Quando il lavoro diventa ozio

di Filippo La Porta*

Due libri usciti ora andrebbero letti in parallelo: Lavorare gratis, lavorare tutti di Domenico De Masi (Rizzoli ) e Lavorare sfianca di Alessandro Pertosa e Lucilio Santoni (Enrico Damiani Editore). Entrambi partono dalla mutazione epocale del nostro presente – che sembra condurre alla sparizione del lavoro umano – ma entrambi suggeriscono una declinazione virtuosa di questa mutazione, che anzi andrebbe accelerata.

De Masi è un sociologo dotato di grande immaginazione sociologica: dopo aver descritto puntualmente la situazione attuale indica una soluzione ingegnosa ma non so quanto realistica. Scarseggiando il lavoro (a causa delle macchine) il rimanente andrebbe distribuito a tutta la popolazione attiva affinché ognuno possa ampliare il tempo libero e dedicarsi ad attività creative. Come convincere gli occupati a lavorare meno (l’ultimo a proporre la riduzione della settimana lavorativa a trentacinque fu un inascoltato Fausto Bertinotti)? I disoccupati dovrebbero collegarsi a una piattaforma che metta in contatto domanda e offerta e regalare la propria professionalità, fino scompigliare il mercato del lavoro e a determinare nuove regole.

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Santoni e Pertosa ci ricordano che sia nella tradizione classica che in quella cristiana il lavoro è presentato come una maledizione, come una fatica umiliante (il Dio del Genesi è il Dio della lentezza e del riposo). L’essere umano è fatto non per lavorare ma per contemplare la natura, la vita e la bellezza, come conferma una tradizione che da Nietzsche arriva a Lafargue passando per Marx. Certo, qualcuno ama il proprio lavoro e ha l’etica del lavoro ben fatto. Ma allora il suo lavoro è una “vocazione”, e cioè una forma di ozio creativo. Sapendo comunque che anche il lavoro più appagante e autorealizzante non esaurisce mai la persona. Dopo aver decostruito il primo articolo della Costituzione – un autentico pasticcio, frutto di compromesso – i due autori propongono un non-agire come stile di vita e pratica libertaria, che poi significa sottrarsi al ritmo febbrile della vita contemporanea.

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* Saggista, giornalista e critico letterario italiano. Tra i suoi ultimi libri Indaffarati (Bompiani). L’articolo di questa pagina è apparso anche su Left

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3 Risposte a “Quando il lavoro diventa ozio”

  1. 16 maggio 2017 at 14:54 #

    Ecco il filmato di Domenico De Masi – Lavorare Gratis, Lavorare Tutti, durata 7 minuti.
    https://www.youtube.com/watch?v=7EPxyqHpluQ

  2. redazione di Comune
    18 maggio 2017 at 22:08 #

    LAVORARE SFIANCA
    Venerdì 19 (ore 14,30), Alessandro Pertosa, Lucilio Santoni e Filippo La Porta, presentano “Lavorare sfianca” al Salone del libro di Torino (stand Marche).

  3. savino.as
    19 maggio 2017 at 15:52 #

    Ne i credenti cristiani o cattolici, ne gli anarchici hanno mai sostenuto l’inno all’ozio, forse i rentier e i nobili…

    Comunque leggete questo documentatissimo autore.

    QUESTO E–BOOK: http://www.liberliber.it/
    TITOLO: Il cristianesimo e il lavoro (Studio 1932)
    AUTORE: Berneri, Camillo
    TRADUTTORE:
    CURATORE: Mazzucchelli, Alfredo; Berti Franceschi, Susanna
    NOTE: copertina di Kiki Franceschi

    “La fatica è una pena che accomuna l’uomo e la bestia (Ecclesiaste, III, 18), ma è la pena che nella fatica li accomuna e non la fatica come pena. L’uomo ansimante nello sforzo di mantenere l’aratro nel mezzo del solco ed il bove che traina faticosamente l’aratro sono accomunati ella pena della fatica; ma l’uomo non si imbestia nel lavoro il più penoso e il più abbrutente fino a cessare di essere uomo. Egli è fatto a somiglianza di Dio ed è uscito
    dall’Eden. Non uno dei tanti animali, bensì egli è un angelo decaduto. Nel suo peccato e nella pena che ne consegue è uomo.
    La fatica è una pena ma è anche una grazia: «Io vidi l’afflizione che Dio impose ai figli degli uomini affinchè si distraggano» (Ecclesiaste III, 10). Il lavoro può essere una grazia perché «l’uomo è nato per il lavoro come l’uccello per il volo» (Giobbe V, 7). La fatica non è per ’uomo quello che è per la bestia, poiché se il cibo è scopo comune ai due, nell’uomo la fatica non sazia l’anima (Ecclesiaste VI, 7). Pena relativa e grazia relativa poiché l’uomo
    è naturalmente lavoratore e poiché nell’uomo nessuna fatica annulla il dolore del cuore né soddisfa interamente il desiderio.
    Il peccato non è nel lavoro, fatto naturale e mezzo di espiazione, bensì nell’insaziabilità di beni materiali.”
    “Nei monasteri il lavoro si accoppia alla preghiera; ma il nobile fatto monaco si umilia nel lavoro come nel suo andare scalzo.”

    “Proudhon. Per lui il lavoro è la più alta dignità dell’uomo, è un sacrificio in cui la vittima e il sacerdote sono fusi essendo fusi la necessità e il volere, la pena e la grazia.
    «L’uomo è lavoratore, vale a dire creatore e poeta: egli emette delle idee, dei segni; pur rifacendo la natura, egli produce con il proprio fondo, egli vive della propria sostanza, ed è questo che significa la frase popolare “vivere del proprio lavoro”… Il lavoro è una emanazione dello spirito». Lavorare, è spendere la propria vita. Il lavoro è, per il Proudhon, inteso come missione, come forma di eroismo, come atto di devozione verso un principio eterno, come legge universale.”

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