua dei bimbi.
    Ora faccio altro, ma provo la stessa nausea e rifiuto istintivo per gli ‘autoidentificati’ che allo stesso modo si propongono agli adulti. Una marea di ‘mostrine’ e ‘bisogno di permessi per entrare’. E la sensazione di pesce fuor d’acqua anche tra chi penseresti che…..
    Il mozzo fatica ma naviga su ogni mare e non si cura di chi è: è il mozzo e adora il mare.

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