Si cade e ci si rialza. Questo è

di Penny*

Ai figli dobbiamo dire che il fallimento è una grande possibilità. Che si cade e ci si rialza. Una frase piena di senso, almeno per me che l’ho scritta. Forse prima di insegnarla ai nostri figli dovremmo farla nostra.

Siamo una società che non sa fallire. Incapaci di accettare la perdita, di cedere il passo, di non possedere l’altro. In una corsa al successo che ci vuole spesso uomini forti e donne accondiscendenti. Incastrati in un tipo d’amore che, a volte, amore non è.

Ho cercato il nome dell’insegnante morta lunedì Primo maggio. Ma non l’ho trovato. C’erano indicati solo la professione di lui, dirigente di banca, e quella di lei. In questa ennesima tragica storia c’è il cuore di una città, Roma. Qui non c’è povertà né disagio culturale. Ci siamo noi, quelli normali. A noi non potrebbe capitare, e forse è così. Ma forse anche loro lo pensavano, fino all’altra notte. Loro che avevano dei figli, a cui un tempo sarà stata raccontata una favola, una delle tante. Di principi coraggiosi e principesse da salvare. Loro che sono stati figli di altri come noi.

Ci sono un uomo e una donna che avevano una buona posizione sociale. Lui le ha fracassato il cranio mentre dormiva. Voleva lasciarlo.

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La  verità è che non sappiamo lasciarci. Invece dovremmo impararlo come si impara ad amare. Dovrebbero insegnarcelo a scuola. Insegnarci che l’amore finisce e si può ricominciare. Finisce lui, non noi.

Ricordo, alcuni mesi fa, la storia di quel broker di Trento. Bella casa, bella macchina, bella famiglia. Ha ucciso se stesso dopo aver ucciso i suoi bambini a martellate. Morti insieme alla sua incapacità di reggere lo sbaglio, l’errore e l’ammissione di colpa.

Dovremmo imparare a perdere, e farlo da piccoli. Insegnarlo ai nostri figli. Prendere un brutto voto e non essere giustificati subito. Reggersi la frustrazione di un No a quindici anni dalla fidanzatina senza farne tragedie, di un No per la richiesta di un motorino o del cellulare nuovo, un No se non si studia.

E dovremmo essere un nome. Proprio nel fallimento. Un ritorno indietro, un chiedere scusa, non ci sono riuscito, non ce l’ho fatta. Imparare la resa.

Imparare ad essere uomini e donne e genitori fallibili. E mostrarla questa fallibilità. Come si mostra la tenerezza e l’amore. È proprio così, è da questo che s’impara, non da altro. Dalle cadute. E per farlo dobbiamo cadere tanto. Per insegnare ai nostri figli come si fa a rialzarsi. E loro sapranno che qualunque cosa succeda saranno capaci di ricominciare. Perché hanno imparato a cadere. E lo hanno imparato da noi.

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* Insegnante e madre di due ragazze adolescenti. Sul sul suo blog dice di scrivere “per necessità” e che la sua ragazza quindicenne fa i disegni (davvero belli, come quello di questa pagina). Ha autorizzato con piacere Comune a pubblicare i suoi articoli, è il suo modo di fare Comune insieme, “è bello in questo mondo un po’ bizzarro sentirsi meno soli”

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