Fuori da ogni etichetta

Non è lontano il tempo in cui molti vivevano in manicomi, reclusi dentro mura invalicabili. Non persone bisognose di attenzioni e di cure, ma individui da isolare. In realtà è così che si risponde ancora adesso, purtroppo, a chi “in-quieta”. La medicalizzazione di ogni tipo di diversità va avanti, le identità diventano permanenti. “Quando un uomo perde il proprio nome per diventare l’etichetta che lo definisce, perde la sua soggettività – scrive Emilia De Rienzo – per diventare un oggetto osservato, studiato, persino aiutato, ma come oggetto e non come persona”. Si tratta invece di avviare l’avventura dell’incontro, di sospendere il giudizio, di rendere tutti protagonisti della propria vita e delle proprie cure, di imparare ad ascoltare per mettersi nei panni di chi si sente escluso

di Emilia De Rienzo*

Non è lontano il tempo in cui molti individui vivevano in manicomi che erano vere e proprie istituzioni totali, reclusi dentro mura invalicabili perché ritenuti “pericolosi socialmente”. Non persone bisognose di attenzioni e di cure, ma di essere isolate perché possono nuocere agli altri. È così che si risponde ancora adesso, purtroppo, a chi “in-quieta” la nostra vita che non deve essere troppo turbata da eventi che escono dall’ordinario, da una routine di comodo che ci fa vivere come dentro la bambagia. Rassicurante certo, ma lontano dalla vita vera.

Scrive Franco Basaglia in La distruzione dell’ospedale psichiatrico:

«Dal momento in cui oltrepassa il muro dell’internamento, il malato entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale (risultato della malattia che Burton chiama “institutional neurosis” e che chiamerei semplicemente istituzionalizzazione); viene immesso, cioè, in uno spazio che, originariamente nato per renderlo inoffensivo ed insieme curarlo, appare in pratica come un luogo paradossalmente costruito per il completo annientamento della sua individualità, come luogo della sua totale oggettivazione. Se la malattia mentale è, alla sua stessa origine, perdita dell’individualità, della libertà, nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell’internamento. L’assenza di ogni progetto, la perdita del futuro, l’essere costantemente in balia degli altri senza la minima spinta personale, l’aver scandita e organizzata la propria giornata su tempi dettati solo da esigenze organizzative che – proprio in quanto tali – non possono tenere conto del singolo individuo e delle particolari circostanze di ognuno: questo è lo schema istituzionalizzante su cui si articola la vita dell’asilo».

C’è sempre più o meno manifesta quel gioco di inclusione ed esclusione che permea tutta la nostra società: qualcuno è dentro, qualcuno deve stare fuori e quasi mai ci si mette nei panni di chi si sente escluso, di chi è oggetto di un rifiuto sociale. Oggi è difficile che qualcuno difenda delle istituzione manicomiali intesa come istituzione di contenimento, ma si cercano altre forme che colpiscano meno l’immaginario collettivo, ma che non per questo non possono essere emarginanti.

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La medicalizzazione di ogni tipo di diversità sta andando, invece, avanti e non si sa dove possa arrivare se non c’è qualcuno che vi ponga un argine, che la controlli e, se necessario, la contrasti. La velocità con cui a una situazione particolare viene affibbiata un’etichetta è molto veloce, e dall’etichetta passare allo “stigma” il passo non è poi così lungo. Le parole, le denominazioni hanno un peso ed una volta usate rimangono appiccicate addosso alle persone che ne sono oggetto. Quando un uomo perde il proprio nome per diventare l’etichetta che lo definisce, perde la sua soggettività per diventare un oggetto osservato, studiato, persino aiutato, ma come oggetto e non come persona. In ogni persona abita la vita che si manifesta in forme varie, a volte la persona può essere in crisi, sofferente, bisognosa di aiuto, ma vuole continuare a essere considerata una persona e non un oggetto da esaminare. E come tale vuole partecipare alla sua cura, non essere alienato dal suo corpo e dalla sua mente qualunque essa sia.

Scrive ancora Franco Basaglia in Corpo, sguardo e silenzio:

«È nel silenzio di questi sguardi che egli si sente posseduto, perduto nel suo corpo, alienato, ristretto nelle sue strutture temporali, impedito di ogni coscienza intenzionale. Egli non ha più in sé alcun intervallo: non c’è distanza fra lui e lo sguardo d’altri, egli è oggetto per altri tanto da arrivare ad essere una composizione a più piani di sé, posseduto dall’altro “in tutti i piani possibili del suo volto e in tutte le possibili immagini che di volta in volta possono derivare dai vari atteggiamenti che si possono cogliere”. Il corpo perché sia vissuto è dunque nella relazione di una particolare distanza dagli altri, distanza che può essere annullata o aumentata a seconda della nostra capacità di opporsi. Noi desideriamo che il nostro corpo sia rispettato; tracciamo dei limiti che corrispondono alle nostre esigenze, costruiamo un’abitazione al nostro corpo».

Chi si diventa quando si subisce in qualsiasi forma questo processo di alienazione, di esproprio della propria persona? Parliamo di fenomeni ai limiti come sono state e in alcuni luoghi sono ancora le istituzioni totali come i manicomi, come i lager, ma questo processo può partire da lontano e pian piano allargarsi o essere già sotto i nostri occhi. Quando è avvenuto, noi non lo vediamo perché non vogliamo più vederlo. Perché vederlo vuol dire agire come hanno agito e agiscono tutti quelli che lo rifiutano e oppongono il proprio no forte e chiaro.

“Se esiste il manicomio, l’etichettta coincide con l’entrata in manicomio; se entri lo stigma è immediato – dice il filosofo Pier Aldo Rovatti – Ma anche quando distruggiamo il manicomio permane il problema della velocità dell’etichetta, nell’individuo, nella società, i ognuno di noi (sesso, età, colore della pelle, cultura)…”.

E allora il problema è uscire dell’etichetta per relazionarsi alle persone così come sono e dare avvio all’avventura dell’incontro e sospendere il giudizio.

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* Insegnante, ha aderito alla campagna Facciamo Comune insieme

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