Sguardi sulla Siria e una nota a margine

La Siria è il centro del mondo e il mondo si riflette nella Siria. Con tutto l’orrore e tutte le contraddizioni che contiene. Nel buio delle esistenze spezzate o nel filo di luce di chi trova la forza per resistere o per fuggire. Non può stupirci se qualche lettore (pochissimi, per la verità) s’infuria o si dice deluso da un articolo pubblicato. Non siamo anime belle, siamo anime lacerate e profondamente turbate. La Siria divide, in modo violento. Ci mancherebbe. Le critiche, ovviamente, sono di segno molto differente tra loro, spesso opposte. Fino a che qualcuno chiede: ma insomma qual è la posizione di Comune?

Consapevoli di poter deludere ancora, rispondiamo che una posizione, una linea, qui non c’è. C’è, dovrebbe esserci (ma sbagliamo, come tutti) uno sguardo aperto, incerto, talvolta contraddittorio come la realtà, però mai semplificato (speriamo) e mai equidistante tra vittime e carnefici, potenti e no, governi e gente comune. La guerra in Siria è parte della guerra di tutti gli Stati (e delle loro lunghe mani insanguinate) contro i popoli. Noi pubblichiamo quello che ci pare interessante, utile, anche se non sempre e non completamente condivisibile. Sapendo che molti altri lo fanno, per fortuna, e sapendo che più che alle risposte speriamo di essere utili a far chiarezza sulle domande.

Ecco, per esempio, più che qual è la posizione giusta sulla Siria?, a noi piacerebbe, anche con questa nota a margine, continuare a domandarci: cosa possiamo fare per la Siria? Come indicava un articolo importante di qualche tempo fa. Qui di seguito, trovate invece tre sguardi molto diversi tra loro, di nostri amici e compagni che, insieme a molti di quelli già pubblicati, ci pare sollevino, a volte in modo perfino molto provocatorio, interrogativi non banali.

La redazione di Comune

Immagine tratta da unponteper.it

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Pane, reddito, diritto di migrare e pace

del Collettivo Euronomade

Sono bastate poche ore a Gentiloni e Mogherini per indossare l’elmetto e acquattarsi ai piedi di Donald Trump: per calcolo politico – un governo in cerca di voti sa di poter mettere in difficoltà una parte dell’opposizione sull’appoggio al bombardamento americano –, ma anche per l’inesistenza dello spessore politico – una qualità necessaria per dire qualche no e assumere qualche posizione critica – di questa classe dirigente. All’indomani dell’eccidio di Idlib sarebbe stato necessario fermarsi, riflettere, accertare, e soprattutto pesare ogni gesto: che Trump non l’abbia fatto è nell’ordine delle cose, che non l’abbia né fatto né auspicato il governo italiano è un dato che fornisce la misura di quanto, per miopia e calcolo politico, ci si stia avvicinando a un pericoloso punto di non ritorno. L’incrociarsi di comunicati dai toni minacciosi fra Washington, Mosca, Damasco e Pyongyang parla da sé: e l’apparizione sulla scena delle bombe e degli attentati in Egitto e in Europa sorprende solo per la lugubre, ragionieristica puntualità.

Il gesto muscolare di Trump ha risvegliato da sogni beati quanti si erano figurati fantasmagorici atti di rottura dell’ordine costituito da parte del nuovo presidente USA, e avevano favoleggiato di ragioni politiche per volare come mosche sulla criniera del cavallo vincente. Non si fossero già coperti di ridicolo taluni “comunisti per Trump” nel dare ieri lezioni di comunismo ad Angela Davis e Bill Ayers, dovrebbero seppellirsi da soli nel ritrovarsi ancora una volta solidali con CasaPound, dalle cui finestre sventola la “libera bandiera siriana”: benvenuti nel mondo reale, verrebbe da dire loro, se ci fosse voglia di scherzare. E se non fosse già ripartito l’osceno derby fra le tifoserie rimescolate di un fascista con l’aviazione e l’atomica, un macellaio genocida poco disposto a recitare la parte del docile burattino, e il suo boss, che quanto a mani sporche di sangue non ha alcunché da invidiare e molto da insegnare.

Davanti a questo scenario, che fa compiere un ulteriore scatto alla lancetta sul quadrante della prossima guerra su larga scala – quella a bassa intensità dura da anni – è necessario piantare, ancora una volta, dei paletti.


Il primo: che il punto di vista da cui comprendere le guerre non è quello di una delle fazioni specularmente impegnate nella guerra, ma quello delle vittime, delle loro vite e dei loro corpi. In questo caso, delle vittime dell’eccidio di Idlib (ma non dimentichiamo altre vittime, in particolare quelle degli attacchi su Mosul della coalizione a guida statunitense delle scorse settimane). Lasciamo l’infame giochino del calcolo geopolitico ai maghi Othelma de noantri, ai Maurizio Mosca di turno che col loro pendolino stanno già dicendoci chi vincerà la prossima guerra: non abbiamo bisogno del pendolino o del metereologo per sapere in partenza che la guerra la vince sempre il fabbricante di armi, il rentier che profitta delle azioni belliche, i padroni del petrolio, i signori delle borse, non importa se nordamericani o sauditi, russi o cinesi, di Wall Street o della City: il capitale, finanziario o meno, non conosce i confini geopolitici.

Il secondo: che la guerra è guerra. La guerra è la più disumana delle opzioni: su questo non possono esserci tentennamenti. Il conflitto, l’antagonismo, le lotte – sociali, di classe, trasversali che siano – sono altra cosa: la guerra è il mezzo che il comando da sempre usa per sovradeterminare i conflitti, deterritorializzarli dalle dure e crude ragioni del loro insorgere e riterritorializzarli sulle divisioni fra popoli, nazioni, esseri umani. Chi non ha chiara questa linea di demarcazione fa il gioco dei signori della guerra, e dietro ipotetiche distinzioni amico/nemico finisce col confondere il significato dei due termini, e perdere per strada la stessa possibilità di costruire sull’amicizia fra sfruttati e ribelli forme di vita sottratte al nemico.

Terzo: la guerra non è l’orizzonte dei rivoluzionari, degli insorgenti, dei sovversivi. Oggi come ieri, chi combatte l’ordine costituito pratica la diserzione, non l’interventismo. E dunque sono forme di diserzione attiva che vanno messe in atto. Se questa guerra ha moltiplicato la fuga dalle bombe di donne, uomini, bambini, ha anche moltiplicato le opportunità di sfruttamento e di vampirizzazione della vita ridotta a merce: le fabbriche di abbigliamento low cost planate come rondini ai bordi dei campi profughi in Turchia ne sono il più infame degli esempi. Aprire le frontiere, consentire e praticare il diritto di fuga, rivendicare non un mero jus soli, ma uno ius migrandi indistinto per le vittime di guerra – di ogni guerra, senza distinzione fra guerre “materiali”, cioè belliche, e guerre “immateriali”, cioè finanziarie –, per ogni profugo, è una forma di diserzione da praticare. Così come sottrarre risorse alla guerra rivendicando reddito per tutti, per una vita degna di essere vissuta.

Queste sono le bandiere che sentiamo di dover sventolare. Quelle delle nazioni, quali che siano, le lasciamo ai neofiti delle sovranità nazionali: non le conosciamo, non fanno parte della nostra storia, men che meno del nostro futuro.

La marea femminista dello sciopero globale contro violenza e sfruttamento, il fortissimo sciopero dei migranti contro Macri in Argentina, il rafforzamento negli USA delle mobilitazioni di protesta sempre più nel segno dell’intersezionalità contro la violenza economica e razziale, le lotte in Europa su reddito e salario che provano a darsi dimensione transnazionale: da diverse parti, si allude già a questo orizzonte di diserzione, su cui può concretamente impiantarsi la lotta per la pace

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Syria

di Mimmo Cortese

La differenza, e le conseguenze, del raid americano del 6 aprile rispetto alle migliaia di azioni militari precedenti venute dall’area atlantica – come scrive l’amico Fouad Roueiha, attivista e giornalista di origini siriane, in un suo post dalle considerazioni certamente fondate e ragionate – è evidente. Su questo ci sono pochi dubbi.

Credo però che anche nel caso in cui si avverassero le più ottimistiche previsioni questo bombardamento sia un ulteriore fatto negativo, che si aggiunga ad una già lunghissima lista di azioni sbagliate e che non preluda a nulla di buono. Temo, anzi, che possa essere l’inizio di un ulteriore aggravamento di una situazione che pure aveva già oltrepassato tutti limiti.

Non solo a Trump non importa assolutamente nulla del popolo siriano ma, anche nell’ipotesi fantascientifica in cui volesse sgominare Assad e la sua banda, non penso occorra un oracolo per immaginare gli ulteriori lutti e le aggiuntive atrocità che pagherebbe principalmente la popolazione siriana.

Tutto ciò senza dire che, accettando una siffatta ipotesi di intervento militare unilaterale, metteremmo definitivamente fine ad ogni sia pur minimo barlume di regolazione delle controversie internazionali, suggellando, con un ultimo o.k., il “liberi tutti” della prepotenza armata e militare di chiunque voglia metterla in atto.

Non credo neanche in un “meno peggio” tra bombardamenti, se le condizioni sono quelle viste l’altra notte: preavviso, scambio di “cortesie” e, soprattutto, nessun danno alla funzionalità della pista e della base aerea.

Il sabotaggio è uno degli strumenti primari di ogni resistenza, principalmente di quelle nonviolente, ma il danno alle strutture deve essere vero non finto. In ogni caso l’efficacia di questa modalità di lotta può avere significato solo all’interno di una strategia studiata e valutata in ogni dettaglio. Cosa di cui non v’è traccia nella scelta americana.

No, non credo che la soluzione armata e militare, da qualsiasi parte la si prenda, sia una via senza uscita. Questo bombardamento va giudicato per quello che: un altro inutile e pericoloso atto di guerra.

So che il dolore e la rabbia chiedono sete di giustizia, di risarcimento e di riparazione di un danno sia pure irreparabile. Ma non è questa la strada.

Lo so fin da quando, a pochi passi da me, il 28 maggio del 1974, scoppiò una bomba fascista in Piazza Loggia a Brescia, ammazzando senza pietà uomini e donne. Antifascisti scesi in piazza proprio per dire no alla prepotenza, alla sopraffazione e alla violenza dei repubblichini e dei golpisti di allora. Ho ancora negli occhi, quelli del sedicenne che ero allora, i brandelli di morte, di sangue e di cristallo sparsi attorno a me.

So che lo sconforto sul piano politico e delle relazioni internazionali non è mai stato così ampio come nell’ultimo lungo ventennio. So bene che dobbiamo assistere esterrefatti – per guardare solo a casa nostra – ad un premier e ad una maggioranza di governo che non esita nemmeno un secondo ad appoggiare la scelta statunitense, parlando di “risposta ad un crimine di guerra“, senza nemmeno un briciolo di pudore rispetto ai crimini che sta favorendo, da anni, con l’appoggio, l’addestramento e le vendita di armi ai paesi della coalizione saudita che fanno strage ogni giorno di uomini, donne e bambini in Yemen.

Ma altre strade sono possibili e hanno avuto successo, proprio dalla seconda metà del secolo scorso fino a ieri. Le terribili dittature sudamericane, i generali brasiliani, i Videla, i Pinochet, come sono state sconfitti? Il nuovo Uruguay della lotta alla povertà e dell’affermazione dei diritti civili, le scelte coraggiose ed esemplari della Costa Rica, dall’antica e duratura abolizione dell’esercito alla centralità della difesa dei diritti umani, da dove sono nate? La liberazione del Sudafrica cosa ci ha insegnato? La caduta del Muro come si è determinata? O, dall’altro lato del globo, com’è successo che la feroce e sanguinaria Birmania, precedente la liberazione di Aung San Suu Kyi, abbia iniziato a percorrere un’altra strada?

Tutti questi cambiamenti della storia non sono accaduti con gli strumenti di morte accumulati per decenni, lungo la guerra fredda, ma con la pressione lenta e imponente dei popoli, unita all’implosione inevitabile dei sistemi ingiusti e antidemocratici, che sono sempre pieni di crepe e fratture insanabili, e alle scelte diplomatiche significative che sono anch’esse, sempre, frutto dell’azione e delle scelte di ognuno di noi in ogni parte del mondo

Nessuno di quei paesi è oggi l’Eldorado. Ma quanti di quegli uomini e quelle donne vorrebbero tornare indietro? C’è un cammino e c’è una lotta che non possono fermarsi mai. Chiaro che chiunque consideri inaccettabile che l’assassinio e la morte di uomini e donne, dalla Siria allo Yemen, possano essere tollerati, se non alimentati e finanziati, anche dal nostro paese e dai suoi alleati, non ha molte strade davanti a sé.

Si può scegliere di aspettare. Si può scegliere di non esporsi, di non esprimersi. Si può scegliere il silenzio. Sarebbe però, nel nostro caso, un corresponsabile silenzio – sarebbe la complicità – con gli assassini e gli aguzzini.

Si può scegliere l’azione. Ma credere che l’azione possa consistere nel manifestare in qualche post una-tantum il proprio sdegno, in qualche “like” apposto alla dichiarazione del politico di turno, in un retweet turbato dell’ultima agenzia di stampa, oltre che essere assolutamente inconsistente rischierebbe di aggiungere farsa al dramma, pena allo sconforto.

Occorre l’azione incessante, la pressione continua, affinché la situazione cambi. A partire da ogni istanza, da ogni luogo. Dai quartieri, dalle scuole, dai luoghi di lavoro fino a ogni rappresentante politico e istituzionale, dal singolo consigliere comunale fino ad ogni parlamentare, ad ogni ministro, ad ogni premier.

Occorre che l’azione sia pubblica, condivisa e organizzata, che le richieste siano esigibili e misurabili, progressive e continue. E’ importante organizzare manifestazioni ed iniziative pubbliche, è fondamentale farlo, ma non deve essere l’obbiettivo principale dell’azione.

L’azione più importante deve essere indirizzata ad ampliare al massimo il consenso, che questo consenso si esprima in atti quantificabili ed inequivocabili, come in scelte di disobbedienza, e in prese di posizioni chiare, e conseguenti, sui comportamenti istituzionali dei rappresentanti pubblici ed istituzionali. Quale che sia la parte da cui provengono.

Stare da una parte non può mai significare essere di parte.

La pace non è cosa che spetti ai “pacifisti” o, peggio ancora, ai “pacifici”. Le prime demolizioni di ogni guerra, di ogni scelta armata, riguardano i diritti civili e sociali, concernono la libertà e la democrazia, quale che sia la parte che decide di prendere le armi, quale che siano i “fini” che si intendono perseguire.

Proprio coloro che hanno più a cuore diritti e libertà, partecipazione e democrazia, dovrebbero essere i primi a muoversi e ad agire.

Il tempo, per chi subisce una guerra, scorre di minuto in minuto. Il successivo potrebbe già essere quello in cui si prende il bivio giusto. O quello sbagliato.

Mimmo Cortese

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Siria, il discorso del miliardario

Ddi Gianluca Solera

Da un compound superprotetto, circondato da lastroni di cemento incastrati in modo identico a quello del Muro di segregazione israeliano, e serrato da cancelli di ferro e sbarre pesanti quanto un fuoristrada, a Kabul, questa mattina, ascoltavo l’intervento del presidente Trump sull’attacco all’aeroporto militare siriano. In Italia, iniziava la giornata. Provavo strane impressioni: si trattava forse di un documentario di repertorio di Franklin Delano Roosvelt, il presidente del New Deal e del coinvolgimento statunitense nella seconda guerra mondiale? Oppure forse del John Fitzgerald Kennedy della crisi dei missili sovietici a Cuba, risolta con il parziale disarmo delle due superpotenze? No, niente di tutto questo, era Donald Trump, quell’antipatico uomo d’affari che disprezza l’Islam, il multilateralismo e le donne, nega l’esistenza del cambiamento climatico e rilancia la corsa agli armamenti, e che non voterei neppure sotto coercizione.

Assad informa dell’esito di un bombardamento le sue truppe terrestri. Foto http://www.cronicaviva.com.pe

Abbiamo dovuto attendere una delle sue esternazioni per sentire le cose come stanno, giacché ormai i capi di Stato usano un linguaggio incomprensibile che non descrive la verità dei fatti, né le loro (dei capi di Stato) opinioni:

“Il dittatore siriano Bashar al-Assad ha lanciato un terribile attacco chimico…”: giusto, ben detto, è un dittatore;

“È indiscutibile che la Siria abbia usato armi chimiche vietate…”: finalmente, che si dica, senza utilizzare la giustificazione che siano ancora necessarie lunghe indagini internazionali;

“Anni di precedenti tentativi di cambiare questa attitudine hanno fallito drammaticamente…”: vero anche questo; dopo l’attacco chimico di Ghouta, il governo siriano accettò di aderire alla convenzione internazionale sulle armi chimiche, ma evidentemente – dopo aver consegnato le armi chimiche alla OPCW (Organisation for the Prohibition of Chemical Weapons) – il regime se ne è procurate altre;

“Il risultato è che la crisi dei rifugiati si approfondisce e la regione si destabilizza, minacciando gli Stati Uniti e i suoi alleati”: vero, ho sempre pensato che i rifugiati siano (e siano stati) utilizzati come un’arma politica per mettere sotto pressione i Paesi europei e minacciarne la tenuta democratica;

“Chiedo a tutte le nazioni civilizzate di fermare il massacro e lo spargimento di sangue in Siria e arrestare il terrorismo di ogni tipo ed origine”: giusto, è terrorismo non solo quello delle milizie dello Stato Islamico, ma anche quello dello Stato siriano; secondo il Violation Documentations Center in Syria, l’88,6% delle vittime civili dal marzo del 2011 ad oggi sono state causate dal regime di Damasco[1]. Secondo il Syrian Network for Human Rights, le vittime civili causate dal regime e dalle milizie iraniane si attestano al 92,17%[2];

“E, fintanto che l’America difende la giustizia, pace e armonia alla fine prevarranno”: una dichiarazione onesta, franca, che implica anche il suo opposto; quando l’America (o la Russia, o la Cina, o chi per loro) non difende la giustizia, bensì la repressione e l’ingiustizia, non vi sarà mai pace, né stabilità.

E ora, noi progressisti e democratici che facciamo? Superati a Sinistra dal dottor Trump? Dobbiamo dichiararci unilateralmente pacifisti, fino a che l’ultimo abitante della Siria che dissenta abbia lasciato il Paese, sia morto sotto i bombardamenti, o scomparso in un carcere? E quelli che sono contro le burocrazie internazionali e gli establishments, che faranno ora, dopo aver lodato il dottor Trump come il più grande rottamatore o “vaffanculista” dei tempi moderni?

Nell’estate del 2012, mentre la rivolta siriana volgeva definitivamente verso la guerra civile a seguito della risposta cruenta delle autorità, l’allora presidente americano Obama aveva minacciato il governo siriano, annunciando che l’uso delle armi chimiche sarebbe stata la linea rossa oltre la quale l’America sarebbe intervenuta con la forza. Nel settembre di quell’anno, stavo a Lussemburgo con attivisti arabi e europei che si interrogavano sul destino delle rivoluzioni e delle proteste che avevano attraversato la regione. Padre Paolo dall’Oglio – che in quell’epoca si trovava a Sulaymanya,  dopo aver lasciato il monastero di Mar Musa al-Habashi, posto a qualche decina di chilometri a settentrione di Damasco, essendo ormai diventato persona non grata in Siria per la sua testimonianza di dialogo, nonviolenza e libertà – collegato via Skype denunciava con fermezza e lucidità le ambiguità americane. Forse che le migliaia di civili cadute sotto i colpi delle armi convenzionali non rappresentavano un crimine sufficiente per parlare di linea rossa? Fin dove la morte degli innocenti è politicamente accettabile, indipendentemente dai numeri? Non sappiamo dove sia Padre Paolo, se sia ancora in vita o sia passato a migliore vita; certo, i suoi insegnamenti ci mancano, il suo senso della dignità e della compassione, un umile servo di Dio che non guardava attraverso i suoi occhi di persona di carne, bensì attraverso quelli dello spirito. Quando penso a lui, mi viene in mente il poeta mistico persiano Gialal al-Din Rumi, nato nel XIII sec. d.C. in quello che è l’odierno Afghanistan, quando scriveva: “Puoi dire che i tuoi occhi vedono Dio, ma è Dio che vede, come nel Corano, quando la montagna del deserto si rivolge a Dio, e occhi appaiono su ogni pietra”[3].

Nel frattempo, anche i sostenitori più radicali del presidente americano in carica, che lo avevano esaltato arrivando a pensare che la rivincita dell’uomo ariano fosse vicina, prendono le distanze, e congetturano che l’attacco chimico di Khan Sheikhoun fosse stato orchestrato da una rete di militari americani per giustificare la reazione, avvenuta questa mattina con il bombardamento dell’aeroporto militare di Shayrat[4]. Sono curioso di vedere come reagiranno i corrispettivi di quell’area politica e culturale in Italia, notoriamente filo-russi e assadisti. Con molta sofferenza, mi ero collegato a Internet dopo la notizia dell’attacco di Khan Sheikhoun, avvenuto il 4 aprile. Quel giorno, si era aperta a Bruxelles una conferenza internazionale dei donatori che sostengono una transizione democratica in Siria sotto l’egida delle Nazioni Unite, e assistono le comunità in Siria più colpite dagli effetti della guerra civile, così come i paesi che sono stati maggiormente interessati dall’afflusso di rifugiati siriani. Era per consultare i risultati della conferenza che l’avevo fatto[5]. Quanto mi spaventava maggiormente non erano le foto dei bambini soffocati dal gas a Khan Sheikhoun, bensì le varie tesi cospirative che circolano sulla rete, alimentate dalla propaganda russa, che sostenevano che fosse esploso un deposito di armi chimiche dei “ribelli” o fosse stato identificato e distrutto dall’aviazione siriana. Tra me e me, avrei voluto vomitare sulla rete anche una mia tesi, ovvero che gli stessi “ribelli” (che termine disgraziato, come fossero dei monelli, giovani che non rispettano i buoni costumi sociali) avessero fatto saltare il deposito per eliminare fisicamente qualche centinaia di sfollati provenienti da Aleppo, dopo la riconquista della città da parte del governo siriano legittimo, e questo perché le strutture di accoglienza non erano più sufficienti (non essendo la comunità internazionale così generosa come il governo italiano, che esborsa 35€ giornalieri per rifugiato). Alla fine, non l’ho fatto per timore che venisse accreditata massicciamente dalla rete.

Tra le notizie che mi hanno fatto maggiormente riflettere vi è stato il post del Movimento 5 Stelle, che si dichiara vicino al popolo siriano, e dopo l’attacco di Khan Sheikhoun chiede un’inchiesta ONU indipendente[6]. Benissimo, solo che le Nazioni Unite devono chiedere il permesso delle autorità siriane per effettuare tale inchiesta, e una risoluzione presentata dai paesi occidentali al Consiglio di sicurezza ONU questa settimana, che chiedeva il piano dei voli militari avvenuti al momento dell’attacco, e di avere accesso alle basi aeree da cui potrebbe essere partito lo stesso, è stata subito paralizzata dalla Russia, che avrebbe imposto il veto in caso di voto. Il post di cui sopra dichiara: “La nostra condanna dell’uso della forza e della violenza come strumento di risoluzione delle crisi internazionali è ferma e totale. Noi siamo sempre contro chi uccide”. Niente di più condivisibile. Perché allora, caduta la città di Aleppo nel dicembre dell’anno scorso, dopo un assedio atroce e sanguinoso da parte dell’esercito regolare siriano appoggiato da iraniani e russi, lo stesso mezzo di informazione pubblicava una dichiarazione intitolata “La liberazione di Aleppo”, in cui si lodava l’intervento militare che ha distrutto la metà della città[7]? Ritornando al post relativo a Khan Sheikhoun, questo continua aggiungendo: “Non è una guerra cominciata ad Idlib, è una guerra mossa da interessi di altri Paesi e non certo da quelli del popolo siriano”. Vero e falso. La guerra è cominciata per deliberata volontà del regime siriano di schiacciare le proteste popolari con la repressione poliziesca e l’aggressione militare, che spinse i giovani rivoluzionari del 2011 a armarsi per difendersi. Le potenze straniere sono intervenute dopo. Ancora una volta, si occulta il diritto all’autodeterminazione popolare contro il despotismo. Per capire di più, ho letto i commenti al post, e non ne ho trovato uno che si chiedesse se non fosse stato forse il regime a usare le armi chimiche; al contrario: una sequenza straordinaria di congetture da guerre stellari contro l’Impero del Male, fatto di capitali occidentali, islamisti e governi corrotti, di cui pochi illuminati hanno scoperto i piani criminali.

La risposta più plausibile a quello che è successo a Khan Sheikhoun l’ha offerta un commentatore del Washington Post, un tale Richard Cohen. Cohen non è certo un liberale, anzi aveva sostenuto la guerra in Iraq, per poi distanziarsene più tardi. Questa settimana, dopo che il Segretario di Stato Rex Tillerson e l’ambasciatrice americana alle Nazioni Unite Nikki Haley avevano dichiarato che gli USA non si prefiggevano più di rimuovere dal potere al-Assad, ha scritto: “Nessuno può affermare con certezza che al-Assad abbia agito dopo che l’amministrazione Trump ha manifestato la sua indifferenza al fatto che restasse al potere. Ma non è illogico di pensarlo. Le parole di un presidente americano contano e sono scrutinate all’ossessione dai governi stranieri, per cui quelle parole valgono qualcosa. Anzi, essi costruiscono le loro politiche a partire da quelle parole. Uccidono basandosi su quelle parole. La vaghezza talvolta è utile. Talaltra uccide”[8]. Il presidente Trump aveva il Washington Post sottobraccio, quando si è consultato con il Pentagono.

Sono stanco. Sono stanco perché ciò che manca è il senso dell’umanità. Quando parliamo di Siria, di rifugiati, di dissenso, di Islam, parliamo sempre di numeri e di governi, mai di persone. Anche se il fascismo siriano sta trascinando buoni e cattivi in una guerra mondiale, di cui cancellerie democratiche e burocrazie autoritarie stanno già misurando costi e benefici, non abbiamo più il coraggio di agire per il bene dell’umanità. C’è voluto il night speech di un miliardario senza scrupoli per sentire parlare di valori.

Avessimo un poco degli occhi di cui parlava Gialal al-Din Rumi.

Qui

Vivono per sempre

Gli occhi che furono chiusi alla luce

Perché tutti

Li avessero aperti

Per sempre

Alla luce.

Sono gli occhi profondi dei partigiani, che ci mancano, e che Giuseppe Ungaretti descrive con tanta leggerezza[9].

 

Kabul, 7 aprile 2017

 

 


[2]Cfr.: http://sn4hr.org/blog/2017/03/18/35726/

[3] Verso della poesia “Occhi”.  Rumi, The Book of Love, traduzione di Coleman Barks, HarperOne, 2003.

[4]Matthew Haag, “Trump’s Far-Right Supporters Turn on Him Over Syria Strike”, The New York Times, 7 aprile 2017.

[5] La dichiarazione finale della conferenza è disponibile su: http://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2017/04/05-syria-conference-co-chairs-declaration/

[6] Cfr.: http://www.ilblogdellestelle.it/vicini_al_popolo_siriano_subito_una_inchiesta_onu_indipendente.html

[7] Cfr. : http://www.ilblogdellestelle.it/la_liberazione_di_aleppo.html

[8]Richard Cohen, “Trump finally realizes the truth about Syria’s Assad. Now what?”, The Washington Post, 6 aprile 2017.

[9] Giuseppe Ungaretti, “Per i morti della resistenza”, poesia composta durante la seconda guerra mondiale.

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1 risposta a “Sguardi sulla Siria e una nota a margine”

  1. Piero
    20 aprile 2017 at 09:09 #

    Alla redazione di Comune.
    C’e’ una linea sottilissima che separa la posizione pacifista da quella bellicista: di qua sta il rispetto del diritto internazionale, la non ingerenza, le iniziative volte al disarmo convenzionale e nucleare, per il governo italiano il rispetto dell’articolo 11 della costituzione, l’effettiva decolonizzazione dell’africa, l’abbandono delle politiche di rapina dell’occidente delle risorse minerarie, ambientali e umane del terzo mondo dall’altra parte c’e’ la guerra giusta, l’interventismo militare, l’esportazione della democrazia, i bombardamenti mirati su obiettivi umani, militarie/o civili, con droni, missili e aerei, il commercio di armi di distruzione di infrastrutture civili che l’Italia esporta nel medio oriente in fiamme fornendole agli incendiari Arabia Saudita, Qatar, Emirati, c’e’ lo svilimento dell’Onu e di tutti gli organismi internazionali sorti all’indomani delle guerre mondiali “intere” e che la guerra mondiale “a pezzettini” sta rendendo ridicoli nella loro acclarata inutilita’.
    Se si ha l’onesta’ di guardare di qua e di la da questa linea sottile e piuttosta facile da valicare una posizione sulla Siria la possiamo tenere: non ci si puo’ accontentare di pubblicare diverse posizioni e dire che una linea non c’e’. La linea c’e’ stata per il movimento pacifista fino alla vigiglia dell’invasione dell’Irak dopo non piu’. Perche’. Non prendere posizione o assumerne una di equidistanza, oppure di “ci vorrebbe ben altro” noi siamo oltre, non aiuta a far rinascere il movimento pacifista. Una politica di non ingerenza non vuol dire stare dalla parte del tiranno, vuol dire stare dalla parte del popolo, del suo diritto a lottare per la propria liberta’, con la solidarieta” dei popoli liberi come fu per l’Algeria, il Vietnam, Cuba, e non fu per la Libia e ora per la Siria e lo Yemen. Insomma o si sta con Zanotelli o si sta con Solera. Uno di qua e l’altro di la. NETTAMENTE

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