Un contadino può parlare di ambiente?

Dovevano aver fatto grandi sacrifici nel villaggio di Antsoso, sulla costa sud-orientale del Madagascar, per inviare a Londra Athanase Monja, contadino, pescatore e assistente del sindaco. Avrebbe dovuto spiegare all’assemblea degli azionisti della multinazionale mineraria Rio Tinto che le attività di estrazione, grazie al cosiddetto piano di compensazione della biodiversità, impediscono l’accesso alla terra e alla foresta alla comunità locale privando così le famiglie malgasce di un sostentamento essenziale. L’ufficio immigrazione del Regno Unito ha negato il visto perché, a suo parere, un contadino e pescatore non sarebbe qualificato per ‘parlare di ambiente e diritti umani’. Per fortuna, la denuncia è stata raccolta e resa pubblica anche a Londra da Re:Common e altre associazioni ambientaliste

L’impatto ambientale dell’attività di Rio Tinto nel Madagascar è piuttosto evidente anche a occhio nudo. Foto tratta da https://file.ejatlas.org.

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di Luca Manes

Athanase Monja è un contadino, pescatore e primo assistente al Sindaco del suo villaggio, Antsotso, lungo la costa sud-orientale del Madagascar. Mercoledì 12 aprile, Athanase avrebbe dovuto partecipare all’assemblea degli azionisti della Rio Tinto, a Londra. Il suo obiettivo era quello di portare all’attenzione della platea gli impatti negativi che la compagnia mineraria sta provocando nella sua comunità, a causa dell’implementazione di un piano di ‘biodiversity offsetting’, (compensazione della biodiversità).

Per mezzo di tale meccanismo, la Rio Tinto ha imposto delle pesanti restrizioni sulla comunità di Antsotso, impedendone l’accesso alla terra ed alla foresta che costituivano il principale mezzo di sostentamento delle famiglie. Tuttavia Athanase non è potuto andare a Londra. L’Home Office del Regno Unito ha difatti deciso di negargli il visto, senza alcuna possibilità di appello, poiché a suo parere un contadino e pescatore non sarebbe qualificato per ‘parlare di ambiente e diritti umani’.

A rendere tutto ancor più allarmante è il fatto che Athanase era stato di recente contattato da un rappresentante della sussidiaria di Rio Tinto in Madagascar, QMM, il quale gli domandava il perché del suo viaggio nella capitale, Antananarivo, e come mai avesse fatto richiesta di un visto per il Regno Unito. Come queste informazioni possano essere giunte nelle mani della società e poco chiaro e solleva certamente dei sospetti sull’indipendenza del processo.

Athanase non ha voluto che il suo mancato viaggio nel Regno Unito impedisse alle istanze della sua comunità di emergere durante l’assemblea degli azionisti di Rio Tinto. Per questo, le sue richieste sono state presentate da rappresentati di Re:Common, Andrew Lees Trust, Friends of the Earth, War on Want, London Mining Network e Collectif Tany durante una conferenza stampa tenutasi a Londra lo scorso 12 aprile.

Intanto è indubbio che Rio Tinto in Madagascar ha qualche problema in merito ai suoi programmi di biodiversity offsetting. Questo specialmente dopo che la sua Biodiversity Committee, composta da un team di esperti internazionali e ONG, ha rassegnato le dimissioni nell’ottobre del 2016, citando tra le motivazioni il ‘livello insostenibile di rischio reputazionale’ al quale si sarebbero esposti continuando a collaborare con la stessa Rio Tinto nell’implementazione di tale programmi.

Negli ultimi anni, il biodiversity offsetting viene utilizzato sempre più di frequente da parte delle industrie estrattive, intenzionate a ripulire la propria immagine e reputazione. Più nel dettaglio il meccanismo “permette” la distruzione di biodiversità in una località, a condizione che tale atto sia “compensato” tramite la promessa di proteggere o “ricreare” la biodiversità altrove. Tuttavia, vi sono sempre più prove che tali programmi di compensazione spesso e volentieri non rimediano in alcun modo ai danni provocati dalle miniere, bensì legittimano il proseguire della devastazione dei territori, della cultura locale e di comunità intere, come nel caso di Antsotso.

Per questo, quest’approccio è stato da alcuni definito come un doppio ‘land-grab’, che sottrae la terra non solo alle comunità che vivono nei pressi delle miniere, ma anche a quelle intorno alle aree di compensazione, come ben raccontato in questo documentario prodotto da Re:Common e diretto da Fosco d’Amelio e Stefano Martone.

Per capire meglio come funziona il biodiversity offsetting, Re:Common ha anche prodotto un cartone animato, che si può vedere sulla pagina You Tube dell’associazione:

 

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