Il Bus della moneta a credito

di Paolo Cacciari*

Abbiamo imparato che esistono diversi sistemi di credito che non usano la moneta ufficiale. Circuiti di scambio di beni e servizi in determinati ambiti locali: le cosiddette monete complementari. Si calcola che nel mondo ve ne siano più di cinque mila. Le più note da noi sono il Sardex, con le sue dodici figlie nate in ogni regione d’Italia, e lo Scec, la Solidarietà che cammina. Il primo è un sistema di credito reciproco tra imprese e loro dipendenti, una forma di “scambio merci” multilaterale. Il secondo è un “buono sconto circolante” riconosciuto all’interno di una rete di venditori. Il primo è una “non-moneta virtuale”, il secondo emula la forma cartacea di una banconota. Il primo serve ad aumentare la liquidità delle imprese, il secondo a fidelizzare gli acquirenti. Tutti sono utili ad allentare la dipendenza dell’economia reale di un territorio dalla intermediazione bancaria e dal peso degli interessi. Ma fino a che punto i mezzi di scambio alternativi favoriscono anche la creazione di sistemi economici e sociali basati su principi di parità, reciprocità, mutualità? Non solo. Fino a che punto sono funzionali a creare economie locali solidali e sostenibili?

A Reggio Emilia è nato un Laboratorio di comunità e democrazia che da un paio d’anni sta sperimentando il BUS, Buono di Uscita Solidale. Una cinquantina di soggetti economici e di persone fisiche (cooperative agricole, artigiani, commercianti, professionisti) accettano di scambiare i frutti delle loro capacità produttive (beni e servizi, strumenti di lavoro e prestazioni) attraverso i BUS. Un sofisticato supporto tecnologico messo a punto dalla cooperativa Sargo di Sant’Arcangelo di Romagna (www.retedimutuocredito.it) consente la registrazione di ogni transizione commerciale tra i correntisti. Il sistema è di fatto autogestito con un patto tra gli aderenti.

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Nei primi dieci mesi di sperimentazione 4.000 unità di conto (indicativamente del valore di 1 euro) immesse gratuitamente nella rete (crediti) hanno fatto registrare scambi commerciali che hanno utilizzato 16.000 unità di conto. L’emissione e la assegnazione dei BUS sono calcolate sulla base delle capacità dei partecipanti di generare valore tramite la propria attività e anche sulla capacità della comunità locale di riconoscere questo lavoro utilizzando i BUS come mezzo di pagamento.

La speranza è che la nuova “moneta a credito” consenta di svolgere nuove attività diminuendo la dipendenza dal denaro ufficiale. Per esempio, con il BUS sono riusciti a pavimentare l’area del mercato settimanale. Altri ambiziosi progetti comunitari sono in discussione. L’economista Andrea Fumagalli (autore di Grateful dead economy, agendax) ha spiegato che servirebbe:

“una moneta alternativa in grado di definire un circuito monetario e finanziario alternativo, non assimilabile a quello capitalistico, non condizionato dalle oligarchie finanziarie, ma capace di creare le basi di una psichedelia finanziaria dal basso e dall’introduzione di un reddito di base incondizionato (…) finanziato dalla stessa moneta alternativa”.

Chissà che a Reggio non ce la facciano.

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* Autore di articoli e saggi sulla decrescita e sui temi dei beni comuni (l’articolo di questa pagina è stato pubblicato anche su Left), ha aderito alla campagna Facciamo Comune insieme. Il suo ultimo libro è “101 Piccole rivoluzioni. Storie di economia solidale e buone pratiche dal basso” (Altreconomia). “Vie di fuga” (edito da Marotta&Cafiero) – un saggio splendido su crisi, beni comuni, lavoro e democrazia nella prospettiva della decrescita – è invece leggibile qui nella versione completa pdf.

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