La società del lavorismo

Parigi Nuit debout 2016, un grande e creativo movimento nato dalla protesta in piazza contro la riforma del lavoro in Francia. Foto di Francis Azevedo

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di Lucilio Santoni e Alessandro Pertosa

Nessuno ha il coraggio di dire che, di per sé, il lavoro è una pratica odiosa e annichilente: altro che un diritto da difendere. Si ha diritto a qualcosa di vitale, di positivo, di buono; si ha diritto a qualcosa di cui non si può fare a meno, o la cui sottrazione svilirebbe l’umanità del singolo; si ha dunque diritto al non lavoro perché il lavoro di per sé è contrario all’essenza dell’uomo, a quell’essenza ch’è tesa al gioco e all’ozio contemplativo. L’uomo non è nato per lavorare ma per contemplare la natura, la vita, la bellezza circostante.

Nella società del lavorismo, la disoccupazione volontaria è riservata solo a chi può permettersi di vivere di rendita, a chi non avverte i morsi della fame, a chi può guardare i lavoratori standosene in pantofole e vestaglia mentre sorseggia un tè. Questo tipo di non-lavoro è il frutto di una sperequazione violenta e ingiustificata della ricchezza: chi vive di rendita beneficia del lavoro altrui, accumula denaro proprio difendendo la cultura del dominio e l’apologia del lavoro, che sono le cause principali di questo squilibrio distributivo di beni e risorse. Il lavoro è l’arma che usa il potere per tenere a bada il popolo.

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Le élite si garantiscono privilegi che negano a tutti gli altri lavoratori; chi prova ad alzare la testa o rifiuta di assoggettarsi alla dittatura dello sfiancamento è messo al bando, emarginato, scomunicato, perché la Repubblica è fondata sul lavoro, e chi non lavora — non perché disoccupato, ma perché sceglie di non lavorare, di non piegarsi alla razionalità dispotica del lavorismo — non fa parte della comunità.

Chi si sottrae di proposito alla violenza del lavoro, lo fa per opporsi a una visione che ritiene inumana e intollerabile. Lo fa per sottrarsi ad una violenza che — per dirla con Nietzsche — costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno. Ma chi si sottrae alla tirannia del lavoro oltrepassa la razionalità del lavorismo: egli non è quindi un disoccupato, bensì un obiettore del  lavoro. Per essere più chiari: in un sistema in cui il diritto all’esistenza è dato unicamente dal lavoro, chi non ha lavoro — ma lo vorrebbe — è un disoccupato. Diversa invece è la condizione di chi quel lavoro non lo cerca e non lo vuole, perché intende superarlo e vive la liberazione dal lavoro nella condizione di non-occupato.

Nella società del lavorismo si può quindi essere disoccupati in due modi: nel primo: la disoccupazione volontaria è la condizione di chi può permettersi di non lavorare sfruttando il lavoro altrui; nel secondo: la disoccupazione è la condizione di chi cerca disperatamente un lavoro ma non lo trova, e quindi viene estromesso dalla vita quotidiana e arranca ai margini della comunità.

Queste condizioni sono entrambe da rigettare. L’uomo deve puntare a superare il lavoro e a sottrarglisi il più possibile. Deve orientare le sue azioni alla liberazione dalla schiavitù della fatica, perché siamo stati fatti per la felicità e la bellezza, non per sfiancarci in abominevoli attività produttive gestite dall’élite.

L’élite che punta a garantirsi i privilegi, ormai esautorata da decisioni politiche prese in altre sedi di potere, è semplicemente concentrata sulla comunicazione (piena di slogan e luoghi comuni che fanno presa su chi non è abituato a pensare). Attraverso quest’ultima, si pone come perennemente impegnata in affari di rilevanza cruciale per la nazione e per il mondo intero. E qui giova avvalersi di quanto Guy Debord affermava della società dello spettacolo: questa ha un unico messaggio, tutto ciò che appare è buono e tutto ciò che è buono appare. E cerchiamo di spiegarci con una frase lapidaria: essere indaffarati è trendy. Vogliamo dire che chi è indaffarato, nella nostra cultura, è percepito e si percepisce come una persona importante.

La sua postura è la seguente: mostrare sincera, ma in realtà falsa, preoccupazione per il ritmo della propria vita, preoccupazione corredata da una altrettanto falsa rassegnazione, come se l’orologio fosse regolato da qualcun altro, e allo stesso tempo sottintendere che sta facendo cose molto importanti. Naturalmente, l’indaffarato, pur denunciando la propria condizione faticosa e triste, tende a non nascondere troppo il vanto che ne scaturisce: un certo modo di essere impegnati è uno status symbol. Induce chi ascolta a fare la seguente considerazione: «si lamenta, ma in fondo la sua vita è piena e interessante; gli impegni sono lì che lo aspettano, non è lui a sceglierseli». Come il play boy: non va in cerca di donne, ma sono loro che lo assediano. Se, poi, chi ascolta non è altrettanto impegnato, se ne sentirà irreversibilmente frustrato. Mentre solo chi è dotato di pensiero critico leggerà nella postura dell’indaffarato la maschera granitica di chi cerca di occultare, anche a se stesso, l’angoscia che lo divora.

Se a ciascun l’interno affanno
si leggesse in fronte scritto,
quanti mai, che invidia fanno,
ci farebbero pietà!
(Pietro Metastasio)

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Tratto da Lavorare sfianca. Ozio creativo per imparare l’arte del vivere (ED-Enrico Damiani Editore)

 

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15 Risposte a “La società del lavorismo”

  1. savino.as
    25 aprile 2017 at 16:03 #

    “L’uomo non è nato per lavorare ma per contemplare la natura, la vita, la bellezza circostante.”
    E’ quello che dicevano i nobili aritocratici premoderni, e il clero. Anzi non toccavano neppure il denaro, attività vile e plebea, lo facevano fare ai subordinati per loro.

    Avevano gli schiavi che provvedevano ai loro bisogni fondamentali.

    Sono teoremi da ceto intellettuale.
    Tanto più che se non ci mette la fatica dello studio, il suo lavoro di contemplazione non va oltre il proprio naso.

    • Lucilio Santoni
      25 aprile 2017 at 23:13 #

      Savino, il tuo mestiere di social stalker, che svolgi 24 ore su 24, è quanto di più orrido la nostra società abbia partorito negli ultimi secoli

      • savino.as
        26 aprile 2017 at 08:38 #

        Lucio, potrei entrare nei tuoi strali e replicare che la madre degli ignoranti è sempre incinta.
        Ma io preferisco attenermi alla Storia. Le tue tesi erano le medesime di alcuni padri del cristianesimo e dei nobili. Si consideravano aristocratici proprio perchè la parte migliore della società che non si sporcavano le mani con la fatica e con il lavoro.
        Un conto la critica al lavoro salariato e al’alienazione un conto è prendere le tesi dell’aristocrazia reazionaria, perchè tanto si sà che ci sarà sempre qualcuno al posto tuo che svanga la terra, ti darà un tetto, laverà i panni sporchi, costruirà dei ponti o delle barche per pescare.

        Fare i contemplatori con il culo degli altri è facile! La storia è piena di questi ‘buoni’ esempi!

        • Lucilio Santoni
          26 aprile 2017 at 12:31 #

          Se mi metto a elencare tutti gli errori di ortografia, grammatica, sintassi e, soprattutto, di logica che hai fatto in 10 righe ci impiego un’ora! A proposito di ignoranti!!

      • savino.as
        27 aprile 2017 at 10:01 #

        Lucio, si correggimi gli errori ortografici, ti riesce bene solo quello perchè sui contenuti non ti vedo pronto, fai come i ragazzini che si vedono criticati la buttano subito in rissa.

        Ma se ti avanza tempo, visto che non non perdi tempo sui social, cerca di contemplare meno e comincia a riflettere che..
        Come diceva qualcuno,” il lavoro aggiunge olio alla lampada della vita, mentre il pensiero l’accende… Un’occupazione puerilmente stupida lascia stupide le menti dei bambini”.
        La contemplazione Tommasea rientra tra queste occupazioni.

  2. Maria Grazia
    26 aprile 2017 at 20:45 #

    Mi è piaciuto l’articolo che mi ha dato un certo sollievo; credo proprio si possa lavorare con serenità senza angustie; è perlomeno auspicabile.

  3. Schmidtkaspar
    28 aprile 2017 at 17:07 #

    Nella sospensione di un agire coatto, alienato, violento (questa stessa nevrosi iperattiva che genera il suo gemello demente: lo svagato e il vacanziero) appare lo spazio della Creatività. Spazio lussuoso e ribelle. Luogo insurrezionale autentico e ormai residuale perché protegge l’ INUTILE.
    La contemplazione? L’homo ludens?
    Un nuovo situazionismo (ne travaillez jamais)? Ripensare Lafargue?
    Sì, oggi più che mai.
    Il sapere scientifico accumulato dall’Occidente potrebbe liberare il mondo dalla schiavitù invece lo riempie di armi, propaganda e disperati. Prima l’Occidente dovrebbe liberare se stesso dall’idiozia alienante e distruttiva del salario, dal narcisismo, dalla competitività, dall’avidità, dalla bulimia angosciata, dalla paura diffusa e pervasiva, dalle mitologie miserabili, dai sogni plastificati, dalla negazione del reale, dalla proiezione, dalla dipendenza, dalla falsa coscienza… insomma… dovrebbe tirarsi per i capelli come il barone di Munchhuausen.
    Ah, dimenticavo: buon “lavoro” a tutti!

    • redazione di Comune
      28 aprile 2017 at 17:15 #

      “Una strana follia possiede le classi lavoratrici della civiltà capitalistica – scrive Paul Lafargue – Questa follia trascina con sé miserie individuali e sociali che, da più di due secoli, torturano la triste umanità. Questa follia è l’amore per il lavoro, la passione mortifera del lavoro, spinta fino all’esaurimento delle forze vitali dell’individuo e della sua prole…”.

      Ne ragiona in La ribellione della lentezza e dell’ozio, Alain Goussot: http://comune-info.net/2015/07/la-ribellione-della-lentezza-e-dellozio/

    • savino.as
      29 aprile 2017 at 10:15 #

      “Il sapere scientifico accumulato dall’Occidente potrebbe liberare il mondo dalla schiavitù invece lo riempie di armi, propaganda e disperati. ”
      Grande la confusione sotto il cielo, la situazione è disperata.
      Dividiamo le cose altrimenti si fa solo confusione, si assolutizza un concetto come “il lavoro” e lo si rende senza società, senza storia e senza relazione.
      Criticare il lavoro salariato, l’alienazione dal lavoro ecc. prodotti del capitalismo lo ha fatto molto bene Marx, non vedo perchè riscrivere altri libri per scoprire l’acqua calda.

      Altra cosa è criticare come fa Schmidtkaspar che fa del lavoro come momento a-storico.
      Certo il sapere scientifico fa risparmiare molta fatica, e potrebbe farne risparmiare molta di più. Ma a me come a tanti, non piace mangiare polli di plastica, formaggi di plastica, vino di plastica o insalate di plastiche perchè fatti in batteria automatizzata.
      A me piace un mobile artigianale dove ci vedo l’estro e l’intelligenza umana applicata al lavoro e non mi dicono niente quelli dell’Ikea fatti in automatico.
      E alle volte mi piace leggere un bel libro di carta invece che un e-book. Così in cucina, mi piace prepararmi i piatti e gustarmi i sapori invece che andare al McDonald in catena di mantaggio.

      PERCHE’ CARI SIGNORI IL LAVORO E’ (o deve diventare) CULTURA!!!

      Se non riuscite a gustare il lardo di colonnata, un pollo cresciuto ruspante, un odore del libro di carta, un vino biologico, un mobile fatto a mano, un ferro battuto fatto a mano, una casa fatta a mano, un regalo fatto a mano e non con le macchine, se non vedete il bello, il buono, il giusto, oltre che l’intelligenza e l’armonia che c’è dietro il lavoro non alienato, credo che VOI di cultura non avete capito NIENTE!!

      Dietro questo accanimento contro il lavoro in generale, ci vedo solo rigurgiti da neo aristocratizia che punta solo al parassitismo ignorante e strumentale.
      Scusate la foga, non voglio offendere nessuno, ma certe mentalità reazionarie mi fanno rabbrividire.

    • Schmidtkaspar
      1 maggio 2017 at 12:04 #

      Aggiungo che ci troviamo in un’economia capitalista mondiale globalizzata anche perché esistono atrofie spirituali, individui mentalmente pigri, psicorigidi o tanto infantili da pensare che una cellula sana possa significare qualcosa, sopravvivere e forse prosperare in un organismo geneticamente malato, invaso dalle metastasi. La cura è una riprogrammazione del DNA, cioè una trasfigurazione dei cosiddetti “valori”, dei propri in primis. Per farlo bisogna comprendere come si riproduce l’alienazione, a quale livello di profondità si trovi il problema, esaminare la filigrana di una cultura invece di limitarsi ad un’osservazione superficiale dei fenomeni (fatalmente soggettiva, declinata nel gusto e nell’estetica). La fine dell’economia del profitto a favore di quella sociale (come auspica Rifkin) è il sintomo significativo che si potrebbe aprire uno spazio per ripensare il sistema dei valori, non certo la tautologia che nel bel lavoro c’è il bello.

      • savino.as
        2 maggio 2017 at 09:38 #

        Io sono laico e Lucio si autodefinisce cattolico ieratico.
        Come Marxista mi batto contro la divisione del lavoro (manuale e intellettuale, tra chi decide e chi esegue) e il lavoro alienato e alienante.

        Ma sul lavoro e cristianesimo vi consiglio:
        https://greennotgreed.noblogs.org/files/2013/07/berneri_il_cristianesimo_e_il_lavoro.pdf

        Sul lavoro e protestantesimo:
        http://www.fondazionesancarlo.it/wp-content/uploads/2010/11/Eckert.pdf

        • Schmidtkaspar
          2 maggio 2017 at 11:24 #

          Io sono io :-)… schiuma sul Nulla. Il Nulla è il Tutto. Il Tutto è il Mistero. Il Mistero è Indicibile. La schiuma canta e stona, la Melodia è il Silenzio. Lotta significa apertura e non energia che nutre un nemico. Il tempo è una conchiglia in cui risuona l’illusione del mare.
          Siamo preparati per lo sconfinato Oceano o saremo sempre “gli uomini vuoti e impagliati” ?

  4. JLC
    28 aprile 2017 at 17:23 #

    L’articolo suscita attenzioni: una sua lettura è stata fatta venerdì 28 mattina durante Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio Rai 3. La trasmissione completa si può ascoltare in qualsiasi momento qui: http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-04e1923a-8bb8-4258-b0a0-e393e23a10be.html

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