Catalogare, cioè impoverire

Ci siamo illusi per molto tempo che “essere di sinistra” sarebbe bastato per pensare e agire in modo diverso. Un esercizio analogo rimbalza oggi tra insegnanti e scuole steineriane, montessoriane, milaniane… Ma davvero crediamo che si possano applicare ovunque modelli elaborati in altre epoche e in altri luoghi, sic et simpliciter? Scrive Paolo Mai, tra i fondatori dell’asilo del bosco di Ostia: “Uno degli esercizi preferiti da questa società iperrazionalista è mettere un’etichetta a qualsiasi cosa, persone comprese... Un marchio non è garanzia di qualità, un modello applicato rigidamente non è nulla di più di una gabbia, magari certificata, sì, ma pur sempre una gabbia…”

di Paolo Mai*

Catalogare, classificare, semplificare, questo è impoverire! Uno degli esercizi preferiti da questa società iperrazionalista è mettere un’etichetta a qualsiasi cosa, persone comprese. C’è quello di destra e quello di sinistra, il conservatore e il progressista, tutti facciamo parte di una categoria rinunciando così ad esprimere la nostra ricchezza e la nostra individualità sacrificate sull’altare di una insensata semplificazione della realtà.

Non sono esenti da questo esercizio i maestri e le educatrici e così sentiamo la necessità di adottare un modello predefinito che mal si sposa con una realtà per sua natura cangiante e in trasformazione. Il quadro che ne esce non mi convince affatto. Parli con una maestra steineriana che ti guarda male se per disegnare utilizzi cere non contemplate dal protocollo. Puoi rischiare la radiazione dall’albo dei maestri se utilizzi i pennarelli o se bevi coca cola. Poi incontri un insegnante montessoriano che non si muove e non lavora senza i suoi materiali certificati.

La domanda nasce spontanea: ma davvero crediamo che si possano applicare modelli elaborati in altre epoche e in altri luoghi in un luogo e in un tempo diverso da quello in cui furono teorizzati?

Di seguito ne nasce un’altra: ma Maria Montessori o Rudolph Steiner applicherebbero sic et simpliciter il loro modello anche se insegnassero ad Ostia nel 2017?

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Ritorno da un viaggio pedagogico in Germania dove ho potuto visitare un waldkindergarden (asilo nel bosco) bellissimo. Ho respirato pace e armonia, ho toccato con mano le virtù di un bambino disciplinato e ordinato e nel mentre pensavo ai nostri bambini e bambine. Quando la maestra tedesca, veramente competente e appassionata, canticchiava una canzone, tutti i pargoli,  recepito il discreto segnale, in brevissimo tempo si disponevano in cerchio per assolvere uno dei momenti tipici della loro routine. Tutti parlavano e tutti ascoltavano, i toni delle voci erano pacati e morbidi e io pensavo ai nostri piccoli. Pensavo a Gigi che quando suoniamo il tamburo per annunciare il circle time si arrampica sull’albero col suo ghigno fantastico, o a Luisa che  quando ci avviciniamo al tamburo inizia prontamente la ricerca del suo nascondiglio. Insomma quella modalità così funzionale a Flensburg non credo proprio sia applicabile a Ostia, salvo munirti di frusta o bacchetta. E penso che sia bello così, penso che Gigi è bello quanto Peter e Luisa non abbia niente da invidiare a Ute. Penso che il carattere di un singolo dipenda dalla sua storia personale, dalla sua inimitabile essenza ma anche dal popolo, dal tempo e dal territorio in cui è cresciuto. Pensare che un modello educativo sia applicabile a tutti i bambini significa presupporre che quella parte, che pure credo esista e riempia le anime di tutti noi, sia la sola degna di ricevere attenzioni.

Come dicono a Ostia, “stamo a fa fregà!”. Mettiamo la bandiera montessoriana fuori la nostra scuola e dimentichiamo ciò che ripeteva continuamente Maria:

”Non seguite me, seguite i bambini!“.

L’antroposofia illumina la nostra vita dimenticandoci il messaggio centrale di Rudolph. Non conosco maniera migliore di illustrarvelo se non con un racconto del maestro Floriano, uno di quelli che Steiner lo conosce bene. Mi raccontò una volta il buon Floriano che durante un convegno Rudolph presentò alla nutrita platea di fans l’importanza del fungo per l’equilibrio boschivo e la necessità di non portarlo via dal bosco per permettergli di fare il sua fondamentale compito nel mantenimento dell’ecosistema. Durante il pranzo che ne seguì tutti ovviamente non ordinarono funghi. Tutti tranne uno. Potete indovinare chi.

Don Milani a chi gli chiedeva il segreto di Barbiana rispondeva appassionatamente:

”Non si tratta di ciò che il maestro debba fare ma di come dovrebbe essere”.

Con don Milani siamo in tanti a pensare che una scuola di qualità dipenda dalle virtù di un maestro, dalla sua ardente passione, dalla sua ferrea volontà di mettersi al servizio degli altri. Magari e anche questo è un sogno comune all’interno di una comunità attiva e presente.

E allora stiamo attenti. Un marchio non è garanzia di qualità, un modello applicato rigidamente non è nulla di più di una gabbia, magari certificata, sì, ma pur sempre una gabbia. Siate libere maestre e abbiate coraggio. Non scegliete le scorciatoie, il maestro saggio sa che è la salita a portarci nella bellezza. Nutrite il dubbio e siate felici se non siete d’accordo ma non soffermatevi nella critica immaginate la soluzione. E infine non fuggite i problemi, essi sono un’opportunità basta cominciare a capire che la soluzione degli stessi non è mai una destinazione ma una direzione. Buon viaggio.

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* Educatore, tra i fondatori dell’asilo nel bosco di Ostia. Ha aderito alla campagna Facciamo Comune insieme. Cura il blog lavitaebela.it (dove questo articolo è apparso con il titolo Don Jeanjacques MontesSteiner in Freire)

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3 Risposte a “Catalogare, cioè impoverire”

  1. Veronica
    15 maggio 2017 at 15:07 #

    Amici dell’asilo del bosco, da poco vi ho scoperti, ma più vi conosco e più mi innamoro. Condivido tutto, catalogare in modelli educativi rigidi non è arricchente e percepisco che tu Paolo sai trarre il meglio dalle orme lasciate da grandi maestri che ci hanno preceduto per far vivere la felicità a tutti i bambini che incontri sulla tua strada. Sono rimasta molto colpita dal fatto che cerchiate la collaborazione anche con le scuole statali. Spesso chi lavora in una realtà “col marchio” rimane chiuso in essa, voi invece con semplicità e vero amore per i bambini cercate di dare il vostro contributo per migliorare tutta la scuola.
    Quanto mi riempite il cuore…
    Veronica

    • Paolo
      15 maggio 2017 at 21:52 #

      Grazie Veronica, le tue parole mi fanno emozionare .

  2. Stefanie Golisch
    17 maggio 2017 at 14:57 #

    Grazie del suo scritto appassionato che dovrebbe essere appeso in ogni scuola di ogni grado!
    Purtroppo l’approccio pedagogico, la visione del mondo che lei difende, nella scuola di oggi che programmaticamente produce pezzi funzionanti per la grande macchina-divoratrice del mondo globale, rappresenta un approccio condiviso da pochissime persone all’interno della scuola. Personalmente lavoro in un liceo linguistico dove assisto ogni anno – certamente non senza reagire! – alla successiva distruzione della creatività degli studenti che alla maturità arrivano spremuti fino all’ultima goccia. Privati di ogni forma di contatto con il loro sé interiore e con il proprio potenziale creativo e critico. Il voto finale, ovviamente espresso in un numero (!), all’interno di questo sistema di addestramento, è solo la logica conclusione di un “percorso formativo” che in verità dovrebbe essere descritto come un percorso di de-formazione dell’individuo, derubato dalla sua fantasia. Dall’uso delle sue mani. E dallo spirito critico che è parte integrante, imprescindibile, dell’individuo pensante.
    Tutti pronti quindi per il mondo del lavoro che compirà l’opera a modo suo: affinché dell’antico ideale dell’uomo libero rimanga solo una smorfia, il volto vuoto dell’uomo contemporaneo comune.

    Speriamo in molti Waldkindergärten in Italia, ad una crescente sensibilità a tutto ciò che sta alla radice di un malessere socio-psichico che oramai pervade l’intera società.

    Stefanie Golisch

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