La comunità che non c’è

Prima del rogo del 3 marzo nel ghetto di Rignano Garganico, in cui sono morti carbonizzati Mamadou Konate e Nouhou Doumbia, e degli spari contro i mezzi della polizia parcheggiati a San Severo davanti all’albergo che ospita le forze dell’ordine inviate dal Viminale, qui la cronaca era già piuttosto vivace, tra attività commerciali distrutte da attentati, furti di auto, spaccio di droga, sfruttamento dello prostituzione, caporalato. Ma il dispiegamento massiccio di Forze dell’ordine non è una soluzione. San Severo e il suo territorio hanno bisogno di legami sociali diversi. Il problema non è fuori dalla comunità, il problema è una società civile polverizzata. Scrive Davide Pazienza: “Forse la comunità ha toccato il fondo del pozzo. Un bivio sia apre, si tratta di scegliere tra due strade. La prima: accogliere la complessità della situazione per trasformarla dal basso ricreando legami comunitari. La seconda: fare come Howard Beale, quello di Quinto potere, aprire la finestra e urlare ‘Sono incazzato nero, e tutto questo non lo accetterò più!’, quindi richiuderla, riaccendere la tv e convincersi che la coscienza sia di nuovo a posto…”

Foto di Radio Ghetto, lo straordinario progetto promosso da Amisnet con i braccianti migranti a Rignano Garganico dal 2012.

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di Davide Pazienza*

I riflettori sono già freddi, ci si può addirittura azzardare a toccare le lampadine a incandescenza, non scottano più. Sono stati accesi per poco tempo, forse un paio di giorni, ma hanno già smesso di portare all’attenzione del Paese il momento critico che attraversa una città come San Severo, cinquantamila abitanti, vigne, uliveti e campi di pomodoro intorno.

Prima del rogo del 3 marzo nel vicino ghetto di Rignano Garganico, in cui sono morti carbonizzati Mamadou Konate** e Nouhou Doumbia, e degli spari contro alcuni mezzi della polizia parcheggiati a San Severo davanti all’albergo che ospita le forze dell’ordine inviate dal Viminale, qui la cronaca era già piuttosto vivace: lo scorso anno, ad esempio, alcune persone sono entrate nel parcheggio della polizia municipale e hanno dato fuoco a diverse auto dei vigili, per non parlare delle diverse attività commerciali distrutte da continui attentati, dei furti delle auto (in particolare a Cerignola), dello spaccio di droga e dello sfruttamento dello prostituzione, attività che muovono enormi quantità di denaro.

Alcuni in città sostengono che queste e altre attività sono equamente spartite tra le grandi cosche regionali. Una cosa è certa: il caporalato, altro asse di questa economia criminale, esisteva anche prima dei migranti, ovviamente la manodopera a bassissimo costo ha cambiato le cose e dato nuova importanza al fenomeno. Ma, almeno per il momento, non ha cambiato le abitudini di chi fa la spesa ogni giorno.

A San Severo non c’è nessuna emergenza

Il momento critico che attraversa questo territorio, dunque, non rappresenta un’emergenza, così come dipinta da fugaci notizie nei Tg, piuttosto un punto di non ritorno. San Severo non conosce “normalità”, se identifichiamo questo termine con i problemi di qualsiasi città-tipo italiana, da almeno dieci anni. La criminalità in Capitanata non si è risvegliata ieri e non tornerà presto a dormire dopo l’intervento della DIA, ma infesta il territorio da tanto tempo, da quando i riflettori non erano ancora montati sui loro piedistalli e ai “grandi” media e al governo non interessava il destino di questo angolo della Puglia. Se ora questa cittadina orbita al centro dell’interesse dei media è perché la macchina oscura, che fino a poco tempo fa si è mossa nell’ombra gestendo i suoi immensi affari laddove più era congeniale – nel silenzio di tutti – ha preso una nuova strada, rivendicando una posizione di forza, uno spazio nuovo e più grande. È il mercato, bellezza.

Foto di Radio ghetto

Fino ad oggi la posizione dei sanseveresi sul dilagare di crimini in rapida successione è sintetizzabile in “c’è la crisi”, “è gente che non arriva alla fine del mese”, “è la nuova generazione senza valori”. La maggior parte dei cittadini è convinta che si tratti di episodi singoli, senza connessione, dovuti a problemi esogeni che vengono da fuori la comunità, vera vittima della situazione nella sua totalità, guardie e ladri compresi. Questo modo di vedere le relazioni sociali ha continuato a dare terreno fertile a una rete criminale che si muove fluidamente in un substrato sociale indifferente, disinteressato e forse un po’ impaurito; una rete criminale immensamente più grande, fitta e radicata di quanto non si creda.

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Per altro la cosa preoccupante è che a San Severo sono i sanseveresi stessi a essere marginalizzati, isolati socialmente, culturalmente e pure urbanisticamente, relegati in diversi quartieri ghetto.

Non solo caporolato

Insomma, a devastare il territorio non è solo il caporalato. Per questo l’intervento di Roberto Saviano, San Severo, uomini e caporali nella Puglia che brucia, sembra quello di un tizio che arriva in sala alla fine del film, scopre chi è il colpevole, ma non ha alcuna idea di quali siano il movente, il luogo e l’arma del delitto. Identificare i problemi del Tavoliere nel caporalato vuol dire mancare e sottovalutare il problema nella sua complessità. Qui lo spaccio, la prostituzione, le estorsioni sono componenti chiave nell’economia e precedono la voce di bilancio del caporalato, sorto con l’aprirsi delle grandi migrazioni intercontinentali e quindi successivamente al periodo più nero dei traffici di droga. Se questo è l’approccio, possiamo immaginare quanto possano essere sbilenche le soluzioni politiche attuate e discusse.

San Severo (foto di D.P.)

Il sindaco di San Severo Francesco Miglio (Pd), ad esempio, ha iniziato – e abbondantemente terminato – uno sciopero della fame per attirare l’attenzione sulla città, per richiamare le istituzioni e tentare di rimettere in fila maggioranza e opposizione dietro responsabilità comuni. L’assenza dello Stato ha rappresentato il leit-motif delle varie interviste rilasciate a mezzi di stampa di ogni ordine e diffusione. La sostanza è chiara: le cause della situazione andrebbero cercate soltanto all’esterno delle istituzioni e delle comunità locale. Se da un lato è chiaro come lo Stato sia stato assente per anni, lustri, forse decenni da queste terre, da un altro è evidente come la maggior parte dei sanseveresi, giovani e meno giovani, continuano a delegare, non sembrano interessati alla creazione di legami sociali diversi, da cui far germogliare solidarietà e voglia di cambiare questo territorio ogni giorno. Ecco, questo forse è il vero problema.

E allora va detto in modo chiaro: il dispiegamento massiccio di Forze dell’ordine non è una soluzione e mai lo sarà, se non in alcuni casi e nel breve (brevissimo) periodo. Del resto, chi ha più di venticinque anni ha visto questa misura ripetersi più volte nel tempo e – indovinate? – la situazione è peggiorata ogni qual volta lo stesso dispiegamento batteva in ritirata con un pugno di mosche come risultato.

Foto di Radio ghetto

Ripartiamo dalla scuola

Da dove ripartire? Di sicuro c’è da ripensare subito e in molti modi la formazione culturale di giovani, ragazzi e bambini. Dati provenienti da diverse scuole della città, interviste condotte direttamente tra gli studenti, mostrano quanto il coinvolgimento dei giovani verso il proprio territorio sia basso, in special modo tra quelli che una volta terminati gli studi vogliono restare a San Severo. C’è una spaccatura che separa più o meno nettamente i ragazzi delusi, arrabbiati e con maggiore volontà di proseguire gli studi o cercare lavoro altrove e coloro i quali, tra i più indifferenti, immaginano il proprio futuro nello stesso luogo dei propri genitori. A proporre un pensiero critico e un’idea di cittadinanza diversa sono solo insegnanti che tentano di inserire percorsi nuovi nei piani didattici già compromessi da ritardi programmatici di gestione, dai tagli e dalla cultura dilagante della scuola-azienda. Eppure è proprio nelle scuole che andrebbero approfonditi, in modi adeguati all’età, temi come la comunità, il territorio, la partecipazione, la solidarietà.

Foto di D.P. scattata dal balcone della casa di Andrea Pazienza a San Severo.

Nel lungo periodo difficilmente si vedranno miglioramenti se la comunità civile sanseverese non troverà nuovamente un sistema di valori forte e condiviso attorno al quale cingersi, per resistere alle mareggiate criminali. Se non ci sarà un cambiamento di questo tipo la società civile resterà perduta e polverizzata, poco o nulla resterà a contrastare il malaffare e le risposte stupide, banali e colpevoli di certi esponenti politici locali che in questi giorni, per protesta, hanno avuto il coraggio di farsi fotografare davanti alla struttura che il comune ha dedicato all’accoglienza dei giovani migranti scampati dalla morte nel ghetto di Rignano.

Forse la comunità di San Severo ha toccato il fondo del pozzo. Un bivio sia apre, si tratta di scegliere tra due strade. La prima: accogliere la complessità della situazione per trasformarla dal basso ricreando prima di tutto legami comunitari. La seconda: fare come Howard Beale, quello di Quinto potere, aprire la finestra e urlare: “Sono incazzato nero, e tutto questo non lo accetterò più!”, quindi richiuderla, riaccendere la tv e convincersi che la coscienza sia di nuovo a posto.

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* Vive tra San Severo, dove è nato, e Bologna

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*** Mamadou era stanco

Aminata: “Mamadou Rra stanco, tanto stanco, era andato e tornato da Foggia a piedi per manifestare contro lo sgombero, è per questo che non è riuscito a svegliarsi. Aveva cenato da me al ritorno da Foggia, era esausto, ha cenato, è andato a dormire e non si è svegliato. Il sonno era troppo profondo”.
Nel marzo del 2016 la Direzione Distrettuale Antimafia aveva posto il Gran Ghetto sotto sequestro con facoltà d’uso per i braccianti che lo abitavano. Dal 1 marzo 2017, con l’avvio dello sgombero viene revocata ufficialmente la facoltà d’uso e il Ghetto è sottoposto automaticamente alla responsabilità e alla tutela dello Stato. Giovedì 2 marzo alcune centinaia di persone hanno manifestato davanti alla Prefettura di Foggia, ribadendo di non voler lasciare il ghetto e chiedendo di parlare con il Prefetto per concordare una soluzione condivisa. Quella stessa notte un incendio brucia moltissime baracche e, per la prima volta dopo numerosi roghi passati, provoca due morti: Mamadou Konate e Nouhou Doumbia. Michele Emiliano, ex magistrato antimafia, ad oggi Presidente della Regione Puglia e da qualche settimana candidato alla Segreteria del PD, all’indomani dell’incendio dichiara: “La tragica morte dei due cittadini maliani […] lascia un profondo sconforto perché se avessero accettato, come tanti hanno fatto, l’alternativa abitativa adesso sarebbero ancora vivi”. Ad altri lascia un profondo sconforto il fatto che se le istituzioni avessero proposto delle valide alternative lavorative e abitative quei due braccianti le avrebbero accettate. Fonte: Radio ghetto

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2 Risposte a “La comunità che non c’è”

  1. Francesco Pachuk
    11 marzo 2017 at 18:31 #

    Finalmente un’analisi seria di come il tessuto sociale frantumato abbia poi delle conseguenze devastanti sulla comunità sanseverese. Le forze dell’ordine sono importanti solo se accompagnate ad una volontà di costruire dal basso nuovi valori e legami sociali. Altrimenti, passata la manifestazione e spenti i riflettori con le solite promesse si ritorna a coltivare il sereno status quo.

  2. Luisa Del Prete
    11 marzo 2017 at 18:32 #

    Già, il problema non è fuori dalla comunità, il problema è una società civile polverizzata.

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