La scala delle gravità e il senso del rigetto

L’affermazione razzista della presidente della Regione Friuli Venezia Giulia non è un caso isolato né un incidente di percorso. Quel tipo di linguaggio, quando diventa sistematico e perdura nel tempo, e soprattutto quando arriva dai centri del potere, si sedimenta sempre nel profondo, predispone e orienta le persone a un modo di pensare, prefigura sempre lo sviluppo di una cultura
 
di Mimmo Cortese
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Le dichiarazioni di Debora Serracchiani, dopo l’orribile stupro di una ragazza triestina di 17 anni, fanno rabbrividire. Questo delitto diventa “socialmente e moralmente ancor più inaccettabile” perché è stato commesso da un profugo iracheno, dice la presidente della Regione Friuli Venezia Giulia.
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Evidentemente, non essendo sicura di essere stata sufficientemente chiara, dopo due righe cerca di spiegarsi meglio rincarando la dose: “Riesco a capire – aggiunge – il senso di rigetto che si può provare verso individui che commettono crimini così sordidi” rompendo il “patto di accoglienza” con il nostro paese.
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Queste scellerate e inaccettabili parole vanno lette tutte assieme, il razzismo è coniugato strettamente alla sua istigazione attraverso una parola precisa: il “rigetto. Il rigetto è “verso gli individui”, cioè verso persone in carne ed ossa. Non è l’atto odioso l’obbiettivo, è quella persona che l’ha commesso. Ma, e qui la gravità se possibile sprofonda, quella speciale persona è talmente speciale da non avere né un nome, né un cognome. Quella persona è lo straniero, il profugo. Che si permette addirittura di sbagliare, di commettere un delitto.
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Non so come si possano definire allora quelle parole, se non come un solleticare, e sollecitare, gli istinti più ciechi e violenti in circolazione nel nostro paese.
Ci sarebbe stato da augurarsi, a stretto giro di posta, una dichiarazione di scuse e di ammissione di un grave errore. Invece è arrivato un laconico e glaciale tweet senza nessuna scusa, nessun dispiacere, nessun chiaro rigetto di quelle oscene e violente parole: gli stupri sono tutti uguali ma – viene anzi ribadito – questo è peggio di altri, la rottura di quel patto di cui sopra lo certifica. Non una parola infine sulla “comprensione” del “senso di rigetto”, evidentemente ribadito.
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Affermare la maggiore gravità di un delitto, nel caso in cui a commetterlo sia un profugo o uno straniero, è un atto di grave discriminazione che internazionalmente si definisce xenofobia, indissolubilmente legata al razzismo quando lo straniero ha caratteri somatici ben identificabili e proviene da terre lontane. Affermare di “capire il senso di rigetto” verso lo straniero è una chiara istigazione al razzismo e alle pieghe violente e intolleranti che sempre più spesso si manifestano nel nostro paese.
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Ci sarebbe stato da aspettarsi, a questo punto, che il suo partito prendesse nettamente le distanze invitandola ad un gesto pubblico significativo. Ma, fino ad ora, un inquietante silenzio occupa l’agorà.
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Eppure, nonostante quanto scritto e detto sia già sufficientemente e tristemente chiaro, c’è ancora un aspetto che va considerato. Un aspetto da cui, forse, discende questo modo di parlare, questo singolare approccio alla lingua.
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Alcuni mesi fa Renzi, nel pieno delle polemiche legate alla sua famiglia, affermò: “Se mio padre è colpevole merita una pena doppia“. Solo in apparenza questo genere di affermazioni potrebbero essere definite delle semplici e innocue spavalderie da “bar”.
Il segretario del PD ha sempre cercato, usando questo linguaggio, di essere percepito come “popolare”, come colui che scende dallo scranno dorato e distante del politico e parla con le espressioni della gente. Chiaro e semplice!
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Non rendendosi conto che, seguendo questa strada, l’esito più probabile sarebbe stato confondere la chiarezza con la grossolanità e la semplicità con la superficialità. Non rendendosi conto che la chiarezza e la semplicità non hanno alcuna contiguità con il linguaggio che si manifesta nel cosiddetto buon senso del chiacchierare quotidiano, men che meno con le parole che accompagnano la reazione istintiva alle cose che ci succedono. Chiarezza e semplicità sono il frutto del lavoro lungo e difficile per arrivare al cuore di ogni questione. Sono il frutto della riflessione approfondita, delle domande indagate in ogni loro piega, delle verifiche sulle conseguenze delle scelte intraprese. Sono il frutto di ciò che si definisce senso della responsabilità.
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In realtà l’uso di questo linguaggio ha delle conseguenze ancora più serie. Quando diventa sistematico e perdura nel tempo, soprattutto quando arriva ed emana dai centri del potere, si sedimenta sempre nel profondo, predispone e orienta le persone a un modo di pensare, prefigura sempre lo sviluppo di una cultura.
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Chiedere l’eventuale pena doppia, addirittura con l’enormità di farlo per il proprio padre, non è stata solo una boutade e non ha mostrato affatto – come voleva essere nei suoi intenti – un rigore e un senso dell’etica più profondo, quella richiesta ha detto molto invece sul concetto di giustizia dell’ex premier. Ha detto di un giustizialismo mascherato e veicolato dal “sentire comune” del momento, come ricordava il ministro Minniti qualche giorno fa. Pena doppia! Dando per implicito, come messaggio di fondo, che le regole del diritto definiscono i rapporti e la convivenza solo se placano, subito, il nostro dolore, la nostra urgenza.
 
E’ in questo filone, credo, che si possono interpretare anche le parole di Serracchiani, il suo linguaggio. Allo stesso modo, sia pure in maniera più greve e incomparabile, rispetto alle capacità comunicative del segretario, il punto sul quale va a concentrarsi è sempre lo stesso, è il concetto di diritto, di giustizia.
Lo stupro commesso da un profugo rifugiatosi nel nostro paese, dice la presidente del Friuli Venezia Giulia, è più grave perché rompe il patto di accoglienza. E’ più grave dello stupro commesso dal marito? Quel patto d’amore ha un valore minore? E’ più grave dello stupro commesso da un branco di italiani? Il patto di civiltà ha meno valore? Quella moglie e quella ragazza avrebbero una minore ferita, una minore offesa, minore dolore, minore vergogna, minore disperazione in quelle circostanze? Naturalmente no. Ma “oggi” il patto di accoglienza sommuove e confonde la pubblica opinione.La scala delle gravità è una variabile dei tempi.

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3 Risposte a “La scala delle gravità e il senso del rigetto”

  1. 14 maggio 2017 at 10:22 #

    E’ la stessa cosa, a prescindere della provenienza e del suo status, ma in questo caso a differenza di una persona qualunque che delinque, l’azione di quest’ultimo non è uguale a chiunque delinque, per il semplice fatto che l’Italia, a differenza di tutta, questa sottospecie di Europa, accetta gli immigranti, con grandissimi ed eroici azioni di disaggio, da loro fiducia è quest’ultima è mal ripagata.
    Lo si vuole capire, una volta per tutte, che la differenza è enorme ?
    E’ questo Vs. atteggiamento a rendere, ancor di più odioso, l’azione di questo individuo che ritiene che tutto, per lui, è permesso e giustificato.
    No ! Qui, mi incavolo, ancor più con Lei che con colui che ha dimostrato mancanza di riconoscenza. Lei si è dimostrato ancor più vigliacco di quest’ultimo !
    E non la voglio neppure salutare, perchè non merita alcuna stima da parte mia.

  2. 15 maggio 2017 at 09:02 #

    trovo invece molto pertinenti le riflessioni dell’articolista che richiama alla consapevolezza della gravità di certe affermazioni superficiali e pericolose. Si fa presto a dire che non tutti gli uomini abbiano gli stessi diritti; specie se questi uomini sono miseri, hanno ottenuto il nostro aiuto per sopravvivere e atti molto riprovevoli.
    Giuseppina Bonora

  3. Andrea Baglioni
    16 maggio 2017 at 09:56 #

    L’Italia, qundo accoglie uno straniero non lo fa perché è buona o fessa.
    Lo fa perché quello straniero, in base alle sue leggi ha diritto di essere accolto.

    io ho una rendita da un appartamento, e come un fesso – direbberi molti, ci pagi le tasse.
    Io non ho figli e le mie tasse, in una misura che vorrei maggiore, servono anche a mandare a scuola i figli degli altri.

    Non le pago per ottenere la gratitudine dei bambini o dei loro genitori. Le pago perché è un mio dovere pagarle ed un diritto dei bambini andare a scuola.
    Anche se sono figli di assassini.

    La gratitudine, su cui poggia il comiziaccio di Serracchiani, non è un principio del diritto, e neanche della solidarietà.

    Parla di “inaccettabilità sociale”: questo concetto hanun preciso corrispettivo giuridico: le aggravanti.

    Abrebbe tutto il potere di proporre, e il suo partito di far approvare, una riforma della legge sulla violenza sessuale nella quale sia lo status del reo (e non il solo delitto compiuto) a determinare l’entità della pena.

    Se non lo farà è perché sa che sarebbe una misura vergognosa e incivile.
    Perché nessun paese civile, se non a prezzo dello sfaldarsi della tenuta morale dei suoi cittadini, può tollerare che chi ci vive sia diviso in categorie con diritti diversi.

    Come si permette allora di dire cose che premettono a misure vergognose e incivili? Perché nessun esponente del suo partito riporta la discussione in carreggiata?

    Queste sono le domande che mi agitano oggi.

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