Le strane avventure di Con, Cum e Coo

Protesta contro i quiz Invalsi (foto tratta dal gruppo facebook INVALSI-crazia? No, grazie)

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di Renata Puleo*

Intervenendo al seminario organizzato dalla Flc-Cgil, svoltosi a Enna il 5 aprile, Valentina Chinnici, membro della Segreteria Nazionale del CIDI, ci ha fornito la sua versione dell’etimologia della parola competenza, oggi sempre usata al plurale e diventata, nella pluralità ambigua delle conoscenze, un nuovo dogma a sostegno de La Buona Scuola.

Secondo la professoressa, se leggessimo bene le fonti classiche, troveremo che competenza, competere et similia, grazie alla preposizione con ( il cum latino) che fa da prefisso, rimandano all’azione dell’“operare insieme”. Il verbo latino pĕtere esprime una richiesta (come effettivamente è attestato dai suoi derivati nelle lingue romanze) rivolta all’Altro, facendo slittare il significato verso quello di un’attività dedicata a spendere i propri saperi con e per gli altri.

Ora, nella mia relazione (sui due atti legislativi delegati 378 e 384, inclusione e valutazione) allo stesso seminario, avevo sottolineato come competenza, soprattutto quando declinata al plurale, appartenga alla stessa area semantica di competere, il misurarsi con l’Altro, gareggiando. Provo ad argomentare.

L’accezione in lingua spagnola rende evidente la linea interpretativa da me proposta visto che competencia significa, in gergo economico e nell’uso quotidiano, concorrenza, gioco mercantile. Consultiamo una grammatica e un dizionario etimologico italiani.

i) Nella prima troviamo che in italiano, come già in latino, il valore della preposizione con è sicuramente di “addizione, partecipazione” ma non manca quello modale, spesso avversativo e concessivo che ne smussa la più tranquillizzante accezione di stampo partecipativo (M. Dardano, P.Trifone; L. Serianni). D’altra parte l’essere umano è un “a-sociale socievole”, attitudine ambivalente, registrata proprio nella e dalla Lingua che forza l’infra, la distanza fra gli individui, ma non satura mai lo iato fra segno e cosa designata, non soddisfa mai il bisogno di attenuare distanza e la solitudine dell’animale che ha coscienza di sé.

ii) Le vicende etimologiche della congiunzione con, in funzione di prefisso, nella tradizione linguistica italiana e non solo (si veda l’accezione anglosassone di competition e competitive), raccontano un’altra storia di uso, in cui prevale il misurarsi, il gareggiare, l’imporsi di un’idea e di un giudizio, un significato attestato dalla metà del Trecento (M. Cortellazzo, P. Zolli).

Oggi, a ridosso dell’approvazione degli otto decreti delegati dalla Legge 107/2015, fra l’entusiasmo della ministra Valeria Fedeli e lo sconcertante silenzio di chi dovrebbe stare all’opposizione, penso a quanto contano le parole nell’elaborazione del consenso. Il manifesto culturale, che nell’autunno 2014 diffondeva via rete l’impianto della futura legge 107/2015, con il suo tono bonario-trionfalistico sull’uomo nuovo che sarebbe stato educato nella nuova scuola, la sintassi incerta, il registro spesso colloquiale, il vocabolario infarcito di anglicismi e di parole del gergo economico, ne è un esempio. Come lo è la prosa degli otto atti delegati e delle relazioni tecnico-illustrative che li accompagnano.

Torno sempre più spesso in questo infausto periodo ai quaderni di Gramsci, soprattutto laddove ricorre la parola ideologia, che tanto lo impegnò, come già era accaduto a Marx. Scriveva nel 1930 e ancora nel 1935, Gramsci:

“Un elemento di errore nella considerazione del valore delle ideologie mi pare sia dovuto al fatto (fatto che d’altronde non è casuale) che si dà il nome di ideologia sia alla sovrastruttura necessaria di una determinata struttura, sia alle elucubrazioni arbitrarie di determinati individui. Il senso deteriore della parola è diventato estensivo e ciò ha modificato e snaturato l’analisi teorica del concetto di ideologia […] bisogna distinguere tra ideologie storicamente organiche, che sono necessarie ad una certa struttura e ideologie arbitrarie, razionalistiche, volute […] In quanto storicamente necessarie esse hanno validità che è validità ‘psicologica’, esse ‘organizzano’ le azioni umane, formano il terreno in cui gli uomini si muovono, acquistano coscienza della loro posizione, lottano, ecc.”.

Credo che il bisogno di fare ordine simbolico sia diventato una necessità, come si diceva non a caso nei gruppi femministi. Necessità di trovare nuove parole rivisitando nell’uso la loro origine nascosta, occultata proprio mediante le deviazioni operate dal e nel discorso dominante, e subite da quello subalterno, deviazioni in grado di essere veicolo di potere performativo, di direzione della coscienza individuale e dell’azione politica.

Noi, nel nostro gruppo di antagonismo alle pratiche del Servizio Nazionale di Valutazione, gestito in maniera totalizzante dall’INVALSI, cerchiamo di fare buona ideologia, quella che organizza il pensiero sulla valutazione, e dunque sulla scuola. Un lavoro intorno a parole critiche, che dicono la crisis, ovvero il crinale di ricerca, dubbio e decisione, che un buon pensiero non deve mai perdere di vista. Individuare nell’enfasi attuale sulle competenze il grado di cattiva operazione ideologica, è uno dei compiti su cui lavorare.

Riporto qui un passaggio-chiave, di un articolo del professor Paolo Di Remigio, che ho già altrove commentato:

“Per quanto sfugga ai pedagogisti perseguitati dalle manie classificatorie, nessuna conoscenza scolastica è infatti una nuda informazione; perfino quelle storiche vertono su singolarità esemplari, che costituiscono cioè modelli, quindi strumenti da applicare oltre il loro contesto, per comprendere situazioni in generale. La semplicità della definizione [di competenza] avrebbe dunque confortato la prassi didattica nelle scuole italiane, forse l’avrebbe addirittura migliorata, inducendo gli insegnanti a preoccuparsi dell’universalità delle conoscenze proposte, dunque della loro portata applicativa. Evidentemente non si voleva aiutare gli insegnanti, li si voleva confondere perché diventassero insicuri della loro didattica, perché non offrissero resistenza alla sua liquidazione. Insomma, la programmazione per competenze è stata la maniera subdola per invitare gli insegnanti pubblici a fare di tutto pur di non insegnare nulla”.

Tutto ciò stona con la puntualizzazione operata dalla portavoce del CIDI, che fa con le parole cattiva ideologia. Un capitombolo, una scivolata in cui era già incorsa l’MCE, associazione storica di cooperazione educativa. Commentando la prima uscita delle Linee-Guida per la Certificazione delle Competenze (fonte MIUR e INVALSI, 2015) l’MCE ne sottolineava gli aspetti positivi, quelli relativi al concetto di nuova cittadinanza. Peccato che il nuovo cittadino, in un prospettato nuovo umanesimo (sic, p. 3 del testo MIUR) sia proprio quello che compete, nel senso deteriore del termine, e lo fa adattandosi all’esistente come unico orizzonte possibile, non a caso schiacciato sul concetto di lavoro veicolato dal Quadro Europeo delle Qualifiche (EQF, 2008).

Ogni novità deve il suo potenziale al tradimento dell’esistente e del vecchio deteriore, al carattere rivoluzionario del pensiero critico. Il potente sommovimento degli anni settanta, di cui ricorre l’anniversario (1967/68) nel momento della distruzione della legislazione nata a ridosso, aveva provato a instaurare un ordine sociale, e dunque simbolico, ispirato ad una maggiore equità.

Nei testi liquidati dalle Commissioni con parere favorevole e qualche timida osservazione e modifica, il nuovo è solo un tuffo nell’esistente, così com’è, la novità è una feroce regressione verso i precetti proprietari, una novella già raccontata e oggi vivificata da un mutamento – quello veramente tale! – antropologico e culturale, di cui la scuola deve essere cardine e veicolo.

Forse quello del CIDI e dell’MCE, non è stato un inciampo, vista la gamma di pezze di appoggio portate al ragionamento. Schiacciare l’occhio al Governo, alla legge 107/2015, non è solo frutto di convinzione ma di pragmatismo. Si tratta di sopravvivere cercando un posto sulle scialuppe di salvataggio, se non proprio sul ponte di comando rimasto intatto nella bufera. Anche a costo di fare del cum un forzato prefisso coo e, a colpi di etimologia, trasformare le competenze in un veicolo di cooperazione.

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* È stata dirigente scolastica per la scuola primaria Pietro Maffi di Roma, oggi fa parte del Gruppo No Invalsi. Questo articolo è apparso originariamente su https://genitoreattivo.wordpress.com

 

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