Il tempo condiviso lo mettiamo in banca

Le banche del tempo restano un diverso modo di concepire il tempo e di ricomporre le relazioni sociali. Insieme al reddito di cittadinanza rovesciano il dogma “time in money” e si ribellano al lavoro mercificato

di Paolo Cacciari*

La generosità, assieme alla benevolenza, si sa, è l’energia che muove il mondo. Il dono costituisce la base di ogni relazione vitale. Se non potessimo usufruire dei doni del creato, o – se preferite – dei beni e dei servizi eco-sistemici gratuitamente offerti da madre natura, e se ognuno di noi non fosse stato maternamente accudito dalla nascita, non staremmo qui a parlarci. Nelle civiltà contadine, nelle economie di villaggio e di sussistenza, le relazioni di dono sono state il fondamento della vita sociale. In un regime di commons il bene di ciascuno non è nemmeno concepibile separato dal bene dell’altro e della collettività. La condivisione porta alla reciprocità e all’equità. La comunanza crea legami intersoggettivi.

Sappiamo però che la storia degli uomini nel nostro continente ha preso un’altra piega. Abbiamo scoperto che, privatizzando il possesso dei beni e dividendo il lavoro in mansioni sempre più specializzate, la produttività del sistema economico sarebbe cresciuta enormemente. Meglio quindi far leva sul tornaconto individuale e sugli istinti egoistici delle persone per favorire la competizione tra individui, imprese, nazioni. La potenza tecno-industriale ha iniziato così una corsa mozzafiato. Fini e mezzi hanno finito per capovolgersi. Le persone e le risorse naturali sono diventare strumenti da sacrificare allo scopo sovrano di produrre merci in quantità sempre maggiori, in tempi e a costi sempre minori. Siamo caduti in una situazione paradossale in cui i prodotti, le merci, contano di più dei produttori; l’ambiente di vita, la salubrità dell’habitat naturale, vale meno di quanto se ne può ricavare distruggendolo; il denaro non compensa il tempo che gli individui sono obbligati a dedicare per ottenerlo. I sociologi ci dicono che il moderno turbo-capitalismo distrugge i legami sociali e genera dolorose solitudini. Gli epidemiologi ci dicono che le moderne malattie sociali nei paesi ricchi sono i disturbi della personalità, la anaffettività, la miseria psichica.

ARTICOLI CORRELATI

Forse è venuto il momento di dire che il gioco non vale la candela e incominciare ad interrogarci su quali siano i bisogni umani più autentici e profondi a cui dare risposte. Non è difficile scoprirlo. Le esperienze delle persone impegnate nelle Banche del tempo raccolte nel libro Il tempo condiviso nell’economia del buon vivere comune (non è certo un caso che siano in assoluta prevalenza donne) ce lo dicono con freschezza solare. Abbiamo bisogno di ritrovare relazioni umane amichevoli, solidali, durature, serene. Tutte cose che non ci sono negli scaffali dei supermercati, né in internet (se non in forme succedanee e tremendamente degradanti). Tutti beni relazionali che costituiscono il buon vivere in comune piuttosto che il possedere tanto singolarmente. Scrive Susy Zanardo nel suo bel saggio sul dono: “L’offerta della relazione è il movente principale dell’esperienza della BdT”. Il mio bisogno si sposa con la tua domanda; il bene altrui è il bene mio. Il mio saper fare si realizza solo in quanto è utile a qualcun altro. Nelle banche del tempo lo scambio non è impersonale, differito, intermediato da strumenti terzi sovrastanti, come lo è il denaro. La particolarità delle banche del tempo rispetto a tante altre possibili modalità con cui si esprime la donazione volontaria, l’impegno altruistico con cui le persone possono mettere a disposizione ciò che hanno a favore degli altri, sta nel voler stabilire una relazione diretta e paritaria, non casuale, non unidirezionale, non verticale, ma davvero peer-to-peer. Nel mettere a disposizione il mio corpo e la mia mente, il mio tempo e le mie competenze, mi rendo anche disponibile ad adattare la mia offerta ai tuoi bisogni. Mi apro all’ascolto e cerco di adeguarmi. In altre parole non agisco per il piacere di esternare una mia eccedenza, una mia esclusività, perché ciò potrebbe mettere in evidenza una tua mancanza e provocarti un senso di imbarazzo. Nel condividere con te il mio tempo non offro né saperi, né oggetti, né denaro. Offro semplicemente ciò che sono, dono un po’ di me stesso/a, per quel poco o tanto che so essere e che so fare: le mie capacità relazionali attraverso le mie competenze.

Ma questa è solo la metà della relazione che la banca del tempo realizza. Infatti, contemporaneamente, il partecipante-correntista mette sull’altro piatto della bilancia (quello delle richieste) ciò che non sa fare da solo, ciò che non è, proprio perché è solo. Espone le sue mancanze, le sue debolezze e non esita a chiedere aiuto. Sappiamo bene che ricevere può essere più difficile che dare. La nostra società tende a colpevolizzare i bisogni. Accettare di aver bisogno degli altri, ammettere i limiti della propria autonomia, pur senza mai rinunciare alla critica verso un sistema socioeconomico che crea inaudite sperequazioni, emarginazioni e povertà, può comportare di dover superare falsi orgogli e falsi miti individualisti. Se c’è un posto dove si risolve all’origine la contraddizione intrinseca al dono come atto disinteressato che però crea in chi lo riceve una obbligazione morale alla restituzione (contraccambio), questo è la banca del tempo. La reciprocità degli interessi costituisce un patto di collaborazione tra due donatori (gift exchange) e rende equilibrata la partita all’interno della rete comunitaria. Il dono, in questo caso non pretende ringraziamenti unilaterali, si tratta semplicemente di “uno scambio cortese di favori”, come dice bene Marisa Casti nella sua testimonianza dalla BdT del XV Municipio di Roma.

Le banche del tempo, nel combinare domande e offerte, fuori dalle consuete modalità di scambio di tipo mercantile e oltre il lavoro retribuito, creano piccole reti amicali e generano circuiti produttivi che hanno un peso e un valore sociale ed economico generale.

Siamo stati abituati a pensare che l’economia sia una sola: quella dei soldi, quella che si occupa del valore monetario delle cose. Ma questa è una visione assai gretta e riduttiva. Economiche sono tutte le forme di produzione, di scambio e di fruizione di qualsiasi bene o servizio utile al buon vivere delle persone. Come abbiamo visto, il dono è l’archetipo originario dell’economia. L’economista Leonardo Becchetti scrive che “Il dono è l’elemento essenziale e costitutivo dei rapporti sociali ed economici” (“Vita”, dicembre 2016). È stato calcolato che se dovessimo pagare i flussi primari di materie naturali impiegate nei cicli produttivi (ammesso che sia corretto assegnare un prezzo a beni non rinnovabili e irriproducibili) non basterebbero due Pil mondiali. È stato anche calcolato (per esempio in Germania) che se dovessimo retribuire il lavoro domestico e di cura in famiglia svolto in stragrande maggioranza dalle donne non basterebbe mezzo Pil di quel paese. È stato calcolato che se dovessimo pagare le attività svolte dai cittadini volontariamente e senza fini di lucro la spesa pubblica aumenterebbe di un decimo almeno.

Le banche del tempo, così come le altre innumerevoli forme di impegno civico solidale e gratuito della cittadinanza che si auto-organizza, sono e pretendono di essere considerate a tutti gli effetti economia. Anzi, sono le prime e più importanti forme di economia, perché sono quelle che creano la qualità del tessuto relazionale di base (chiamiamolo pure coesione sociale) su cui possono contare anche le forme economiche tradizionali votate al mercato. L’interesse pubblico per le banche del tempo e per le altre tipologie dell’universo dell’economia solidale sta tutto qui: nel capire che il tono complessivo del sistema socioeconomico dipende dalla qualità delle relazioni umane che lo sostengono. L’unico limite è dato dal poco tempo che le persone riescono a ritagliare per sé e per gli altri. Una buona politica sarebbe quindi quella di liberare il tempo scandito dal marcatempo del lavoro necessario retribuito (chiamiamolo tempo-kronos) per consentire ad un numero sempre più grande di donne e uomini, giovani e anziani, occupati e inoccupati di ampliare il proprio tempo di vita (il tempo-kairòs) da dedicare ad attività generative e soddisfacenti. Più ampie e diffuse saranno queste attività, migliore sarà la qualità della vita nelle nostre città, meglio custoditi saranno i beni comuni, più accudite saranno le persone più deboli.

È diventato di moda parlare di “innovazione sociale” e per questo spesso vengono progettate e finanziate attività astruse. Basterebbe invece guardare sotto casa per trovare inaudite capacità creative tra le attività messe in essere dalle banche del tempo, ma anche dai gruppi di acquisto solidali, dai neo-contadini degli orti urbani condivisi, dai gruppi interculturali che si occupano di accoglienza, dalle Ong che organizzano ambulatori popolari, dai gruppi di cittadinanza attiva che stipulano patti di sussidiarietà per la gestione di beni demaniali, dai laboratori dei riciclatori di computer e telefonini, dagli artigiani delle ciclofficine, dai laboratori di cucito, sartoria, ceramica, legno…, dalle scuole e dalle palestre popolari, dalle reti dell’agricoltura sociale, dalle associazioni che recuperano e custodiscono beni storici e culturali, dalle cooperative e dalle fondazioni di comunità che gestiscono beni abbandonati o male utilizzati, dalle associazioni che chiedono in gestione i beni confiscati alla criminalità, dalle cooperative di utenti che sviluppano reti di energia rinnovabile, dai distretti dell’economia solidale e quant’altro. Si tratta della “rivoluzione associativa” di cui parla Luigi Agostini.

Voglio pensare che tutta questa effervescenza sociale, nelle sue mille diversità e difficili catalogazioni giuridiche, indichi una via di uscita alla crisi di senso in cui è precipitata l’economia del denaro, del debito, della crescita monetaria fine a se stessa. Le banche del tempo ipotizzano un diverso modo di concepire e di regolare il tempo. Contestano e rovesciano il luogo comune (time is money) secondo cui l’unico modo di mettere a valore il proprio tempo sarebbe quello di immolarlo in un qualsiasi lavoro retribuito. Mostrano, cioè, come si potrebbe svincolare utilmente per tutti la nostra vita dall’obbligo del lavoro mercificato.

C’è una proposta, di cui si discute da anni in tutta Europa, che – secondo me – potrebbe intrecciare le esperienze di cui stiamo parlando e conferire loro una forza sistemica: l’instaurazione di un reddito universale generalizzato e incondizionato (basic incom) a favore di tutti i membri operosi della società, occupati o no, studenti o pensionati, ma prima di tutto a favore delle donne. Questa nuova forma di redistribuzione solidale della ricchezza sociale prodotta consentirebbe di liberare energie che oggi sono marginalizzate e mortificate e che invece potrebbero contribuire ad allargare la sfera delle attività di produzione di beni e servizi oltre a quelle che il mercato svolge. Potremmo così uscire dal paradosso per cui lavoriamo per produrre sempre nuovi giocattoli ipertecnologici, ma “non abbiamo tempo” da dedicare alla cura dei bisogni più essenziali per noi, per gli altri, per il mondo intero.

.

* Autore di articoli e saggi sulla decrescita e sui temi dei beni comuni, ha aderito alla campagna Facciamo Comune insieme e all’appello Reddito per i territori terremotati. Questo articolo è la prefazione a Banca del tempo. La grande rete che pratica economia delle relazioni e della condivisione, a cura dell’Associazione nazionale delle Banche del tempo (Altreconomia 2017, € 14): titolo originale completo Il tempo condiviso nell’economia del buon vivere comune.

 

Tags:, , ,

Trackbacks/Pingbacks

  1. Il tempo condiviso lo mettiamo in banca | - 19 maggio 2017

    […] link all’articolo […]

Lascia un commento