Il calvario delle tunisine con Ben Ali

“Qualche ora prima dell’audizione, mio fratello mi ha chiamato per dirmi di non raccontare tutto. ‘Pensa alle tue figlie’, ha detto. Ma io volevo che si sapesse quello che vivevamo nel paese che tutti vantavano come esempio di rispetto dei diritti delle donne”. Le testimonianze delle donne tunisine all’Istanza per la verità e la dignità continuano a raccontare tra le lacrime l’orrore e le umiliazioni: “Mi dicevano: se tu fossi una brava ragazza, non saresti qui tutta nuda”. Ma mostrano anche tutto il coraggio di donne straordinarie che rifiutano una vergogna che le schiaccerebbe sul ruolo di vittime, ancora una volta ‘oggetto’ della tortura. Era la Tunisia di Ben Ali, salito al potere grazie a un golpe promosso dai servizi segreti italiani su ispirazione di Bettino Craxi nel 1987 e deposto solo con la rivoluzione (oggi largamente tradita) del 2011. Ben Ali, intanto, scrive le sue memorie nell’esilio dorato procuratogli dagli amici sauditi a Gedda

di Thierry Brésillon

Dal novembre 2016 e dall’inizio delle audizioni pubbliche organizzate dall’Instance Verité et Dignité, ritrasmesse in diretta alla televisione, la società tunisina esamina i suoi decenni di dittatura.

Creata per fare luce sui soprusi di Stato perpetratisi per oltre mezzo secolo, questa Istanza raccoglie le testimonianze di donne e uomini che hanno subito i peggiori abusi.

Grazie a questi interventi, i tunisini scoprono, in particolare, fino a che punto le donne ne siano state vittime. Indirettamente, in quanto madri o mogli di militanti arrestati o di manifestanti uccisi. Ma anche e soprattutto, direttamente, come donne impegnate: sindacaliste, studentesse, militanti di estrema sinistra o appartenenti al partito islamista Ennahda. Alcune testimonianze hanno sconvolto l’opinione pubblica : “Quando fui arrestata per la seconda volta nel 1996, avevo appena partorito e i punti di sutura dell’episiotomia sono saltati sotto i colpi dei poliziotti”confida Najwa Rezgui, militante del sindacato.

La violenza praticata durante gli interrogatori o nel periodo di detenzione sfruttava precisamente le vulnerabilità femminili. E il fatto di essere incinta o madri di un bimbo piccolissimo non le proteggeva dalla brutalità, tutt’altro.” ci conferma Ibtihel Abdelatif, direttrice delle commissione “donne” all’interno dell’istanza incaricata di condurre a buon termine il processo della giustizia di transizione. “Ad alcune si è impedito di allattare per provocare loro dei dolori, separate dal loro bimbo per distruggere il legame familiare” aggiunge.

Ibithel Abellatif, presidentessa della Commissione Donne dell’Istanza Verità e Dignità Crédit photo. Inkyfada.org

“Non solo i poliziotti non avevano alcuna remora nel prendersela con delle donne, ma addirittura si capiva che erano stati addestrati a ciò” ha potuto constatare Meherzia Ben El Abed, militante islamista, arrestata e torturata per due volte all’inizio degli anni ’90. “Iniziano con insulti molto degradanti, anche poliziotti giovani, poi spogliano le donne continuando a umiliarle. Mi dicevano delle cose tipo “se tu fossi una brava ragazza, non saresti qui tutta nuda”.

Meherzia Ben El Abed Crédit photo: IVD Media Centre

L’ombra dello stupro, potenziale o praticato, incombe su tutte le testimonianze. “Era un metodo per spaventare le famiglie. Quando comincia a girare la notizia dell’arresto di una donna, la gente pensa subito  che abbiano abusato di lei” spiega Meherzia El Abed.

“Per una donna essere spogliata davanti agli uomini è già il massimo” confida Hamida Ajangui, militante islamista passata più volte sotto tortura “Non l’avevo raccontato a nessuno, neppure a mia madre, prima di parlarne in pubblico” Combattuta fra il desiderio di testimoniare e quello di proteggere la sua famiglia, lei fa parte di coloro che tentano di far retrocedere i limiti dell’indicibile. “Qualche ora prima dell’audizione, mio fratello mi ha chiamato per dirmi di non raccontare tutto” prosegue “pensa alle tue figlie, mi ha detto

Hamida Ajangui Crédit photo : IVD Media Centre

Ma io volevo che si sapesse quello che vivevano le donne in Tunisia, questo paese che tutti vantavano come esempio di rispetto dei diritti delle donne”

Durante la sua audizione, asciugandosi regolarmente le lacrime e riprendendo con un sorriso, allora ha raccontato “ Minacciavano di violentarmi con un bastone. Un uomo ubriaco mi ha obbligato a stare contro il muro mentre mi spogliava. Ho urlato Basta, non farlo” e ha terminato con l’apice del suo calvario. Il giorno dopo il suo passaggio in televisione, alcuni vicini di casa l’hanno chiamata per dirle che erano fieri di lei “Questa testimonianza mi ha anche riavvicinato a mio marito”spiega.

Anche Meherzia El Abed, il giorno dopo la sua audizione, ha visto del rispetto negli sguardi dei vicini

Preferisco tenere certe cose per me. Ma un giorno le scriverò

.



L’articolo originale è apparso il 7 aprile 2017 sul periodico “La Croix”

Fonte: Tunisia in Red. Traduzione dal francese di Patrizia Mancini

Sulla giustizia di transizione in Tunisia vedi anche su Tunisia in Red

Patrizia Mancini : Memoria e verità, il futuro della Tunisia, e 2° parte

Patrizia Mancini: Gennaio tunisino 2° parte

Santiago Alba Rico: Tunisia, giustizia di transizione e dittatura

Olfa Belhassine: La Tunisia saprà ascoltare la voce delle sue vittime?

 

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