Il ritmo letale del consumismo

Ventimila metri quadrati di teli termici per proteggere dai raggi del sole il ghiacciaio che alimenta in Svizzera il fiume Rodano, sembra una barzelletta ma non lo è affatto. E poi il Columbia, uno dei principali ghiacciai del Nordamerica che continua ad arretrare in modo impressionante. Avanza invece verso il Canada il corteo di iceberg che hanno lasciato la Groenlandia. Il riscaldamento del pianeta produce effetti stupefacenti, sempre più visibili e repentini, la rassegna delle notizie selezionate in aprile  da Alberto Castagnola lo mostra con chiarezza. Secondo l’antropologo indiano Amitav Ghoshi, il cambiamento climatico è un po’ come la morte: si finge di esorcizzarlo evitando di parlarne. Intanto le frane causate dalle piogge torrenziali uccidono 4600 persone l’anno, come dimostra l’ecatombe di fango che ha colpito la Colombia. E quando non si viene seppelliti dal fango ci pensa la spazzatura: nello Sri Lanka è venuta giù una montagna di mondezza alta 91 metri. Ci salveranno gli scrittori cessando di nascondere la realtà?

 

a cura di Alberto Castagnola

Introduzione

Ad ogni rassegna ho la sensazione che sia sempre più difficile far emergere i fenomeni più significativi legati al rapido progredire del riscaldamento globale, che anche i più esperti forse non riescono a cogliere in tutta la complessità del clima di un intero pianeta. ma è uno sforzo necessario, se vogliamo far maturare delle scelte e delle politiche adeguate. Pur essendo conscio della limitatezza del tentativo, credo emergano almeno tre aspetti carichi di implicazioni. Il primo riguarda i ghiacciai, da un lato cominciano a pervenire informazioni di dettaglio su particolari ghiacciai, quello svizzero dal quale nasce il Rodano (oggetto di un tentativo di copertura con appositi teli termici che farebbe sorridere se non fosse dettato dalla disperazione) e quello chiamato Columbia, situato in Alaska. E ancora, colpisce il corteo di iceberg staccatisi dalla Groenlandia e diretta in Labrador, Canada, sempre più anticipati, numerosi e di maggiori dimensioni. Il secondo aspetto riguarda i crolli di monti di spazzatura, verificatisi prima ad Addis Abeba e poi a Colombo; forse due casi (che pure ricordano quanta gente vive sugli scarichi di rifiuti e ora ne diventa pure vittima) non sono sufficienti per formulare delle analisi, eppure la sensazione è che siano state superate certe soglie quantitative nella produzione di rifiuti e che le tecnologie non siano sufficienti a fronteggiare i ritmi del consumismo. Infine, è importante che qualche ricercatore cominci ad ipotizzare dei limiti nelle emissioni, in particolare di gas serra, se si intende realmente invertire  il processo di riscaldamento planetario. In altre parole, è sempre più urgente  bloccare a monte i fenomeni dannosi per l’ambiente, se vogliamo che abbiano dei risultati in tempi utili le politiche che i paesi maggiori inquinatori tardano ad applicare.

 Clima ed eventi estremi

  1. Il ghiacciaio sottocoperta. (…) Soggetto: il più grande ghiacciaio delle Alpi Urane, nel cuore della Svizzera. Il ghiacciaio del Rodano. Una riserva d’acqua che si estende per una superficie di oltre quindici chilometri quadrati, fonte del fiume omonimo che sfocia nel lago di Ginevra, e che come i ghiacciai di tutto il mondo si sta spaventosamente riducendo mano a mano che il pianeta si surriscalda. Stefan Schlumpf  si è fermato a contemplare il ghiacciaio durante una giornata in montagna. Qualcosa di strano sulla superficie ondulata di ghiaccio e neve ha attirato la sua attenzione , fino a quando non ha realizzato che quello che stava osservando era un gigantesco patchwork di coperte bianche stese sulla superficie del ghiacciaio. Una scena surreale che Schlumpf, dice, gli ricorda l’immagine di un bambino in fasce. I teli termici. Certo un accostamento insolito, che è poi diventato il centro di Hidden Landscape , la serie di scatti mozzafiato con cui il fotografo svizzero ha voluto raccontare il fragile ambiente del ghiacciaio alpino e lo sforzo dell’uomo per conservarlo. Già, perché gli oltre ventimila metri quadri di teli termici che coprono il tratto finale del ghiacciaio sono lì per una ragione precisa: schermare , per quanto possibile, la massa di acqua congelata all’azione dei raggi UV che ne provocano lo scioglimento. Da quando esistono testimonianze circa l’estensione del ghiacciaio, e parliamo della seconda parte dell’Ottocento, il gigante del Rodano  è arretrato di un chilometro e mezzo nella valle che lo ospita. Misure più recenti confermano che solo nell’ultimo decennio il ghiacciaio si è ridotto in spessore di quaranta metri. La sua vicinanza alla strada che porta al passo della Furka lo rende facilmente accessibile ed è abbastanza conosciuto fra i turisti; la copertura artificiale riduce la fusione del ghiaccio di circa il 50% ma si tratta di una misura del tutto insufficiente a contrastare un fenomeno di riscaldamento globale che interessa l’arco alpino nella sua globalità Alcuni studi scientifici parlano di scomparsa di quasi due terzi del ghiacciaio perenne dal 1850 a oggi. (…) (Alias-Il Manifesto, 1 aprile 2017, pag. 10, con foto).  
  2. Colombia, frana sulla città nella foresta, centinaia di morti e dispersi a Mocoa. Colata di fango provocata dalle piogge torrenziali. Ecatombe in Colombia con più di 150 morti e 200 feriti. E’ il bilancio provvisorio della colata di fango che ha investito la città di Mocoa, 500 chilometri a sud di Bogotà. A causare gli smottamenti, le piogge torrenziali degli ultimi giorni, che hanno fatto straripare tre fiumi, il Mocoa, il Sangoyaco e il Mulatos nella provincia di Putumayo, al confine con l’Ecuador. Secondo la Croce Rossa , ieri sera si contavano ancora 220 dispersi. La situazione resta critica. (…) E’ una zona di montagna abituata alle forti precipitazioni. Marzo però è stato il mese più piovoso dal 2011. Un flagello conseguenza del fenomeno atmosferico denominato El Nino, che supera i confini: dall’inizio del 2017 nel vicino Perù oltre 90 persone sono morte per le frane e gli smottamenti che hanno inghiottito interi villaggi. (Corriere della Sera, 2 aprile 2017, pag. 11, con foto)
  3. Colombia, il disastro di Mocoa. La Croce Rossa: due italiani dispersi nella frana. Ci sarebbero anche due italiani, oltre a due israeliani e ad un russo, tra i dispersi nella città colombiana di Mocoa, devastata da una valanga di fango che ha causato più di 200 morti. (…) (Corriere della Sera, 3 aprile 2017, pag. 25 cronache)
  4. Colombia, una tragedia annunciata. Aumenta di ora in ora il numero delle vittime uccise da una gigantesca valanga di fango che ha travolto la cittadina colombiana di Mocloa nel sud-ovest del paese. I morti sono 254 e oltre 200 i dispersi. Il presidente Manuel Santos ha confermato che sono rimasti uccisi anche 60 bambini. (…) (Il Manifesto, 4 aprile 2017, pag.6)
  5. Un disastro prevedibile in Colombia. Nove mesi fa erano già stati lanciati i primi allarmi sulla possibilità di un incidente simile. (…) A causa della topografia , delle caratteristiche ambientali e delle piogge, tutti i fiumi della zona di Mocoa sono a carattere torrentizio e nel caso di precipitazioni intense l’acqua comincia a scorrere rapidamente trascinando materiali pesanti e di grandi dimensioni. Alcuni fiumi non hanno letti capienti e, se teniamo in considerazione l’uso improprio dei terreni circostanti, si creano condizioni che rendono gli abitanti della zona particolarmente vulnerabili. Si stima che ci vorranno almeno due settimane per ripristinare la fornitura di acqua e di elettricità a Mocoa e in metà del dipartimento di Putumayo, senza considerare le operazioni di ricerca dei dispersi e i lavori per sistemare case e strade. (…) Luz Marina Montilla, direttrice dell’Istituto Amazzonico di ricerche scientifiche (Sinchi), punta il dito contro la deforestazione. La parte sud occidentale della regione amazzonica è la più colpita dalla deforestazione. Putumayo è il quinto dipartimento della Colombia per perdita di vegetazione. Fino al 2015 erano stati disboscati novemila ettari di terreno. Inoltra bisogna tener conto dell’allevamento irresponsabile e delle coltivazioni illecite, altre due attività dannose per la vegetazione, che ha la funzione di contenere le acque e di stabilizzare il terreno. (…) (Internazionale n.1199, 7 aprile 2017, pag. 26)
  6. Sul clima non c’è intesa tra Europa e America. Per l’opposizione degli Stati Uniti salta la dichiarazione congiunta al G7 dei ministri dell’Energia a Roma. La preoccupazione del governo italiano: la nuova linea di Trump mette in pericolo l’accordo di Parigi. (…) Ha spiegato Carlo Calenda, che ha presieduto il vertice, che un accordo è stato raggiunto “su molti argomenti importanti, come gli sforzi congiunti per garantire la sicurezza energetica all’Ucraina, il ruolo futuro del gas, compresa l’importanza del Gnl e l’interconnessione da diverse fonti, la Cybersecurity nel settore energetico”: Riguardo agli Stati Uniti, “Abbiamo preso nota che la nuova amministrazione sta rivedendo le proprie politiche. E questo include anche una revisione delle politiche relative al cambiamento climatico e agli Accordi di Parigi. Per questo non è stato possibile firmare una dichiarazione congiunta”. Il ministro ha anche ribadito l’importanza dell’EastMed pipeline Project, che collegherà le riserve di gas da Israele alla Grecia, via Cipro e Creta, “per approvvigionare di gas l’Europa e incrementare la diversificazione delle fonti e delle rotte”. (…) (Corriere della Sera, 11 aprile 2017, pag. 8 e 9, con tabelle sull’anidride carbonica , sulle differenze planetarie del riscaldamento globale e sui rischi di ulteriore surriscaldamento; nelle stesse pagine quattro articoli di autorevoli esperti italiani, che sottolineano la gravità delle conseguenze dei prevedibili ritardi degli interventi, in particolare quelli degli Usa).
  7. Quel grado di troppo. Lo scioglimento del ghiacciaio Columbia è dovuto al cambiamento climatico. Il Columbia, sulla costa meridionale dell’Alaska, è uno dei principali ghiacciai del Nordamerica e nell’ultimo periodo ha raggiunto il suo minimo in novecento anni. Uno studio pubblicato su Geology ha voluto chiarire la natura di questo arretramento. I ricercatori si sono chiesti se lo scioglimento del ghiacciaio fosse dovuto alla variabilità locale del clima oppure al riscaldamento del pianeta causato dall’attività umana. Per trovare una risposta , il gruppo ha studiato i sedimenti marini nella baia davanti al ghiacciaio, accumulati i 1600 anni, e gli anelli di crescita degli alberi. Queste informazioni sono state integrate in un modello per ricostruire  le condizioni climatiche locali del passato. E’ emerso che la temperatura estiva dell’aria è stata in media circa un grado più alta tra il 1910 e il 1980. L’aumento ha causato un assottigliamento del ghiacciaio, che è diventato instabile e ha cominciato a ritirarsi. Il processo di arretramento è continuato negli ultimi tre decenni. Secondo New Scientist, lo studio è importante perché mostra come un aumento della temperatura di meno di due gradi sia sufficiente a rendere instabile un ghiacciaio. “E’ improbabile che il Columbia sia un caso isolato”, scrive la rivista. In varie parti del mondo i ghiacciai in ritirata rivelano alberi di settemila anni, i quali a loro volta indicano che ora quei ghiacciai sono più piccoli di quanto non siano stati in migliaia di anni. (Internazionale n.1199, 7 aprile 2017, pag. 114)
  8. Rischio idrogeologico. Secondo una ricerca britannica del 2012, le frane causate dalle forti piogge nel mondo uccidono circa 4600 persone all’anno. Per studiare il fenomeno, e migliorarne la gestione, gli scienziati della Nasa hanno elaborato questa cartina del rischio idrogeologico nel mondo, costruita incrociando i dati più completi e aggiornati a disposizione, come quelli satellitari sull’altezza dei rilievi e sulla deforestazione. Dalla cartina emerge chiaramente che i pendii ripidi e sono il principale fattore di rischio delle frane. Altri fattori importanti sono la deforestazione, la presenza di strade, la resistenza della roccia e del suolo e la posizione delle faglie. (Internazionale n.1199, 7 aprile 2017, pag. 114, la cartina indica cinque livelli di rischio, da leggero a elevato).
  9. Almeno 290 persone sono morte travolte da una frana a Mocoa, nel sud della Colombia. Ci sono 332 feriti e più di 200 dispersi; una frana ha causato una vittima e 28 dispersi sull’isola indonesiana di Java. (Internazionale n.1199, 7 aprile 2017, pag. 114).
  10. Il bilancio del passaggio del ciclone Debbie sul nordest dell’Australia è salito a cinque vittime. Il ciclone ha causato gravi allagamenti negli stati del Queensland e del New South Wales. (Internazionale n. 1199, 7 aprile 2017, pag. 114)
  11. Siccità. Tre milioni di persone hanno bisogno di aiuti alimentari urgenti a causa della siccità che ha colpito il Kenya. (Internazionale n.1199, 7 aprile 2017, pag.114)
  12. L’inquinamento del vicino. Nature, Regno Unito. L’inquinamento atmosferico non è solo un problema locale. Studiando le conseguenze dello smog a livello internazionale, un’èquipe di ricerca ha visto che in molti casi le vittime si trovano in paesi diversi da quelli che inquinano. L’analisi si è concentrata sul particolato fine (pm2,5, con particelle dal diametro inferiore ai 2,5 micrometri) che causa il 90% delle morti dovute all’inquinamento atmosferico. Nel 2007 le morti premature dovute al pm2,5  sono state 3,45 milioni in tutto il mondo. Dei 2,52 milioni di morti premature provocate da attività produttive di tipo energetico, industriale e agricolo, il 12 per cento (cioè più di 400mila decessi) è stato causato da inquinanti emessi in una regione diversa da quella in cui viveva la persona colpita. Per esempio, l’inquinamento prodotto in Cina ha provocato 31mila morti premature in Giappone, Corea del Sud e in altri paesi asiatici; quello prodotto in Europa occidentale ha causato 47mila morti premature in Europa orientale; e quello degli Stati Uniti ha provocato la morte di 2000 persone in Europa occidentale. Il 22 per cento delle morti premature (762mila) è legato alla produzione di beni poi esportati, soprattutto sui mercati europei e statunitensi. (Internazionale n.1199, 7 aprile 2017, pag. 113).
  13. Come Marte ha perso l’atmosfera. In passato, l’atmosfera di Marte doveva essere simile a quella terrestre, scrive Science. Secondo i dati della sonda Maven della Nasa, il 66 per cento del gas argon che era presente nell’atmosfera del pianeta si è disperso nello spazio, probabilmente a causa del vento solare. Dalla dispersione dell’argon è stata stimata la perdita di altri gas, come l’anidride carbonica. Marte è quindi passato da un’atmosfera densa, umida e tiepida all’attuale atmosfera, tenue, secca e fredda. (Internazionale n. 1199, 7 aprile 2017, pag. 113)
  14. Popoli in via di estinzione. Modifiche del clima, conflitti armati, caccia alle risorse naturali, politiche invasive, minacciano piccole comunità le cui culture rischiano di sparire. Oceania. Ha l’acqua alla gola la gente di Kiribati. La repubblica di Kiribati, indipendente dal 1979, comprende circa trenta isole abitate da poco più di centomila persone. Divisa in tre arcipelaghi, (Gilbert, Fenice e Sporadi), in pieno Oceano Pacifico, Kiribati è composta quasi interamente da atolli che si elevano a pochi metri sul livello del mare. Nel luglio 2014, l’allora presidente della repubblica Anote Tong annunciò l’acquisto di un terreno sull’isola di Vanua Levu (Figi) per trasferire, eventualmente, tutta la popolazione nel caso piuttosto probabile che nell’immediato futuro il livello degli oceani continui a crescere. Per gli atolli di Kiribati bastano alcune decine di centimetri perché le terre fertili siano invase dalle acque salate e impediscano alla popolazione di praticare l’orticoltura da cui dipende la sua sussistenza. Come ha mostrato Jared Diamond nel libro Collasso (Einaudi), gli ecosistemi delle isole polinesiane sono molto fragili: un eccessivo consumo del suolo e politiche ambientali dissennate, come quelle che portarono al disboscamento dell’intera isola di Pasqua, possono determinare la crisi o la fine delle culture locali. Il trasferimento degli abitanti di Kiribati a Figi scardinerebbe il legame con la terra, a cui sono strettamente connesse le istituzioni politiche tradizionali, così come l’organizzazione dei gruppi di parentela. Supponiamo (augurandoci che non sia così) che il livello delle acque continui a crescere e che tutta la popolazione sia costretta a trasferirsi: si potrà parlare allora di estinzione del popolo di Kiribati? Quando è riferita alle società umane, la nozione di “estinzione” esprime insieme troppo e troppo poco. In teoria, potrebbe non esserci una sola vittima con la crescita del livello dei mari. Inoltre, si può pensare che la gente di Kiribati porti con sé parte della propria cultura anche a Figi. Le condizioni ambientali e sociali in cui si troverà a vivere trasformeranno profondamente la cultura di Kiribati: alcuni suoi aspetti spariranno del tutto, non sappiamo se la lingua gilbertese continuerà ad essere riprodotta. La nozione di “estinzione” applicata a questo caso appare però eccessiva, perché non tiene conto della capacità di resistenza, resilienza e ricostruzione che hanno le culture umane, anche in situazioni drammatiche come quella che potrebbe prodursi a Kiribati. (…) (Corriere della Sera – La Lettura, 9 aprile 2017, pag. 44-45, con altri due articoli sui popoli Oromomo e Pigmei e testi di commento).
  15. Dopo aver causato gravi danni nel nordest dell’Australia, il ciclone Debbie ha raggiunto la Nuova Zelanda, provocando alluvioni che hanno costretto duemila persone a lasciare le loro case. (Internazionale n.1200, 14 aprile 2017, pag.98)
  16. Rinnovabili in crescita. Nel 2016 la nuova potenza installata nel mondo ha toccato i 138,5 gigawatt, crescendo dell’8 per cento rispetto ai 127,5 gigawatt del 2015. Nel complesso, nel 2016 è stata aggiunta una capacità da solare, eolico, impianti a biomasse, geotermico, idroelettrico di piccola taglia (nel calcolo non sono considerati i grandi impianti idroelettrici), energia marina e inceneritori pari alla capacità installata del Canada. La capacità addizionale proveniente da fonti rinnovabili è pari al 55 per cento della capacità aggiunta totale. Inoltre, anche se l’energia rinnovabile è in aumento, i soldi investiti nel settore sono in calo, grazie alla diminuzione del costo del solare e dell’eolico. La crescita delle rinnovabili ha contribuito a far rimanere stabili negli ultimi tre anni le emissioni di gas serra dovute alla produzione di energia. Al risultato – particolarmente positivo se si considera che l’economia mondiale è cresciuta – hanno contribuito anche altri due fattori: il progressivo passaggio dal carbone al gas naturale e il risparmio energetico. Tuttavia, secondo l’Agenzia Internazionale dell’energia, la pausa nelle emissioni non basta a contenere il riscaldamento globale entro i due gradi sopra i livelli preindustriali. Gli effetti positivi della tecnologia pulita a basso costosi vedono già, scrive New Scientist: in alcuni paesi, anche in via di sviluppo, i nuovi impianti solari ed eolici, senza sussidi, producono energia elettrica a costi competitivi. (Internazionale n.1200, 14 aprile 2017, pag. 98)                              
  1. Addio fumo di Londra. Per un giorno la Gran Bretagna ha prodotto energia facendo a meno del carbone: una rivoluzione. (…) Venerdì è stata la prima giornata a partire dalla rivoluzione industriale in cui tutta l’energia prodotta in Gran Bretagna ha fatto completamente a meno del carbone. E’ vero che ormai da anni Londra non è più avvolta da un manto caliginoso : da quando è stata vietata l’accensione dei caminetti nelle case e soprattutto da quando , nel 1956, la legge sull’aria pulita decretò lo spostamento delle centrali a carbone fuori delle città. (…) Oggi la produzione di energia senza ricorso al carbone segna una svolta epocale in direzione delle fonti rinnovabili. Solo due anni fa le centrali a combustibile fossile generavano il 23 per cento dell’elettricità britannica. Due anni fa la quota era già scesa al 9 per cento. Ma nella giornata di venerdì si è fatto ricorso per il 47 per cento al metano, per il 18 per cento al nucleare, e altrettanto all’eolico, per il 10 per cento ai pannelli solari e per il 6 per cento alle biomasse. “Il primo Paese nella storia ad usare il carbone per l’elettricità è ora sul punto di essere la prima grande economia a metterlo completamente fuori uso, ha commentato Ben Caldecott, direttore del programma per la sostenibilità all’Università di Oxford. (…) (Corriere della sera, 23 aprile 2017, pag. 15 esteri).
  2. Giornata Internazionale della Terra. La scienza scende a valle. Da Silicon Valley alle Università californiane, centinaia di migliaia in piazza contro il “maccartismo climatico”. (Il Manifesto, 23 aprile 2017, pag. 4 e 5, con un articolo sulla situazione dell’ambiente negli Stati Uniti, tre piccoli articoli sulla siccità in Somalia, sulla deforestazione in Brasile e sulla moria di elefanti nell’India meridionale e poi la proposta di “un Piano Marshall per la Terra” ma di grandi dimensioni, di C. Petrini e un saggio “storico” di Giorgio Nebbia sulla scoperta, a partire dal 1970, dei problemi ambientali).
  3. Il cambiamento climatico dovrebbe essere il primo pensiero di ogni scrittore. Lo sostiene l’antropologo indiano Amitav Ghoshi in “La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile” (Neri Pozza). Una accusa contro l’omertà e l’ottusità intellettuale, ma anche una critica alla forma del romanzo borghese che non sa più raccontare il terrificante, l’inaudito, l’apocalittico che ci circondano. Come la morte, nessuno vuole parlarne. Il cambiamento climatico è la grande tragedia del nostro tempo, ma per scrittori, artisti, registi, insomma per la comunità intellettuale internazionale è come se stesse accadendo a un altro pianeta, nulla per cui valga la pena spendere tempo e parole, un tema da scansare, fuori mercato o di bassa categoria. (…) “Mi trovavo tempo fa in Bhutan a un festival letterario”, racconta a Sette, “e spiegavo come le regioni himalayane , non per colpa loro, siano avviate alla catastrofe. Ebbene il pubblico fu così scosso dalle mie parole che dovettero intervenire dei monaci buddisti a calmare gli animi. Mi accorsi che avevo finalmente fatto il mio mestiere”. Il cambiamento climatico, dice Ghosh, dovrebbe essere la principale preoccupazione degli scrittori, ma non è così, “e includo anche me stesso”. Viviamo nella crisi della Natura, “ma anche nella crisi della cultura e dell’immaginazione”. Il punto non è tanto quale differenza potrebbero fare gli scrittori, quanto che cosa questa cecità ci fa vedere della cultura contemporanea. “Quando finalmente l’innalzamento dei mari avrà inghiottito intere regioni asiatiche, Venezia, la Florida, reso inabitabili Calcutta, New York e Bangkok i nostri pronipoti cercheranno segni premonitori nei musei e nella letteratura della nostra epoca, ma ne dedurranno che arte e letteratura venivano praticati per nascondere la realtà”. (…) (SETTE, Corriere della Sera, n.16, 21 aprile 2017, pag. 20-22)
  4. Sommersi dalla spazzatura. Il 14 aprile a Colombo, Sri Lanka, una montagna di spazzatura alta 91 metri è crollata travolgendo 145 abitazioni e uccidendo almeno 32 persone. Altre trenta persone risultano disperse e 450 famiglie sono state sistemate in alloggi temporanei e scuole della città. Dopo le proteste degli abitanti della zona, che erano preoccupati per la loro salute, il governo stava progettando di spostare la discarica altrove. (Internazionale n. 1201, 21 aprile 2017, pag. 28)
  5. Almeno 35 persone sono morte nelle alluvioni causate dalle forti piogge che hanno colpito il nordovest dell’Iran. Altre otto persone risultano disperse. (Internazionale n.1201, 21 aprile 2017, pag.114)
  6. Il passaggio del ciclone Cook sul nord della Nuova Zelanda ha causato blackout elettrici e cadute di alberi che hanno paralizzato la circolazione. In precedenza il ciclone aveva causato la morte di una persona in Nuova Caledonia. (Internazionale n.1201, 21 aprile 2017, pag. 114)
  7. Le condizioni necessarie. Le emissioni globali di anidride carbonica devono raggiungere il loro massimo entro i prossimi dieci anni e poi cominciare a diminuire: secondo uno studio pubblicato su Nature Communications questa è la condizione necessaria per raggiungere l’obiettivo di contenere il cambiamento climatico. Nello studio, un gruppo di ricercatori europei ha cercato di stabilire quali sono le condizioni concrete per attuare l’accordo di Parigi. (…) Inoltre, è stato deciso che entro la fine del secolo le attività umane non devono più contribuire all’aumento di anidride carbonica. Ma questi obiettivi non sono stati tradotti in piani concreti. Pur tenendo conto dell’incertezza delle previsioni, dovuta alle numerose variabili e all’imprevedibilità del progresso tecnologico, i ricercatori hanno stabilito che le emissioni globali di gas serra di natura antropica devono raggiungere il picco entro i prossimi dieci anni. L’uso dei combustibili fossili deve essere ridotto a un quarto della produzione totale entro il 2100. Se la rimozione di anidride carbonica da parte di oceani, suolo e piante sarà inferiore alle attese, la riduzione dell’uso delle fonti fossili dovrà essere superiore. Per raggiungere l’obiettivo di 1,5 gradi le emissioni nette dovrebbero azzerarsi prima del 2040. (Internazionale n.1201, 21 aprile 2017, pag. 114)
  8. Il vescovo: Frosinone peggio della Terra dei Fuochi. (…) Ben 13 anni fa un allevatore di Segni trovò nel latte delle sue mucche il contaminante Lindano. Poi vennero scoperti lastroni di amianto e fusti tossici interrati, veleni sversati ed emissioni nocive. Ma da allora, malgrado il ministero dell’Ambiente consideri questo il sito d’interesse nazionale più grande d’Italia e l’ultimo studio epidemiologico del fiume Sacco segnali correlazioni con gravi patologie e imponga alle autorità di “informare la popolazione” e di “risanare”, poco o nulla è stato fatto. Il vescovo Spreafico ne parla così: “ Che fine fanno le 17mila tonnellate di ceneri leggere , catalogate come rifiuti pericolosi, provenienti dal termovalorizzatore di Acerra e scaricate ogni anno in questa provincia? E le 400 tonnellate di rifiuti che ogni giorno arrivano da Roma e altre da Avezzano per essere smaltite a Colfelice? Chi ci guadagna? E il sito industriale della ex Olivieri a Ceprano di ben 40mila metri quadri? L’azienda è stata chiusa nel 2008, nel 2010 c’è stato il sequestro e i rilievi di inizio anno, sotto lo strato di cemento hanno fatto scappare i tecnici per esalazioni pericolose. Che ci sarà lì sotto? E accanto al bel fiume Liri, dove si continuano a scaricare rifiuti tossici? E chi controllava la Marangoni di Anagni, oggi chiusa, il cui inceneritore lavorava il triplo di quanto permesso, emanando fumi pericolosi e nocivi? (…) (Corriere della Sera, 22 aprile 2017, pag. 19)
  9. Il clima che cambia. Caldo anomalo in Nord America. La via dei ghiacci nell’estremo Nord. Gli iceberg sfiorano la costa canadese. Un traffico così sulla Newfoundland Southern Shore Highway non si era mai visto. E “la colpa”, se di colpa si può parlare non è del ponte di Pasqua. Ad attrarre centinaia di turisti a Ferryland, piccolo villaggio di pescatori del Labrador, è stato un iceberg di 46 metri che la settimana scorsa si è piazzato poco lontano dalle casette abbarbicate sulla costa. Certo, per il paesino canadese l’evento nonè una novità, tanto che la zona è stata ribattezzata “Iceberg Alley”, la via dei ghiacci. Durante la stagione calda centinaia di blocchi si staccano dalla Groenlandia. I venti e le correnti li spingono verso sud, fino alla costa del labrador. Tutto ciò di norma avviene d’estate. Ma quest’anno la sorpresa bianca è arrivata prima e sono già stati avvistati più di 400 iceberg (l’anno scorso erano stati 687 in tutta la stagione). “Le fratture sono state anticipate dal riscaldamento globale e il viaggio degli iceberg reso più veloce dai venti” è stata la sentenza degli esperti. (…). (Corriere della Sera, 20 aprile 2017, pag. 27 cronache, con foto impressionanti)
  10. Diciassette persone sono morte travolte da una frana a Manizales, nel dipartimento di Caldas, in Colombia. Dall’inizio dell’anno le forti piogge hanno causato almeno 360 vittime nel paese (323 nella frana del 31 marzo a Mocoa). (Internazionale n. 1202, 28 aprile 2017, pag. 102)
  11. Dopo essersi formato nel golfo del Bengala, il ciclone Maarutha ha portato forti piogge sull’ovest della Birmania. I venti superiori ai 100 chilometri all’ora hanno danneggiato circa ottanta case. (Internazionale n. 1202, 28 aprile 2017, pag. 102)
  12. Migrazioni climatiche. (…) Lo studio ha cercato di individuare alcuni strumenti politici utili per affrontare le migrazioni che provoca il cambiamento climatico. A cominciare dalle parole: “Le definizioni tradizionali di “rifugiato” e “migrante” sono problematiche, perché creano ambiguità in termini di obblighi internazionali”, scrivono gli autori, notando che le persone spinte a muoversi da fattori ambientali difficilmente rientrano nella definizione giuridica di “rifugiato”. Sarebbe quindi necessario definire meglio i “migranti climatici”. Un secondo aspetto è la differenza tra spostamenti improvvisi e a lungo termine. Spesso le migrazioni lente sono trascurate e ci si concentra sull’emergenza. Un terzo punto è la direzione di queste migrazioni. Mentre la percezione comune è che il movimento sia da sud a nord, in realtà gran parte delle persone si muove all’interno dei paesi , dalle campagne verso le città, o verso i paesi confinanti. Il rapporto si sofferma anche sul reinsediamento delle popolazioni, gestito dagli stati. Secondo gli esperti, si dovrebbero ampliare questi programmi, senza aspettare che la situazione ambientale diventi insostenibile. (Internazionale n.1202, 28 aprile 2017, pag.102)
  13. Ue, ultimo avviso all’Italia: ”Fermare le polveri sottili”. Il duro monito di Bruxelles: superati i livelli di Pm 10 in 30 zone del paese. Ogni anno 66mila morti per l’inquinamento da smog. (…) “La commissione Europea esorta l’Italia – si legge nella lettera – ad adottare azioni appropriate contro le emissioni di Pm10 al fine di garantire una buona qualità dell’aria e salvaguardare la salute pubblica, visto che tale paese non è ancora riuscito a risolvere il problema dei livelli persistentemente alti di polveri sottili (Pm10) che rappresentano un grave rischio per la salute pubblica”. “In Italia, prosegue la Commissione, l’inquinamento da Pm10 è causato principalmente da emissioni connesse al consumo di energia elettrica e al riscaldamento, ai trasporti, all’industria e all’agricoltura. Ogni anno l’inquinamento da polveri sottili provoca nel paese più di 66mila morti premature, rendendo l’Italia il paese lo Sato membro più colpito in termini di mortalità connessa al particolato, secondo l’Agenzia europea dell’Ambiente (AEA). (…) Il Pm10 può provocare asma, problemi cardiovascolari e cancro ai polmoni, causando un numero di morti premature superiore al numero annuale di decessi per incidenti stradali, (…) (Il Manifesto, 28 aprile 2017, pag. 6; vedi anche Corriere della Sera dello stesso giorno, pag. 22. Per approfondire, vedi P. M. Mannucci e M. Fronte, “Cambiamo aria!”, Baldini e Castoldi, Milano, 2017)
  14. Aree naturali e specie. Il 50% delle aree naturali in Europa sono protette solo sulla carta e appena il 22% delle specie animali e vegetali tutelate si presentano in buono stato (dati Wwf) (Io Donna, 29 aprile 2017, pag.159)

Foreste e incendi, miniere e suolo

 

  1. Il carbone di Trump non porterà lavoro. La Casa Bianca ha ritirato le misure contro il riscaldamento climatico per rilanciare l’occupazione nell’industria estrattiva. Ma il settore è ormai in gran parte automatizzato. A Decatur, nell’Illinois, gli ingegneri della Caterpillar lavorano al futuro dell’estrazione mineraria, collaudando enormi camion che si guidano da soli. I camion pesano 385 tonnellate e sono l’ultima novità di una serie di veicoli e trivelle che eliminano in parte l’impiego di operai nell’estrazione del carbone. Il 28 marzo il Presidente Donald Trump ha promesso che avrebbe riportato negli Stati Uniti i posti di lavoro nelle miniere di carbone annunciando la cancellazione del Clean Power Plan, le misura contro il riscaldamento climatico volute dal suo predecessore Barack Obama. Ma i posti di lavoro a cui si riferiva, quelli dei minatori nei tunnel britannici con vanghe e picconi, ormai sono un vecchio ricordo. A causa del gas, che è abbondante e più economico, il carbone è in rapido declino, e genera soltanto un terzo dell’elettricità consumata negli Stati Uniti. Anche le energie rinnovabili hanno prezzi sempre più competitivi. Nel frattempo, le aziende estrattive stanno sostituendo gli operai con le macchine . Gli esperti sono convinti che nessuno possa far tornare le cose indietro. “La gente pensa all’estrazione del carbone come un attività pittoresca di fine ottocento, ma oggi è un settore ad alta tecnologia , che impiega sempre meno minatori, e sempre più ingegneri e programmatori”, spiega Mark Muro, ricercatore della Brookings Istitution. “Le ultime novità legislative sono superate dai cambiamenti tecnologici e dai prezzi del gas e delle energie rinnovabili”. Gli esperti hanno provato a stimare l’aumento o la perdita di posti di lavoro legata alle misure contro il riscaldamento climatico. La Camera di Commercio statunitense, contraria alle norme sulle emissioni di anidride carbonica, ha affermato che il Clean Oower Plan avrebbe provocato una perdita di duecento mila posti di lavoro statunitensi, ogni anno fino al 2030. Secondo molti esperti, però, era una previsione esagerata. Il piano di Obama avrebbe portato alla chiusura di centinaia di centrali elettriche a carbone e congelato la costruzione di nuovi impianti, sostituendoli con enormi parchi eolici e solari. Nel quadro dell’accordo di Parigi sul clima, Obama aveva promesso che entro il 2025 gli Stati Uniti ridotto le loro emissioni del 26% rispetto ai livelli del 2005. A loro volta, anche le organizzazioni ambientaliste hanno fornito stime esagerate. L’ong Natural resources defense council prevedeva che entro il 2020 il piano di Obama avrebbe creato 274mila nuovi posti di lavoro nel settore delle energie pulite e nelle attività legate all’efficienza energetica. L’Environmental protection agency, l’agenzia governativa per la tutela dell’ambiente parlava di 80mila nuovi posti di lavoro. Molte variabili. Nessuna di queste stime potrà essere verificata, perché il piano di Obama è stato bloccato dalla Corte Suprema. Ma prevedere gli effetti sull’occupazione è difficile, perché bisogna considerare molte variabili: i prezzi del carbone e del gas, la crescita e i costi delle energie rinnovabili, i posti di lavoro creati dal settore dell’efficienza energetica. Gli stessi dirigenti dell’industria carbonifera, comunque, sostengono che il ritiro del Clean power plan non basterà a restituire al carbone la sua posizione di dominio. I camion automatizzati della Caterpillar sono già in funzione in alcune miniere australiane. “Questi veicoli non hanno bisogno della pausa pranzo o del cambio di turno” si legge sul sito dell’azienda, che sta lavorando anche alle trivelle semiautomatiche e a un sistema che permette ad un operaio di controllare tre trivelle allo stesso tempo. Il calo dei posti di lavoro  nel settore minerario è stato provocato anche dal passaggio dalle miniere di carbone sotterranee a quelle in superficie, che usano esplosioni controllate per spaccare le montagne. Nel 1980 il settore dava lavoro a 242mila persone. Nel 2015 la cifra si era ridotta del 60 per cento, mentre la produzione era aumentata dell’8 per cento. Inoltre, secondo uno studio dell’International Institute for Sustainable Development e della Columbia University è probabile che l’automazione sostituisca tra il 40 e l’80 per cento dei minatori. “Comunque la si voglia mettere il gas e le energie rinnovabili continueranno a rimpiazzare il carbone”, dice Nicolas Maennling, ricercatore della Columbia University.”Per essere competitivo, il carbone dovrà aumentare l’automazione. Quello che farà Trump non cambierà niente”. (Internazionale n. 1199, 7 aprile 2017, pag. 116 )
  2. I minatori pentiti. Illusi da Trump, hanno scoperto che per loro non cambierà nulla. Donald Trump ha conquistato il West Virginia promettendo l’impossibile: rilanciare l’economia del carbone, creando un gran numero di posti di lavoro per i minatori nell’era dello sviluppo delle energie alternative e, soprattutto, dello “shale gas” a buon mercato. E ora che, capovolgendo, la politica di riduzione del riscaldamento dell’atmosfera di Barack Obama, ha tolto i vincoli ambientali imposti alle imprese del settore, Trump afferma di aver mantenuto la promessa fatta agli elettori di questo Stato. Ma a smentirlo è proprio il suo principale alleato: Robert Murray, fondatore e capo di Murray Energy, la più grande società carbonifera privata degli Stati Uniti, ringrazia il presidente per il suo intervento, che effettivamente crea spazi per il rilancio della produzione carbonifera, ma avverte che non è il caso di farsi illusioni sull’impatto occupazionale: col petrolio e il gas così convenienti, il carbone faticherà comunque, mentre le miniere, come le fabbriche, sono sempre più automatizzate e il personale attuale, oggi sottoutilizzato, è più che sufficiente. In questo Stato, che alterna monti coperti da boschi (siamo nel mezzo della catena degli Allegheny) a paesaggi lunari, visto che qui il carbone si estrae a cielo aperto, spianando letteralmente le colline, il popolo impoverito delle miniere appare rassegnato. In fondo l’ha sempre saputo che quella del rinascimento minerario era solo una bella favola. (…) (SETTE n. 14, 7 aprile 2017, pag.34)
  3. L’importanza della sabbia. “Gran parte dell’economia dipende dalla sabbia, dal momento che molte attività sono legate al settore delle costruzioni, dove questo materiale è usato per realizzare edifici e strade”, scrive l’Economist. “Non è un caso, quindi, che sia la materia più estratta al mondo. Secondo le Nazioni Unite, nel 2014 costituiva l’85 per cento di tutte le materie ricavate ogni anno dal sottosuolo”. Dopo la crisi immobiliare in occidente, l’Asia è il principale consumatore di sabbia e assorbe il 70 per cento della produzione mondiale. Tra il 2011 e il 2015 la Cina ha costruito 32,3 milini di case e 4,5 milioni di chilometri di strade. (Internazionale n. 1199, 7 aprile 2017, pag.117, con grafico della domanda)
  4. Il Salvador chiude le miniere. La creazione di posti di lavoro e i benefici a breve termine hanno convinto molti governi latinoamericani ad accogliere a braccia aperte le aziende minerarie e a mantenere la regolamentazione del settore al minimo. Nelle aree più remote i minatori illegali saccheggiano le risorse senza preoccuparsi dei danni sociali e ambientali che provocano. La diffusione indiscriminata delle miniere ha suscitato controversie in tutto il continente ed è il motivo che recentemente ha portato il Salvador a proibire l’estrazione di oro e di altri metalli sul suo territorio. Questa decisione è una vittoria per gli attivisti e la chiesa locale, secondo cui concedere mano libera alle aziende avrebbe peggiorato ulteriormente la già disastrosa situazione ambientale del paese. La legge è stata approvata dopo una lunga disputa tra il governo e un’azienda canadese che aveva investito in una miniera d’oro. Nel 2016 una commissione arbitrale della banca mondiale ha dato ragione al Salvador. Dopo la sentenza l’idea di un bando sulle miniere è diventata sempre più popolare tra i salvadoregni , convinti che quest’attività presenti più rischi che vantaggi. E’ improbabile che l’esempio del Salvador sia seguito dai paesi vicini, ma potrebbe convincerli a valutare più attentamente gli effetti dell’attività mineraria sulle comunità più vulnerabili e a considerare l’adozione di norme ambientali più rigorose. In Ecuador gli scontri tra i minatori illegali e gli attivisti sono diventati violenti. Nel 2015 in Brasile 19 persone sono morte quando una diga mineraria è crollata, liberando tonnellate di scorie tossiche. In Colombia i minatori hanno disboscato enormi tratti di foresta amazzonica. In Argentina alcune comunità indigene rischiano di restare senza acqua a causa dell’estrazione del litio da parte di aziende straniere. Per evitare simili disastri in futuro servirà la stessa attenta considerazione che ha spinto il Salvador a prendere una posizione precisa contro le miniere. (Internazionale n.1199, 7 aprile 2017, pag. 17)
  5. Primo censimento planetario. Le 60.065 specie di alberi. I ricercatori di tutto il mondo, dopo lunghi studi, hanno stabilito che le specie di alberi che costituiscono il patrimonio della biodiversità arborea del pianeta sono oltre 60.000. E gli scienziati dicono che il totale aumenterà: perché circa 2000 nuove specie vengono identificate ogni anno. Vanno dalle betulle nane dei territori artici, capaci di resistere ai lunghi innevamenti e a temperature di oltre 50 gradi sotto zero, alle monumentali essenze tropicali che fruiscono di climi torridi e grandi disponibilità di precipitazioni. Non a caso la nazione che vanta il maggior numero di specie è proprio il Brasile. E la cosa che pochi sanno , riguardo a questo paese, è che un albero gli ha dato il nome: Pao brazil, specie ricercatissima nei secoli passati per il vivo colore rosso che si estraea dal suo legno e che, per il saccheggio e l’esportazione eccessiva che se ne faceva, ha ridotto la specie ai limiti della scomparsa. (…) Meno noto, ma ugualmente devastante il traffico eccessivo di legni preziosi come il palissandro, il mogano, l’ebano e il bois de rose, ricercatissimi dai mobilieri e dai fabbricanti di parquet. Ma anche in territori più sviluppati molte specie arboree soffrono di minacce di estinzione. Tanto per restare nel nostro paese – che detiene il record europeo di specie vegetali, superando, grazie alla sua conformazione geografica, anche la Russia europea, visto che ospitiamo alberi del grande nord, come i larici e ed essenze africane come le palme nane – alcune specie sono considerate in declino. Tra queste, l’abete bianco della Sicilia e il pino loricato dell’Appennino calabro-lucano, oggi protetti nei parchi naturali dei Nebrodi e del Pollino. Tutti elementi della nostra biodiversità che vanno salvati. Anche se in Italia il territorio coperto da foreste è oggi superiore al 30%. (Corriere della Sera, 11 aprile 2017, pag. 27 cronache)
  6. Roma, i rifiuti vanno in Austria. ”Ogni anno 70mila tonnellate di spazzatura prodotta dai romani vengono portate in treno in Austria, dove sono usate per produrre energia”, scrive la Bbc. I treni arrivano negli impianti di Zwentendorf, nei pressi di Vienna.Lì i rifiuti sono inceneriti e trasformati in gas ad alte temperature, che genera il vapore in seguito distribuito alle varie centrali per la produzione di energia elettrica. L’energia prodotta in questo modo alimenta 170mila case della Bassa Austria”. (Internazionale n. 1202, 28 aprile 2017, pag. 34)

Perdita di biodiversità

  1. La battaglia della cavalletta. Monfalcone, Regione e industria divise: “Permesso negato per un insetto”, “Falso, però i lavori lo disturbano”. Adriastrade ha acquistato un terreno dal consorzio industriale di Monfalcone (Gorizia), per ampliare l’attività. Nell’area vive un raro insetto, la Zeuneriana marmorata e l’Ufficio ambiente della regione ha bloccato il progetto. (Corriere della Sera, 1 aprile 2017, pag. 23 cronache)
  2. Un macaco originario dell’isola indonesiana di Sulawesi, il cinopiteco, è a rischio di estinzione a causa del bracconaggio e e della deforestazione. (Internazionale n.1199, 7 aprile 2017, pag. 114)
  3. Chi ha paura del lupo. Il governo italiano vuole autorizzare l’abbattimento controllato: i lupi sono troppi e attaccano gli altri animali. Alcuni allevatori, però, non la considerano la soluzione giusta. (…) Il lupo è protetto sul territorio italiano da una legge del 1971, ma prima di allora era stato abbondantemente cacciato. La deroga alla legge del 1971 fa parte del Piano di conservazione e gestione per il lupo in Italia, elaborato dal ministero per l’ambiente, che nei prossimi mesi dovrà essere votato dalla conferenza Stato-Regioni. L’approvazione del piano è stata rimandata più volte a causa dell’opposizione di alcune associazioni, di parte dell’opinione pubblica e della maggioranza delle regioni, che si sono dichiarate contrarie all’abbattimento controllato. Sulle Alpi ci sono tra i 100 e i 150 lupi, mentre sugli Appennini ce ne sono molti di più: tra i 1170 e 2622. A differenza della Francia, dove la gestione dei 300 esemplari della specie avviene autorizzando ogni anno degli abbattimenti, l’Italia non si preoccupa da anni della quantità di canis lupus (lupo grigio) presenti nel suo territorio. “E’ dal 1971 che cerchiamo di far capire agli italiani l’importanza del lupo per l’ecosistema e la gestione delle foreste. Con questo piano, torniamo indietro di quarant’anni”, dichiara Antonio Carrara, presidente del Parco Nazionale. Nel suo ufficio a Pescasseroli, la cittadina abruzzese a due ore da Roma, spiega che “il modo di comunicare del governo è stato disastroso. Le persone hanno capito che i lupi andavano uccisi sempre, e non solo in casi eccezionali”. La prima versione del testo prevedeva una quota del 5 per cento di lupi da abbattere ogni anno, invece di stabilire un numero massimo assoluto. Nel nuovo testo non c’è più traccia della percentuale, ma resta la deroga che permette di abbattere alcuni animali, spiega. La riserva naturale presieduta da Carrara si estende su 51mila ettari. Un ambiente molto bello, con una biodiversità ricca e foreste di faggi, querce e pini neri unici al mondo. Il parco è circondato da montagne alte fino a 2250 metri. E’ stato fondato nel 1922 e ha come simbolo l’orso (la riserva naturale ne ospita una sessantina di esemplari). E’ una delle istituzioni ad aver portato avanti per prima un programma di protezione del lupo, dopo aver reintrodotto le sue prede d’elezione: camosci, cervi, caprioli e cinghiali, che erano quasi scomparsi. Oggi ci sono otto branchi di lupi, per una cinquantina di esemplari, più del doppio di quarant’anni fa. Ed è a partire dall’Abruzzo che il predatore ha riconquistato la maggior parte della sua area di distribuzione storica in Italia, diffondendosi anche in Francia (dove è entrato nel 1992 , Svizzera e Germania. “Per censirli, seguirli e capire meglio il loro comportamento abbiamo messo ai lupi dei collari con il gps”, spiega Roberta Latini, da vent’anni una dei biologi del parco. “Negli anni precedenti abbiamo lavorato anche sui programmi che permettono di migliorare la convivenza tra grandi carnivori e allevatori”. (…) Anche Marco Galaverni, ricercatore specialista del lupo e consigliere nazionale del Wwf Italia, condivide molte delle misure contenute nel piano del governo, che considera dei “buoni strumenti” e che vanno da un censimento più completo della specie all’installazione di recinzioni elettriche, passando per la lotta agli incroci tra cani e lupi. Ma sulla deroga alla protezione della specie, “introdotta grazie alla pressione della lobby di caccia e agricoltura” non è d’accordo: “uccidere il predatore non serve a niente e può perfino aggravare la situazione, destabilizzando i branchi. L’unica soluzione è la prevenzione”. Proprio quello che il museo del lupo in Abruzzo insegna agli studenti e ai turisti di passaggio. (Internazionale n. 1200, 14 aprile 2017, pag. 32-34)
  4. L’agenzia della pesca e della fauna statunitense ha annunciato che il lamantino dei Caraibi non è più a rischio di estinzione in Florida. (Internazionale n.1200, 14 aprile 2017, pag. 98)
  5. Studiando i depositi di guano sull’isola Ardley, in Antartide, si è scoperto che la colonia di pinguini che la abita è stata periodicamente distrutta dall’attività del vulcano vicino, sull’isola Deception. Secondo Nature Communications, negli ultimi settemila anni la popolazione di pinguini si è quasi estinta per tre volte, riprendendosi ogni volta in 400-800 anni. (Internazionale n. 1200, 14 aprile 2017, pag.98)
  6. La grande sete della Somalia e i dromedari perduti nel deserto. Carcasse di dromedari, distese a centinaia nel mezzo del deserto somalo, dove il cielo incontra l’orizzonte e la calura crea il miraggio dell’acqua. Persino gli animali più abituati ai climi torridi, capaci di resistere per un mese senz’acqua, non ce la fanno. Perché non c’è posto dove andare a dissetarsi: i pozzi sono secchi, i villaggi abbandonati, e anche gli Stati vicini sono rimasti all’asciutto. In alcune zone del Sud Sudan è già stata dichiarata la carestia. L’ecatombe di dromedari – soltanto nel Somaliland, la regione a nord, si stima ne siano morti oltre 400mila, un quarto dei capi – fa capire la gravità della siccità che sta colpendo la Somalia. Il ricordo della carestia del 2011 è ancora vivo tra i somali. La chiamarono “Terimow” , la stagione della morte. Lasciò senza vita oltre 250mila persone, la metà bambini. Ma quella di oggi si preannuncia più grave. Il governo ha proclamato lo stato di calamità nazionale dopo la morte di 110 persone in 48 ore nella sola regione di Baidoa; la carestia minaccia ora oltre sei milioni di persone, venti milioni nell’Africa Orientale. “La peggiore crisi umanitaria dalla fine della seconda guerra mondiale” l’ha definita l’Onu. (…) La Somalia è il primo esportatore di dromedari . Il commercio di questi animali frutta ogni anno l’equivalente di 50 milioni di euro, una manna in un paese dove tre somali su quattro vivono sotto la soglia di povertà. Ma non è soltanto una questione economica. Non a  caso i somali hanno 46 modi per dire dromedario. “Questo animale è al centro della nostra cultura nomade, – dice a Le Monde Jama Mousse Jama, direttore del Centro culturale di Hargeisa, nel Somaliland – serve da mezzo di trasporto, da regalo di nozze, da eredità ed è presente ovunque nella nostra letteratura. La morte dei dromedari è anche la morte della nostra civiltà”. (Corriere della Sera, 20 aprile 2017, pag. 27 cronache)
  7. Secondo i ricercatori dell’università britannica di Durham, il numero di leopardi nella catena montuosa del Soutpansberg, in Sudafrica, è in forte calo. La densità di popolazione dei leopardi (numero di animali ogni cento chilometri quadrati) si è ridotta del 44per cento tra il 2012 e il 2016, I felini, che sono uccisi dagli allevatori per proteggere il bestiame, rischiano di scomparire nella regione entro il 2020. (Internazionale n. 1202, 28 aprile 2017, pag. 102)
  8. Ventinove esemplari di tartaruga gigante delle Galapagos, specie a rischio di estinzione, sono state recuperate nel nord del Perù prima di essere trasferiti in Europa dai trafficanti. Due tartarughe sono però morte per i maltrattamenti e lo stress. (Internazionale n. 1202, 28 aprile 2017, pag. 102)

Salute globale

  1. Laggiù non sanno più nuotare. Gli esperti sono preoccupati: nello sperma di uomini (anche giovani) trovare spermatozoi vivaci, senza anomalie che sappiano nuotare come si deve e andare dritti al bersaglio è sempre più difficile, per non dire del numero che continua a diminuire. Dipende da sostanze chimiche: plastica, cosmetici, pannolini, pesticidi che finiscono nelle acque superficiali…Molto peggio di quanto non si pensasse e la faccenda potrebbe mettere a rischio la sopravvivenza della nostra specie. (Corriere della Sera, La Lettura, 2 aprile 2017, pag. 45)
  2. Industria più amara. Per combattere l’obesità infantile, il Regno Unito vuole ridurre del 20% lo zucchero contenuto in prodotti come bevande, cereali, merendine e yogurt entro il 2020. Ma l’industria alimentare obietta che ridurre lo zucchero è difficile, perché non è solo un dolcificante. Grazie alle sue proprietà chimico-fisiche, è un buon conservante e contribuisce alla formazione di una struttura più aerata, e quindi più soffice, nei prodotti da forno. Inoltre, essendo igroscopico, assorbe l’acqua e mantiene l’impasto di torte e merendine più umido. La sfida è trovare dei sostituti: uno potrebbe essere l’aspartame, ma è instabile alle alte temperature, oppure il sorbitolo che però in grandi quantità è lassativo. Un altro problema, spiega New Scientist, è la conta delle calorie: lo zucchero ha quattro calorie per grammo, i grassi nove. Quindi è importante che la diminuzione dello zucchero non sia compensata da un aumento dei grassi. (Internazionale n.1199, 7 aprile 2017, pag. 113)
  3. Cerchiamo di usare il sale cum grano salis. Ne basta un cucchiaino al giorno, anche se è l’unico minerale che siamo in grado di mangiare. Nella nostra dieta c’è troppo sale, più del doppio di quanto raccomandato dall’OMS. Ovvero 5 grammi al giorno, più o meno un cucchiaino da tè. (….) Per Marco Silano, direttore del reparto Alimentazione, Nutrizione e Salute dell’Istituto Superiore di Sanità, bisognerebbe smettere di comprare il sale “anche perché i 5 grammi stabiliti come tetto dall’OMS sono quelli già presenti negli alimenti naturali. Ai quali poi aggiungiamo quelli dei cibi trasformati, arrivando così al doppio. Una dieta a sale ridotto fa bene a tutta la popolazione. Ed è poi addirittura obbligatoria per chi è iperteso” (SETTE n.15, 14 aprile 2017, pag. 101)
  4. Milioni di vite in fumo. Il numero di fumatori nel mondo continua a crescere, dice uno studio pubblicato su The Lancet, che ha analizzato anche le caratteristiche demografiche dei fumatori. Secondo i ricercatori, le politiche antifumo hanno avuto un effetto positivo, facendo diminuire la percentuale dei fumatori: tra il 1990 e il 2015 il tasso è sceso del 28 per cento per gli uomini e del 34 per le donne. Tuttavia, a causa della crescita della popolazione, , nel 2015 il numero assoluto dei fumatori giornalieri è aumentato, toccando i 933 milioni. Il gruppo più consistente, l’83 per cento è formato da uomini. Si stima che le morti provocate dal fumo siano state 6,4 milioni, per lo più in Cina, India, Stati Uniti e Russia. E’ probabile che nei prossimi anni il mercato del tabacco si espanderà, soprattutto nei paesi a basso reddito come quelli dell’Africa subsahariana, dove la regolamentazione è debole e mancano le risorse per contrastare il marketing delle grandi aziende. Dallo studio emerge che il fumo continuerà a essere un problema per molto tempo. Servono quindi nuove misure di prevenzione, commenta la rivista medica, per evitare che le persone comincino a fumare e per incoraggiare chi fuma a smettere. (Internazionale n.1200, 14 aprile 2017, pag. 97)
  5. E se fosse una puntura di Vespa velutina? Arrivano dall’estero, magari dalla Cina, come la Vespa velutina oppure risalgono l’Italia in cerca di nuovi habitat, come la Vespa orientalis originaria del Medio Oriente. Non sono più aggressive degli insetti autoctoni, ma il proliferare di tante nuove specie non è una buona notizia: lo sottolinea la Società di allergologia (siaaic.org), spiegando che il clima più caldo favorisce il moltiplicarsi degli insetti “stranieri” e ne modifica le abitudini, per esempio rende perenni i nidi. “Così aumenta la probabilità di essere punti e, visto che si tratta di specie con veleni simili ma diversi da quelli delle “cugine” italiane, di trovarci disarmati per la diagnosi e il trattamento”, spiega Giorgio W. Canonica, presidente Siaaic. “In più, cresce il rischio di reazioni crociate (ci si sensibilizza al nuovo insetto e poi si reagisce anche ad altri che sarebbero stati innocui, ndr)”. Ogni anno, cinque milioni di italiani sono punti da api, vespe o calabroni, 400mila sono le reazioni gravi che, in un caso su dieci, possono arrivare allo shock anafilattico. “Se una puntura di imenottero produce molto di più di un pomfo localizzato, occorre rivolgersi al medico per valutare l’opportunità del vaccino, somministrando in maniera controllata dosi minime ma crescenti del veleno. Il 97 per cento dei pazienti, con il tempo, impara a tollerarlo ed evita così future reazioni pericolose”. Io Donna, 15 aprile 2017, pag. 180)
  6. Un precedente importante. Caixin, Cina. Per la prima volta un tribunale ha accolto una causa contro le autorità intentata da un cittadino per un danno subito anche se il caso, per la legge cinese, non sarebbe più giudicabile. Un itticoltore dell’Hebei, provincia nel nordest del paese, ha infatti denunciato due acciaierie perché versano da anni tonnellate di rifiuti tossici nel fiume che attraversa il suo villaggio e le autorità locali che non l’hanno impedito. L’uomo nel 2007 ha perso una figlia di 16 anni per leucemia, malattia che in forma meno grave ha colpito anche la figlia minore, e chiede un risarcimento di un milione di yuan (circa 135mila euro). La legge consente a un cittadino che ritiene di essere stato danneggiato da una decisione delle autorità di sporgere denuncia entro cinque anni. Ma nel caso degli abitanti dei circa duecento “villaggi del cancro” cinesi, chiamati così per l’alta incidenza di tumori provocati dalle falde acquifere inquinate, la malattia si può manifestare anche dopo cinque anni, scrive il settimanale cinese Caixin. (Internazionale n.1201, 21 aprile 2017, pag. 28)
  7. Il giudice: tumore perché usò troppo il cellulare. Il tribunale di Ivrea riconosce la correlazione tra l’utilizzo scorretto del telefonino e la malattia. L’Inail condannata a risarcire un dipendente. “Dal ’95 al 2010 parlavo almeno tre ore al giorno” Il precedente del 2012. Nel 2012 una sentenza di Cassazione diede ragione alla Corte d’Appello di Brescia: in quel caso i giudici avevano accolto il ricorso di un lavoratore colpito da neurinoma “in conseguenza dell’uso protratto di telefoni cordless e cellulari”. Un altro caso è stato trattato dal Tar del Lazio nel 2014, intentato dall’Associazione per la lotta all’elettrosmog. Torino. Per 15 anni Roberto Romeo ha usato il telefono cellulare per tre-quattro ore al giorno. Lo utilizzava per lavoro. “Sono un tecnico Telecom – dice – mi occupavo di manutenzione e di installazione di impianti. Nel 2010, dopo una risonanza magnetica, ho scoperto di essere malato di cancro”. Un tumore contratto a causa dell’uso prolungato e intensivo del telefono cellulare. Non ha avuto dubbi il giudice del lavoro Luca Fadda che ha stabilito che esiste un legame di tipo causale tra il tumore al cervello che ha colpito l’uomo e quelle lunghe telefonate. La sentenza riconosce in sostanza “la piena plausibilità dell’effetto oncogeno delle onde elettromagnetiche dei cellulari”. Il tribunale eporediese ha quindi condannato l’Inail a corrispondere alla parte lesa la rendita vitalizia da malattia professionale. (…) (Corriere della Sera, 21 aprile 2017, pag. 19 cronache; per lo stato delle ricerche in materia cfr. Il Manifesto della stessa data, pag.5; in Corriere della Sera del 28 aprile 2017, pag. 18 cronache, il giudice di Ivrea paragona gli effetti delle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki (1,39 OR (Odds Ratio) con quelle superiori dei cellulari (1,44 OR).

    Teenagers using cellphones

  8. Malato per il cellulare, un’altra sentenza dopo Ivrea. Dopo il tribunale di Ivrea, anche quello di Firenze riconosce “l’elevata probabilità di una connessione tra l’uso del telefono cellulare e la malattia insorta” al nervo acustico. Come a Ivrea, il tribunale ha condannato l’Inail a corrispondere una rendita da malattia professionale a un addetto alle vendite che per motivi di lavoro ha trascorso, per oltre 10 anni, 2-3 ore al giorno al telefono. (Corriere della Sera, 25 aprile, 2017, pag. 23 cronache)
  9. In Italia cresce l’allarme morbillo, secondi in Europa dopo la Romania. Il 22% dei casi nell’ultimo anno. L’OMS: “manca una adeguata copertura vaccinale”. “Una pessima figura, l’ennesima”. Giovanni Rezza, alla guida del Dipartimento di Malattie infettive dell’Istituto Superiore di Sanità, non usa giri di parole. Con 1387 contagi da marzo 2016 a febbraio 2017, l’Italia è seconda in Europa per casi di morbillo. Peggio di noi c’è solo la Romania (dov’è in corso una epidemia da 2702 infezioni nel giro di un anno). Lo dice l’OMS. E c’è di che preoccuparsi. La malattia è estremamente contagiosa, con una lunga lista di complicazioni come la polmonite, l’encefalite e le convulsioni. E, in bimbi piccoli, in un caso su 1700 il pericolo è addirittura la morte a causa dell’immaturità del sistema immune. (…) Tutta colpa della decisione di non vaccinare i bambini. “Nel nostro paese non c’è una adeguata copertura vaccinale – ribadisce Rezza – Il tasso è all’85 per cento contro il 95% necessario per avere la cosiddetta immunità di gregge, ossia la protezione di massa che impedisce agli agenti infettivi di circolare. Prima del 2008 avevamo superato il 90 per cento, poi è iniziata una costante discesa”. E così sui 6186 contagi registrati a livello europeo, quelli italiani rappresentano da soli il 22%. (…) (Corriere della Sera, 25 aprile 2017, pag. 18 cronache, con tabella dei dati regionali)

 Economia e ambiente

  1.  Vw, l’ora del divorzio, un miliardo per l’addio del patriarca Piech. La Volkswagen sopravviverà all’uscita di scena di Ferdinand Piech. In fondo, sta dimostrando di avere spalle larghe e notevole resilienza anche sotto i colpi dello scandalo delle emissioni truccate in America. Però, senza colui che la salvò dalla bancarotta nel 1993 e che ne guidò l’espansione, senza il patriarca aggressivo e grande manovratore al vertice degli azionisti di controllo, la Volkswagen entra definitivamente in una nuova era. Dalla leadership più incerta. Piech ha deciso di vendere la quasi totalità della sua quota azionaria nella Porsche SE, la società controllata dalle famiglie Porsche e Piech che sua volta detiene il 52,2 % dei diritti di voto del gruppo Volkswagen. Ne possiede oggi il 14,7% e rimarrà con circa l’1% : per un miliardo di euro cederà il resto alla Porsche SE stessa. Da quel momento non avrà più ruoli nel gruppo del quale è stato al vertice fino al 2002 e che ha poi continuato a influenzare come membro del consiglio di sorveglianza. Se ne va, alla vigilia degli ottanta anni, perché ha perso la sfida con il resto della famiglia, con i sindacati, con la politica della Bassa Sassonia, tutti coinvolti nella gestione del gruppo di Wolfsburg. E Piech non ha mai sopportato la sconfitta. (…) (Corriere della Sera, 5 aprile 2017, pag. 33 economia).
  2. Il lavoro nero in casa. In Germania, l’80 per cento delle persone che svolgono lavori domestici è retribuito in nero, scrive la Frankfurter Allgemeine Zeitung. Secondo uno studio dell’Institut der deutschen Wirtschaft, solo 350mila collaboratori domestici e baby sitter hanno un contratto regolare. Altri 2,7-3 milioni di persone, invece, lavorano senza tutele. Secondo gli autori dello studio, “tra i tedeschi vale una doppia morale: criticano le aziende che evadono il fisco, ma si comportano come se la legge non esistesse”. (Internazionale n. 1199, 7 aprile 2017, pag. 117)
  3. Legge anti slot senza decreto attuativo. E in un anno ce ne sono 30mila in più. Una macchinetta ogni 147 italiani. Con il boom dell’on line, l’azzardo supera i 100 miliardi. C’è chi chiede di tassare ferocemente il gioco d’azzardo per combattere la povertà (Andrea Orlando) e chi di vietarlo tout court (Ignazio Messina, segretario dell’Italia dei Valori). C’è chi annuncia uno stanziamento monstre per combattere la ludopatia dilagante (Nicola Zingaretti) e chi il taglio di 130mila slot machine (Paolo Gentiloni). Risultato: invece di diminuire le macchinette aumentano. Al 31 dicembre del 2016 ce ne erano 407.390. Una ogni 147 italiani. Il belloè che una norma approvata ormai più di 15 mesi fa nella legge di stabilità 2016 stabilisce che quel numero si debba ridurre fino ad attestarsi alla fine del 2019 su un livello del 30% inferiore a quello rilevato il 31 luglio 2015. Quel giorno le slot disseminate in sale, bar e tabaccherie risultavano 378.109. Ossia ben 29.281 meno i quelle che risultavano a dicembre 2016. Che cosa è successo? Sappiamo che dopo un anno e tre mesi il decreto ministeriale attuativo di quella norma incredibilmente non è stato ancora emanato (…). Però questo è ancora niente rispetto al fenomeno più micidiale perché difficilmente controllabile, quello del gioco on line. (…) (Corriere della Sera, 8 aprile 2017, pag. 21 cronache)

    <> on August 11, 2011 near Temelin, Czech Republic.

  4. Maxi perdite. Nucleare, Toshiba rischia il crac. La giapponese Toshiba è a rischio di “continuità aziendale”. Lo afferma lo stesso colosso nipponico dopo che il revisore Pwc non ha firmato il bilancio. La perdita annua potrebbe arrivare a 8,6 miliardi di euro (mille miliardi di yen) per gli enormi extra costi subiti dalla controllata Usa Westinghouse (che ha chiesto il Chapter 11) nella costruzione di reattori. (Corriere della Sera, 12 aprile 2017, pag. 28 economia)
  5. L’energia negativa. Dalla Sardegna un forte no all’ingombrante progetto delle mega centrali termodinamiche. Per fermare l’esproprio legalizzato di terra, paesaggi culturali e prospettive sostenibili. Un no molto aspro dopo il parere positivo dato il 22 luglio scorso dalla commissione tecnica del Ministero dell’Ambiente sulla valutazione dell’impatto ambientale del progetto “Flumini Mannu” (comuni di Decimoputzu e Villasor) della Green Power, gruppo Angelantoni: pannelli solari radianti su quasi trecento ettari “espropriabili” (ma alcuni imprenditori agricoli operanti su questi terreni, come il combattivo signor Cualbu non sembrano esattamente d’accordo). Una seconda è prevista al confine tra Gonnosfanadiga e Guspini, più ampia con i suoi trecento ettari dell’intera area del centro di Guspini. (…) (Il Manifesto, 13 aprile 2017, pag.16).
  6. Il Centro Oli in Basilicata e l’ambiente. Eni, alt al giacimento della Val d’Agri, inchiesta petroli, 57 rinvii a giudizio. Su un punto sembrano tutti d’accordo: il rispetto delle norme in fatto di ambiente e dei lucani che in Val d’Agri ci vivono. Ma la tensione tra regione Basilicata ed Eni, in seguito all’inquinamento prodotto da uno sversamento registrato agli inizi di febbraio, ha toccato il culmine alla vigilia di Pasqua con la delibera della giunta di sospendere tutte le attività del Centro Oli (Cova) di Viggiano, da cui proviene oltre il 30% della produzione nazionale di idrocarburi. Ieri è poi arrivato l’annuncio della decisione da parte del colosso petrolifero – comunicata dal ceo Claudio Descalzi al ministro dello sviluppo Carlo Calenda durante un incontro a Roma – di chiusura temporanea dell’impianto in via cautelativa “per rispetto delle posizioni espresse dal territorio, dal presidente della regione e dalla giunta regionale”. Un anno fa le attività del Cova erano state bloccate per cinque mesi nell’ambito dell’inchiesta sulle estrazioni di petrolio in Basilicata, che ieri ha portato al rinvio a giudizio da parte del gip di Potenza di 47 persone e 10 società, tra le quali anche l’Eni. Tra gli imputati del processo, che comincerà il prossimo sei novembre, vi sono due ex responsabili del distretto meridionale dell’Eni, Ruggero Gheller ed Enrico trovato, e altri dipendenti della compagnia petrolifera. (…) (Corriere della Sera, 19 aprile 2017, pag. 35 economia)
  7. Il peso dello Shale Usa. Il petrolio dopo un mese sotto i 50 dollari. Tagli Opec non sufficienti. Il petrolio ha registrato ieri il più forte arretramento dell’ultimo mese sull’onda dei segnali di ripresa dell’estrazione di “shale gas” negli Stati Uniti. Il greggio di qualità Wti ha chiuso la seduta di venerdì a 49, 62 dollari, con un calo superiore all’1%. Anche le quotazioni globali del Brent hanno registrato un arretramento di circa 1,24 dollari fino al prezzo di 51,75 dollari al barile. Entrambi i benchmark di riferimento del mercato globale dell’energia hanno registrato in una settimana uno scivolone superiore al 7%. Secondo gli analisti di Goldman Sachs, tuttavia, i cali di questi giorni riflettono unicamente un andamento congiunturale e non strutturale. (Corriere della Sera, 22 aprile 2017, pag. 47 economia)
  8. Elettricità Futura, parte l’associazione unica dell’energia. Si erano dati un anno di tempo e ci sono riusciti. L’integrazione tra Assoelettrica e ed Assorinnovabili in Elettricità Futura avrà la sua consacrazione venerdì nella prima assemblea annuale. Missione principale: promuovere l’elettrificazione negli usi finali e nei trasporti, in una logica di efficienza e decarbonizzazione.(…) Non era una impresa semplice unire due realtà così diverse mail risultato è “la presa d’atto che nel mondo dell’energia è in corso una transizione verso le fonti rinnovabili. Il nostro obiettivo è unire due realtà diverse con una visione integrata. E se i big dell’energia da tempo hanno iniziato a puntare sulle fonti green, contemoraneamente anche le rinnovabili si trovano a fare i conti con la fine degli incentivi facili”. (…) Corriere della Sera, 25 aprile 2017, pag. 37 economia).
  9. Non lasciamo la nostra terra”. La rivolta degli indios con le frecce. Violenti scontri in Brasile. Il leader “cacique”: “Il governo ci ha tradito”. Con archi e frecce contro i gas lacrimogeni della polizia. Migliaia di indigeni si sono dati appuntamento martedì sulla Esplanada dos Ministerios di Brasilia, cuore del poter politico, e hanno messo in scena un “funerale simbolico” per ricordare la strage dei loro antenati morti difendendo le terre ancestrali e le numerose vittime -13 solo nel 2016 -, uccise negli ultimi anni. Poi hanno tentato di entrare nel palazzo del Congresso ed è partita la carica delle forze dell’ordine. Per alcune ore i prati davanti alla sede del parlamento brasiliano sono diventati un campo di battaglia. (…) “Da qui non ce ne andiamo”, avvertono gli indigeni che restano accampati nella capitale, in uno dei più imponenti assembramenti delle tribù native, ribattezzato “Terra Livre” (Terra libera). Protestano contro i pesanti tagli al bilancio del Funai, la Fondazione nazionale degli indigeni, e contro un emendamento costituzionale in fase di approvazione, la Pec 215, che dà l’ultima parola sulla demarcazione delle loro terre al Parlamento, dominato dalle lobby dell’agro-business. (…) Corriere della Sera, 28 aprile 2017, pag. 17 esteri).

 

Riflessioni

Due notizie mi hanno colpito particolarmente. La prima è la posizione espressa da Amitav Ghoshi sull’importanza che avrebbe il fatto che tutti gli scrittori assumano  i temi correlati al riscaldamento climatico come oggetto delle loro opere. In effetti, sono ancora abbastanza pochi gli intellettuali che sono stati stimolati a impegnarsi in questo campo, mentre dovrebbe nascere una specie di movimento globale volto a provocare azioni e misure adeguate all’entità e alla complessità dei fenomeni in corso. Questa suggestione (ampliata e meglio articolata) non deve essere lasciata cadere e tutti coloro che sono in grado di comunicare e di fare cultura dovrebbero trovare ciascuno il modo di rispondere a questa sollecitazione, ovviamente urgente e non trascurabile. La seconda notizia verso la quale provo un senso di impotenza crescente riguarda la siccità in molti paesi dell’Africa e del Medio Oriente. Possibile che un fenomeno che si prevede con molti mesi di anticipo non possa trovare una reazione internazionale adeguata e tempestiva? Possibile che almeno in paesi meno tormentati da guerre e guerriglie le Agenzie internazionali non riescano a realizzare un piano di rifornimenti per uomini e animali? Capisco che venti milioni di persone, che spesso vivono in zone difficilmente accessibili, richiederebbero mezzi ingenti per accumulare risorse idriche e alimentari e per distribuirli per molti mesi, però la situazione attuale, in cui di fatto si assiste con indifferenza a questa ecatombe di esseri viventi, mi sembra insopportabile.

 

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