Non tutto si può comprare

Costruire pozzi, imporre tunnel e grandi depositi, devastare territori: è un mestiere complicato quello di molte multinazionali. Sempre meno persone credono alle bugie dei signori dell’oil and gas, alle loro ricette di sviluppo. Da Standing Rock al Salento, dalla Patagonia al Delta del Niger movimenti territoriali e comunità di indigeni protestano, occupano, mostrano modi diversi di vivere. Per questo le grandi imprese iniziano a offrire soldi, tanti soldi, come il miliardo e mezzo di dollari che la Petronas aveva previsto per comprare il consenso degli indigeni Lax Kw’alaams, una delle comunità più povere del Canada, e costruire finalmente un oleodotto e un grande deposito di gas nella provincia di British Columbia. Quei soldi non sono bastati. Sulla terra dove vivono i Lax Kw’alaams e sulla loro dignità non c’è alcun cartello Vendesi. Qualcuno, per favore, lo spieghi ai manager di Petronas

Foto tratta da vice.com

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di Maria Rita D’Orsogna*

Siamo in un mondo e in un tempo in cui al prezzo giusto, tutto o quasi tutto, si può comprare. A volte però ci sono persone che sanno dire di no. Mi viene in mente come splendido esempio, il signor Armando Orsini, che a suo tempo disse no ai duecentomila euro che l’Eni voleva dargli per il suo pezzettino di terra coltivato ad ulivi e dove il mostro a sei zampe voleva installare il suo bel Centro Oli d’Abruzzo.

Qui è una storia non diversa, solo che coinvolge una comunità molto più grande e tanti più soldi. Siamo nel nord-ovest del Canada, provincia del British Columbia. Una ditta della Malesia (!), la Petronas, vuole costruire un deposito e un associato oleodotto per il trasporto di gas liquefatto naturale (Gpl). Il gas cosi verrà esportato dalle coste canadesi della British Columbia all’Asia. Si tratta di una mega operazione, da vari miliardi di dollari, fra oleodotto e deposito.

Entrano in scena i salmoni. Si, perché il deposito di Gpl dovrebbe essere costruito vicino alla foce del fiume Skeena, il secondo più grande del Canada per la riproduzione dei salmoni, e in territorio di residenza della comunità indigena Lax Kw’alaams.

Il salmone è una delle fonti principali di sostentamento e di economia per gli indigeni. Ben sapendolo, Petronas, offre alle tribù canadesi ben 1.5 miliardi di dollari. Gli indigeni andarono a un voto interno. Tutti dissero no. No all’oleodotto, allo stoccaggio, al gas della Malesia. Tutti.

E questo da una comunità non certo ricca, e con molte difficoltà a sopravvivere. Quello che però li rende ricchi è la bellezza e l’amore per le loro tradizioni. Quando il salmone inizia a risalire il fiume c’è festa e il tutto scandisce ritmi millenari.

Il capo della comunità si chiama Yahaan e dice:

“Opportunities like that don’t come to your door every day. But I give my people credit for taking that bold step. They showed their love and their passion for the land and water. No amount of money can compare to the richness of the river and what it gives us”.

Bene. Storia finita? Non proprio. Perché il governo del British Columbia, qualche anno fa, ha dato lo stesso il suo sì alla Petronas, nonostante il parere opposto degli indigeni. E cosi nel 2015 Yahaan e la sua tribù hanno aperto un campo di protesta sull’isola di Lelu, proprio accanto al proposto sito di stoccaggio. E questo per proteggere il salmone, e i loro diritti. 

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Non è stato e non è facile. Il governo in questi anni, sia del British Columbia che del governo centrale canadese ha cercato in tutti i modi di fare passare questi indigeni come degli esaltati, il partito del No, “ma cosa vogliono” questi, sono i soliti nimby eccetera eccetera. Lo sappiamo tutti come funziona, perché sono le tecniche che usano anche in Italia, e in realtà in ogni parte del pianeta. Dal canto suo la Petronas veniva qui ogni tanto con le sue barche a studiare la situazione, a mettere pressione, a mettere paura.

Le proteste hanno avuto successo finora, nel senso che il terminal e l’oleodotto non sono ancora stati costruiti, ma il finale è ancora tutto da scriversi. La storia è sempre la stessa: governi e autorità che vogliono spremere, estrarre, trivellare il sottosuolo come folli, e comunità di residenti che cercano di opporsi, allo sfruttamento e alle promesse-bugie. In questo caso si parlava di decine e centinaia di pozzi di gas, di circa 100mila posti di lavoro, e le solite balle che si dicono sempre, e che tutti sanno alla fine si risolvono in soldi per pochi, e danni per molti, come insegna il caso Basilicata. Ma siccome anche i signori dell’oil and gas lo sanno che nessuno crede più alle loro fantasie, iniziano ad offrire soldi, sempre di più. Appunto, 1 miliardo e mezzo di dollari. Non sono bastati

Come andrà a finire? Beh, il “gran figo” che però sotto sotto ha un cuore fossile pure lui, Justin Trudeau, il primo ministro del Canada, dovrà prima o poi decidere. Ha sempre detto che sarebbero state le comunità locali a decidere, ma diciamo che non sempre il suo governo ha messo in atto ciò che lui prometteva. Trudeau ha promesso sconti alle tasse per i petrolieri di gas liquefatto; ha già approvato terminal di Gpl più piccoli in British Columbia.

E qui? Grazie all’azione degli indigeni-attivisti, il governo è stato sommerso da lettere, osservazioni, commenti in merito a questo terminal Gpl e per ora Trudeau vacilla. Si attenda una sua decisione da tre mesi. In una parola: non sa che pesci pigliare, tanto più che nel 2015 è stato pubblicato un articolo su  Science in cui si arriva alla conclusione che il deposito Gpl potrebbe portare al collasso delle popolazioni di salmone allo stato naturale in British Columbia. Anzi, addirittura, lo stesso governo del British Columbia dice che qualsiasi tipo di industria pesante in questa sone porterebbe alla distruzione totale del complesso ecosistema della zona. Si vede che il governo ha dimenticato le cose che diceva quarant’anni. O forse pensano che l’ecosistema è diventato più forte in quaranta anni o che il Gpl “che vuoi che sia”.

Per ora abbiamo una gran lezione di civiltà: una comunità di indigeni, fra le più povere del Canada che dice no a 1.5 milardi di dollari in cambio di salmone, fiumi, le loro tradizioni e la loro dignità

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* Fisica e docente all’Università statale della California, cura diversi blog (come questo). Consapevole dell’importanza dell’informazione indipendente, Maria Rita ha autorizzato con piacere Comune a pubblicare i suoi articoli

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4 Risposte a “Non tutto si può comprare”

  1. 12 aprile 2017 at 20:26 #

    grazie , Maria Rita D’Orsogna, per ricordarci che esiste anche un mondo non ancora alla rovescia, come questi meravigliosi esseri che danno una lezione fenomenale a tutti!
    teri volini

  2. 12 aprile 2017 at 20:26 #

    e graz<ie a te, per il tuo incrollabile impegno!

  3. folletto blu
    12 aprile 2017 at 21:21 #

    Un grazie sincero alla comunita’Lax Kw’alaams per la lezione coraggiosa che ci sta dando.Spero fortemente che la loro eroica resistenza abbia successo.

  4. galletto blu
    12 aprile 2017 at 21:23 #

    Grazie alla comunita’indigena Lax Kw’alaam per la lezione coraggiosa che ci sta dando.

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