Una moratoria per evitare la catastrofe

In Norvegia ci sono state aree dove l’inverno che si conclude ha raggiunto temperature superiori a quelle dell’estate. Per l’Agenzia europea per l’ambiente nella UE lo smog uccide più di 460 mila persone l’anno. E’ come se sparisse una città più grande di Firenze. Nello stato brasiliano del Cearà la siccità più grave dal 1910. Polveri sottili alle stelle a Frosinone, la Pechino del Lazio. A Narsaq, in Groenlandia, uno degli ultimi luoghi incontaminati della Terra, una compagnia australiano-cinese sta per aprire la più grande miniera a cielo aperto. La baia diventerà il porto da dove partiranno le rocce radioattive per la Cina. Il silenzioso massacro dei giardinieri a Roma. Scoperta, nel bacino del Congo, la torbiera più grande del mondo, contiene una quantità di carbonio pari a quella emessa nell’atmosfera con l’uso dei combustibili fossili in tre anni. Se la torbiera si inaridisse, sarebbe un disastro epocale. La selezione mensile di notizie curata da Alberto Castagnola conferma un quadro d’insieme drammatico: contro le nuove devastazioni provocate dall’estrattivismo e da uno sviluppo miope e cieco serve una moratoria immediata ma nessuno dei poteri istituiti sembra avere la coscienza, la capacità e i mezzi per proclamarla

a cura di Alberto Castagnola

INTRODUZIONE

In questa rassegna vi sono almeno due notizie sulle quali occorre riflettere  in modo  non superficiale, il giacimento di uranio e terre rare in Groenlandia e la torbiera di grandi dimensioni del Congo. Le fonti utilizzate fanno intravedere   grandi potenzialità di sfruttamento, pesanti conseguenze per il territorio e i  suoi abitanti, effetti assolutamente non trascurabili dal punto di vista ambientale generale. Cioè si da ancora praticamente  per scontato che le imprese saranno lasciate libere di  distruggere un luogo prezioso dal punto di vista geologico e della evoluzione del pianeta, o di far prevalere l’utilità a breve termine su una visione più cosciente della necessità di modificare le logiche dominanti per evitare ulteriori peggioramenti della crisi climatica. In realtà non esistono ancora organismi internazionali che abbiano il potere e i mezzi per evitare simili misfatti e gli ultimi accordi globali non hanno nemmeno discusso di una possibilità del genere, cioè di una moratoria ben controllata sulle nuove iniziative estrattive e industriali insostenibili per il pianeta.

 

Clima ed eventi estremi

Norvegia, il record dei 18 gradi “Inverno più caldo dell’estate”. Le temperature medie in costante aumento. Stagioni ribaltate anche in Svezia. Dicono i telegiornali di lassù: quello appena trascorso è stato il capodanno più caldo di Stoccolma negli ultimi 157 anni, 10,3 gradi sopra lo zero. E chi ascolta commenta: roba ormai quasi scontata del clima che cambia si parla ogni cinque minuti. Ma poi i telegiornali scandinavi dicono qualcos’altro, e allora è difficile fare spallucce: in diverse aree della Norvegia e in questi giorni di dicembre e gennaio, fa più caldo che in luglio o in agosto. Molto più caldo. Altro che “le stagioni si sono ribaltate”, qui il ribaltamento è da capogiro, anche tenendo conto del fatto che il clima norvegese è da sempre mitigato dalla Corrente del Golfo, così come dai forti venti caldi di “fohn”, il nostro Favonio. Gli inverni norvegesi non sono mai davvero orrendi ( a parte un bel 51,4 gradi sottozero registrato a fine Ottocento), anche al Nord non si scende di solito sotto i 15 gradi sottozero, e non è la prima volta che in estate – rispetto all’inverno – si ricorre di più a maglioni ed ombrelli. Ma ciò che i termometri stanno registrando in queste settimane è qualcosa di diverso , è roba da primato. Ecco infatti i dati precisi, tratti dai media locali. Cittadina di Sunndalsora, 4.000 abitanti, sulla costa sudoccidentale del Paese: 18,1 gradi registrati lo scorso trenta dicembre: temperature medie in giugno!3,6 gradi; in luglio:15,8 gradi; in agosto: 14,1 gradi. Nella stessa zona c’era sì stato un altro record invernale di 18,3 gradi, il primo dicembre 1998; ma senza quel “contrappeso” estivo di freddo così acuto. Altre località, temperature registrate la notte di Capodanno: Marstein 16,3 gradi; Valldal 14,4; Tafjord 16,8(anche se quest’ultimo, in particolare, è un  remoto e stretto fiordo abituato a certe temperature estreme proprio perché battuto quasi in permanenza dal fohn: ci fu un novembre, non molti anni fa, in cui vi si registrarono 21,8 gradi, primato assoluto di quel mese). Ma fohn o non fohn, e Corrente del Golfo o no, il cambiamento del clima in Norvegia è ormai da anni qualcosa che non riguarda più solo gli scienziati. Le temperature medie continuano ad aumentare: nelle isole Svalbard, patria degli orsi polari, il termometro è salito in media di 3,2 gradi negli ultimi 50 anni, e nel 2006 è stato registrato l’aumento più alto di temperatura fin dal 1920, di ben 5 gradi. Nel 2012, proprio nell’Artico norvegese, è stato registrato il record di scioglimento della neve e del ghiaccio: mai rilevata una coltre di ghiaccio così sottile, da quando nel 1979 hanno avuto inizio le misurazioni con i satelliti. Le previsioni dicono che le temperature medie potrebbero aumentare di 2,5-4,6 gradi entro la fine di questo secolo, che tutti i ghiacciai costieri più piccoli potrebbero scomparire nello stesso periodo, e che l’area glaciale nel suo insieme ridursi almeno di un terzo. Diverse specie animali si stanno spostando più al Nord, e altre prendono il loro posto. Ricerche condotte all’Università di Tromso dicono che finora le basse temperature hanno protetto la Scandinavia da virus animali e vegetali presenti altrove, ma questo potrebbe cambiare nel giro di pochi decenni. (Corriere della Sera, 3 gennaio 2017, pag. 22 cronache).

  1. Aria inquinata, in Italia sono 32 le città che hanno superato i limiti di legge sul Pm10. (…) Sono quelle che hanno sforato per più di 35 giorni la soglia limite giornaliera di 50 microgrammi per metro cubo di polveri sottili, un anno migliore del 2015, quando le città erano 48, ma nel 2016 le prime cinque lo hanno fatto per più del doppio. Sono i dati del dossier di Legambiente uscito in questi giorni (…). Ma bisogna smetter di pensare che l’inquinamento si risolve bloccando la circolazione per qualche giorno. Il traffico pesa al massimo per il 30%. Ci sono altre emissioni da tenere d’occhio, Quelle prodotte dalla combustione della legna usata per il riscaldamento domestico che partecipa fra il 10 e il 30% e il settore agricolo che contribuisce alla formazione dell’aerosol organico: è la maggior parte delle polveri sottili. Le soluzioni sono diverse, risparmio energetico, riscaldamenti ad alta efficienza, e il controllo delle emissioni da attività agricola. Provarci è doveroso, visto che per l’Agenzia europea per l’Ambiente in UE lo smog uccide più di 460.000 persone l’anno. Come se sparisse una città più grande di Firenze. (Corriere della Sera, 4 gennaio 2017, pag. 19 cronache)
  2. Almeno cinquanta persone sono morte nelle alluvioni che hanno colpito Boma, nel sudovest della Repubblica Democratica del Congo. Le piogge hanno fatto straripare il fiume Kalamu. ( Internazionale n. 1186, 6gennaio 2017, pag. 98)
  3. Almeno sei persone sono morte nel passaggio del tifone Noch-Ten, sulle Filippine. Più di 400mila persone sono state costrette a lasciare le loro case.( Internazionale n.1186, 6 gennaio 2017, pag.98)
  4. Siccità. Una grave siccità, la peggiore dal 1910, è in corso nello stato del Cearà, nel sudest del Brasile. (Internazionale n.1186, 6 gennaio 2017, pag.98)
  5. Con 233 lampi per chilometro quadrato all’anno, il lago Maracaibo, i Venezuela, è il luogo al mondo dove cadono più fulmini. Tuttavia, nell’insieme, il continente più colpito dai fulmini è quello africano, seguito da Asia, America Meridionale, America settentrionale e Australia. I dati, sempre più dettagliati, sono stati raccolti dal satellite Trmm, pubblicati sul Bulletin of American Meteorology Society. In generale, i fulmini sono più frequenti sulla terraferma che sul mare, d’estate che d’inverno, soprattutto tra le 12 e le 18. Ma ci sono molte eccezioni, come dimostra il lago Maracaibo, dove i fulmini cadono sull’acqua soprattutto di notte, alla fine della primavera o in autunno. (Internazionale n. 1186, 6 gennaio 2017, pag.98)
  6. Il movimento dei ghiacci in Alaska. Negli ultimi trent’anni lo scioglimento dei ghiacciai e delle calotte glaciali è stato il principale responsabile dell’innalzamento del livello dei mari. L’acqua è salita in media di 3,3 millimetri all’anno. Studiando i cambiamenti nel flusso del ghiaccio e combinandoli con i dati sugli oceani e sull’atmosfera, i ricercatori sperano di poter capire meglio cosa modifica le masse di ghiaccio e quanto questo ghiaccio finirà nell’oceano. Le immagini satellitari sono particolarmente utili nei luoghi difficili da raggiungere, dove le osservazioni a terra e quelle in aereo possono essere costose, pericolose e intermittenti. In Alaska e nello Yukon, in Canada, per esempio, la maggior parte dei ghiacciai è così remota che l’improvvisa accelerazione dello scioglimento può passare inosservato per mesi, finché un aereo non sorvola la regione. L’immagine è stata costruita a partire da immagini satellitari del 2015. E’ basata sulle analisi dei ricercatori del Global land ice velocity extraction project (GoLive) e mostra la velocità del ghiaccio nel sudest dell’Alaska, vicino ai ghiacciai Malaspina e Hubbard. “Misurando il flusso dei ghiacci nel tempo, possiamo individuare tempestivamente le accelerazioni. E’ un modo completamente nuovo di studiare questi fenomeni”, spiega Mark Fahnestock dell’Università dell’Alaska.” Possiamo seguire le ampie oscillazioni stagionali dei ghiacciai costieri e il modo in cui rispondono all’ambiente. Conoscere tutte queste variabili è utile per capire quali sono le tendenze di fondo”. Il Landsat8 fotografa quasi 700 porzioni di pianeta al giorno. Nell’arco di sedici giorni osserva l’intera superficie terrestre. Questo significa che, se non è nuvoloso, è possibile osservare eventuali cambiamenti in luoghi precisi ogni sedici giorni. Nasa. (Internazionale n.1186, 6 gennaio 2017, pag. 99, con foto)
  7. Previsioni (e sorprese), perché il clima cambia così in fretta da temperato a gelido. Ieri gelo in tutta Italia, con picchi di meno 20,5 gradi in Trentino, in Alta val di Pejo, meno 20 gradi sul Gran Sasso, e meno 7 a Potenza, Pordenone e Campobasso. (…) A dicembre sembrava primavera, ora si ghiaccia. Perché cambiamenti climatici così repentini? Lo scorso mese sono state registrate massime oltre i 15 gradi , e ora siamo scesi di parecchi gradi sotto zero, un simile sbalzo può essere considerato particolare ma non rarissimo. La causa immediata, spiega Bernardo Gozzini Direttore del Laboratorio di monitoraggio e modellistica ambientale del Cnr, è l’irruzione di aria gelida dal Nord. Ma è possibile che la massiccia immissione di gas serra nell’atmosfera stia intensificando gli eventi meteo estremi, che comprendono non solo le ondate di caldo ma anche quelle di freddo. I cambiamenti climatici, insomma, non riguardano soltanto il riscaldamento globale, che comunque ha segnato il 2016 in tutto il mondo, facendone l’anno più caldo più caldo da quando prendiamo nota delle temperature. Il freddo ha anche effetti positivi? Il vento ripulisce l’atmosfera dagli inquinanti, perciò da questo punto di vista possiamo vedere il bicchiere mezzo pieno. Un altro effetto positivo riguarda le precipitazioni: finora si erano attestate un po’ sotto la media, facendo temere un’emergenza idrica per la prossima estate. Ora possiamo contare sul fatto che, almeno nell’area appenninica, la neve di questi giorni andrà a ricostituire le riserve d’acqua sotterranee, quando inizierà a sciogliersi. (…) (Corriere della Sera, 7  gennaio 2017, pag.9)
  1. Frosinone già a targhe alterne. Smog alle stelle nella “Pechino del Lazio”. Nuovo anno ancora con l’emergenza smog a Frosinone, dove la qualità dell’aria resta preoccupante. Polveri sottili alle stelle anche in questi primi giorni di gennaio, schizzate fino a 84 microgrammi, e il capoluogo già conta cinque “sforamenti” (come Cassino e Ceccano), dopo aver chiuso il 2016 ben 85 volte fuorilegge, al secondo posto in Italia dietro a Torino e peggio di Milano. Un dato, tuttavia, inferiore a quello dell’anno precedente, quando i superamenti di Pm10 avevano toccato l’inquietante record di 115. (Corriere della Sera, 10 gennaio 2017, pag.5 cronaca)
  1. Almeno 31 persone sono morte nelle alluvioni causate dalle forti piogge che hanno colpito il sud della Thailandia. Circa 360mila case sono rimaste allagate. (Internazionale n.1187, 13 gennaio 2017, pag.106)
  2. Almeno 65 persone sono morte nell’ondata di freddo che ha colpito gran parte dell’Europa: 26 in Polonia, sette in Bulgaria e in Italia, e altre 25 altrove. (Internazionale n.1187, 13 gennaio 2017, pag. 106)
  3. Siccità. Migliaia di capi di bestiame e di animali selvatici sono morti a causa della siccità in Kenya e Tanzania. Secondo la FAO, in Kenya 1,3 milioni di persone soffrono di insicurezza alimentare. (Internazionale n.1187, 13 gennaio 2017, pag. 106)
  4. I modelli climatici attuali non possono prevedere la risposta della corrente oceanica atlantica al cambiamento climatico. La corrente calda dell’Atlantico, o Amoc, lambisce l’Europa e ne determina il clima temperato. Secondo Science Advances, l’Amoc potrebbe diventare instabile a causa del cambiamento climatico. Il suo collasso potrebbe portare aun raffreddamento delle regioni atlantiche settentrionali, un aumento dei ghiacci in Groenlandia, Norvegia e Islanda e un cambiamento del regime delle piogge più a sud. Servirebbero quindi dei modelli migliori. (Internazionale n.1187, 13 gennaio 2017, pag.106)
  5. Il livello dei mari continuerà a salire per centinaia di anni anche se le emissioni di gas serra responsabili del riscaldamento globale dovessero cessare. I gas serra intrappolano a lungo il calore nell’atmosfera, ma gli effetti sui mari sono ancora più duraturi. Quando le acque si riscaldano, spiega Pnas, il calore scende in profondità e provoca un’espansione termica, con conseguente innalzamento del mare. L’acqua impiega secoli a raffreddarsi. (Internazionale n. 1188, 20 gennaio 2017, pag.98)
  6. Almeno 40 persone sono morte nell’ondata di freddo che ha colpito l’Ucraina. Le temperature hanno raggiunto i 25 gradi sottozero. (Internazionale n.1188, 20 gennaio 2017, pag.98)
  7. E’ stata scoperta in Africa la torbiera più grande del mondo, scrive Nature. Il sito, nella Cuvette Centrale, nel bacino del Congo, contiene una quantità di carbonio pari a quella emessa nell’atmosfera con l’uso dei combustibili fossili in tre anni. Se la torbiera si inaridisse , potrebbe rilasciare parte del carbonio, con effetti sul cambiamento climatico. (Internazionale n.1188, 20 gennaio 2017, pag.98)
  8. Le 6 mosse per una casa anti-smog. Il riscaldamento: contro polvere e acari mai più di 20 gradi e umidità sotto il 50%; scegliere detersivi che sono ecologici e il rischio delle muffe; i mobili: spostare le librerie lontano dai letti e limitare i tappeti; la camera: evitare di dormire con cani e gatti(peluche inclusi); il fumo: al bando le sigarette anche in balcone, il fumo entra con noi; i condizionatori: lavare spesso i filtri con acqua e sapone e sostituirli ogni anno. (Corriere della Sera, 22 gennaio 2017, pag.27 cronache).
  9. Sole, freddo (e niente vento) sull’Europa così le polveri sottili invadono le città. Da Milano a Parigi, fino alla virtuosa Londra, stop alle auto inquinanti e inviti a non uscire. L’esperto. “Servono misure strutturali” (Corriere della Sera, 26 gennaio 2017, pag. 24 cronache, con tabella sui livelli di Pm10 nelle città italiane).
  10. L’Agenzia statunitense per gli oceani e l’atmosfera (Noaa) ha confermato che il 2016 è stato l’anno più caldo dal 1880, quando sono cominciate le rilevazioni delle temperature. E’ il terzo anno record di fila. La temperatura globale sulla terraferma e sulla superficie oceanica è stata di 0,94 gradi centigradi superiore alla media del ventesimo secolo, che era di 13,9 gradi. (Internazionale n.1189, 27 gennaio 2017, pag.98)

Foreste e incendi, miniere e suolo

  1. Ricerca di shale gas, a rischio la Foresta di Sherwood. La Foresta di Sherwood è a rischio: Ineos, uno dei gruppi chimici più grandi al mondo, è pronto a cercare il gas non convenzionale dove un tempo trovava riparo, secondo la leggenda, Robin Hood. (Corriere della Sera, 3 gennaio 2017, pag.20)
  2. Gli incendi che da novembre si sono sviluppati nelle vaste pianure della provincia della Pampa, nel centro dell’Argentina, hanno distrutto più di un milione di ettari di vegetazione. (Internazionale n. 1187, 13 gennaio 2017, pag. 106).
  3. I roghi che si sono sviluppati nella regione di Valparaiso, in Cile, hanno distrutto 19mila ettari di vegetazione. ( Internazionale n.1188, 20 gennaio 2017, pag. 98).
  4. In Groenlandia è l’uranio il prezzo della libertà. A Narsaq, uno degli ultimi luoghi incontaminati della Terra, una compagnia australiano-cinese sta per aprire la più grande miniera a cielo aperto. Il piano prevede che la baia diventi il porto da dove partiranno le rocce radioattive per la Cina. Le scorie saranno stoccate in un lago. Nel villaggio molti sono pronti a partire. E denunciano: diventiamo l’Africa del Terzo Millennio. (…). Il geologo. Sono rocce di un altro pianeta. Il sito minerario di Kcanefjeld fa parte del complesso intrusivo di Ilimaussaq, sulla costa sudovest della Groenlandia. E’ il prodotto del raffreddamento di ripetute “iniezioni” di magma nelle profondità della crosta terrestre (10-15 chilometri). Si tratta di un sito di straordinaria rarità dal punto di vista geologico, con minerali descritti qui per la prima volta e di altissimo valore economico. Queste rocce si sono formate circa 1.16 bilioni di anni alla fine de mesoproterozoico, nelle radici di un continente che nulla ha a che fare con l’attuale Groenlandia, parte di un pianeta molto diverso da quello che conosciamo oggi come “Pianeta Terra”. Le rocce qui sono esposte in superficie grazie a una lunghissima (e poco conosciuta ) successione di collisioni continentali, aperture e chiusure di oceani, erosioni dei ghiacci durante le ripetute glaciazioni degli ultimi due milioni di anni. Così camminando sui sentieri di montagna intorno a Narsaq, si possono attraversare le profondità del tempo geologico in un solo passo, dove un piede poggia su colate laviche depositate in valli fluviali tropicali bilioni di anni fa, e l’altro piede guada un ruscello che raccoglie l’acqua appena formata dal disgelo di ghiacci perenni: Indipendentemente da quale sia il deposito estratto, specialmente quando si parla di Uranio, nessuna miniera a cielo aperto può essere considerata un’infrastruttura “pulita” o priva di rischi. (Claudio Berti, Lehigh University, Pennsylvania). (…) La compagnia australiana, GME,  Greenland Minerals and Energy, ha già speso 70 milioni di euro per studiare e presentare il progetto di sfruttamento di Kvanefjeld. In settembre è subentrato un partner, la cinese Shenghe resources Holding Ltd, che ha acquisito il 12% della Gme, con una opzione a salire fino al 60% delle azioni. Se da una parte l’operazione ha confermato che a Kvanefjeld si gioca una partita difficilmente gestibile dagli inesperti Inuit al governo, i quali non sono ancora riusciti a farsi consegnare l’accordo tra le due società, dall’altra inquieta il ruolo della Cina, che potrebbe diventare proprietaria di una miniera estremamente sensibile, perché il mercato dell’uranio è ancora il più opaco, difficile da monitorare. (…) Con SETTE, Washington Post e Guardian, questo reportage è la prima “spedizione” giornalistica di “The Arctic Times Project”, società multimedia  non profit con sede negli Stati Uniti: un collettivo internazionale che si propone di raccontare gli effetti economici, politici e culturali del cambiamento climatico; giornalisti di diversa formazione e nazionalità  che lavorano in squadra sulla stessa inchiesta e pubblicano su testate diverse . In questi giorni il reportage di Atp esce, oltre che sul Sette del Corriere della Sera, su The Washington Post e The Guardian. Una produzione multimediale che prevede un film-documentario e il contributo a programmi formativi ed educativi. (…) (SETTE n.04, 27 gennaio 2017, pag.46)
  1. Il Cile brucia per gli incendi provocati dai piromani. Il Cile brucia. Quattordici municipalità, una provincia, e due regioni hanno dichiarato la massima allerta per le fiamme divampate nel loro territorio tanto da spingere la Presidente dello Stato Michelle Bachelet a descrivere l’emergenza come uno dei disastri più devastanti. Intanto sono 43 le persone arrestate perché sospettate di aver innescato gli incendi. “Dobbiamo essere certi che se alcuni focolai sono iniziati intenzionalmente i responsabili saranno puniti.”, ha spiegato Bachelet promettendo il pugno duro. Secondo l’Onemi, l’Ufficio delle emergenze nazionali, sono almeno 127 i roghi accertati: di questi 14 sono stati spenti, 50 sono sotto controllo e gli altri 63 restano attivi. Le fiamme hanno provocato almeno 11 morti, 343 persone sono nei centri di accoglienza, quasi tremila hanno dovuto lasciare le loro case, mentre sono 1061 le abitazioni distrutte. I soccorsi stanno impegnando almeno 7000 persone, anche di altri paesi. (Corriere della Sera, 31 gennaio 2017, pag. 18, cronache).

 

Perdita di biodiversità

  1. Ghepardi. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Pnas, i ghepardi sono a rischio d’estinzione: solo 7100 esemplari vivono ancora i libertà nel mondo, il 99% dei quali in Africa meridionale. In Zimbabwe la popolazione dei felini si è ridotta dell’85 per cento negli ultimi 16 anni. Gran parte degli animali, che percorrono lunghe distanze,  vivono fuori delle aree protette e spesso in zone di guerra. (Internazionale n.1186, 6 gennaio 2017, pag. 98)
  2. Cetacei. Ottantuno pseudoorche, cetacei che somigliano alle orche ma appartengono alla famiglia dei delfinidi, sono state ritrovate morte in Florida, negli Stati Uniti. (Internazionale n.1188, 6 gennaio 2017, pag.98).
  3. Lupi. La corte amministrativa suprema svedese ha autorizzato l’abbattimento di 24 lupi entro la fine dell’inverno, nonostante l’opposizione dell’Unione Europea. (Internazionale n.1187, 13 gennaio 2016, pag.106)
  4.  Il no cinese all’avorio. La Cina bloccherà la lavorazione e la vendita dell’      avorio a scopi commerciali entro la fine del 2017. Lo annuncia l’agenzia di stampa governativa Xinhua, che ricorda anche la moratoria di tre anni su tutte le importazioni di avorio, imposta nel paese lo scorso marzo. L’obiettivo è quello di sostituire l’avorio con un altro materiale, conservando la produzione di oggetti in Cina. Secondo la Xinhua, il provvedimento colpirà gli affari di 34 aziende di trasformazione e 143 centri di vendita. La notizia è stata accolta positivamente dagli attivisti per la difesa degli elefanti africani, perché dovrebbe limitare il numero di animali uccisi e porre le basi della fine del bracconaggio. Ogni anno vengono uccisi illegalmente circa ventimila elefanti africani. (…) (Internazionale n.1187, 13 gennaio 2017, pag.106)
  5. Hanno ucciso il verde con la strage dei giardinieri. A Roma ne servirebbero 4500. Dieci anni fa erano 1300, poi al loro posto sono arrivate le cooperative di Buzzi e C. Solo 136 giardinieri per tutta la capitale. Dieci anni fa erano circa 1300. Un massacro silenzioso quello del Servizio Giardini, settore del Dipartimento Ambiente, che ha tra le cesoie –letteralmente – il destino del verde pubblico del Comune di Roma. Periti agrari, botanici, operai, responsabili di un patrimonio immenso e dal valore incalcolabile. Accudiscono il mezzo milione di alberature della città, si prendono cura delle 1798 aree verdi per una cifra totale di oltre 40 milioni di metri quadrati, che includono aiuole, parchi e le ville storiche. Solo questo ambito conta siti protetti dall’Unesco ed è pari al 20% del verde urbano, da Villa Borghese a Villa Pamphilj, dalla passeggiata del Gianicolo alla Pineta di Castelfusano di Ostia. Centotrentasei persone per 4500 ettari. Ognuno di loro dovrebbe gestire quotidianamente trenta ettari. Qualche esempio: al III municipio sono operativi due giardinieri, al IX ne è rimasto uno solo, al X – quello del litorale, il più green – se ne contano nove. Il parco mezzi poi è un disastro, attualmente al 20% del potenziale necessario: 50 mezzi, vecchi e inefficienti, perennemente guasti o in attesa di revisione. Un organico in perenne emergenza (che ormai si compra da solo pure i guanti) e che invece rappresenta un capitale umano anch’esso prezioso. Un mestiere in piena regola e a rischio estinzione. Fino al 1985 c’era la Scuola dei Giardinieri di Roma: quattro anni per sapere quando e come potare un albero, più l’addestramento, che oggi le ultime generazioni di esperti del verde non sanno a chi lasciare in eredità. Una maestranza storica della Capitale, ma svuotata di senso e di risorse da dieci anni a questa parte, per far posto ad appalti esterni dal costo superiore e dalle competenze tutte da ascrivere. U business verde-oro che infatti è opportunamente slittato nelle mani della galassia di salvatore Buzzi e di altre coop. Il sodale di Massimo Carminati ai vertici di Mafia Capitale tirava le fila delle gare, sapeva in anticipo come spartirsi i bandi milionari, grazie ai meccanismi oliati da politici di ogni schieramento e dai vertici proprio del Dipartimento Tutela Ambiente. (…) (Corriere della Sera, 17 gennaio 2017, pag. 3, cronaca di Roma)
  6. L’Artico raccontato per immagini. Gli effetti del riscaldamento globale, a Venezia. Una mostra da brivido. Non soltanto perché, come annuncia il titolo, Artico. Ultima frontiera, ci troviamo nella regione più fredda del pianeta. Sono da brivido, soprattutto i dati sul rischio ambientale riportati con drammatica evidenza nei reportage fotografici girati nel terre dei ghiacci. (…) Nelle 120 immagini esposte a Venezia (casa dei tre Oci, fino al 2 aprile, treoci.org), tutte in bianco e nero, sono documentati gli effetti del riscaldamento globale, causa prima del cambiamento climatico che sta mettendo a rischio le tradizioni e la sopravvivenza delle popolazioni Inuit, ormai ridotte a soli 150.000 individui. (…) (SETTE n.3, venti gennaio 2017, pag. 87, con foto)
  7. Bentornate a casa. Il censimento delle foche monache: ce ne sono 700 tra Italia, Grecia e Croazia. (…) (Corriere della Sera, 20 gennaio 2017, pag. 23 cronache, con foto e una mappa degli avvistamenti in Italia)
  8. Ecco gli antenati che stiamo perdendo. Lo studio (anche italiano) su “Science”: in 50 anni rischia l’estinzione il 60% dei primati, “Ma sono essenziali per la vita dell’uomo”. (…) Un certo nostro decadimento potrebbe portare alla loro estinzione , come dimostra la più estesa e approfondita indagine finora condotta su questo mondo. Un gruppo di primatologi di varie nazioni – ci sono anche due studiosi italiani del Muse di Trento – ha analizzato tutte la 505 specie conosciute concludendo che i tre quarti sono in declino e il 60% ha davanti lo spettro della scomparsa (…) mentre si scoprono nuove specie di primati. Ben 85 dal 2000 a oggi, grazie alle più sofisticate analisi genetiche di cui disponiamo , ma anche, paradossalmente, perché distruggendo le foreste gli scienziati possono più facilmente raggiungere zone prima inaccessibili. (…) (Corriere della Sera, 21 gennaio 2017, pag. 25 cronache)

Salute globale

  1. Il cervello si ammala di smog? Vivere in strade molto trafficate aumenta il rischio di demenza senile, lo studio di Lancet. Ogni anno, secondo l’organizzazione Mondiale della Sanità, 3 milioni di persone muoiono per cause correlate all’inquinamento outdoor, mentre secondo una stima del 2014 il 92% della popolazione mondiale vive in zone che non soddisfano le linee guida dell’Organizzazione. Due ricerche pubblicate nel 2013 su Lancet hanno correlato l’esposizione agli inquinanti rispettivamente ai tumori del polmone e allo scompenso cardiaco. Nel primo caso si è visto che un aumento di 10 microgrammi delle polveri sottili è legato a un rischio maggiore del 22% di tumore, mentre nel secondo sono stati registrati aumenti di ricoveri e mortalità legati ai picchi di diversi inquinanti. A questi effetti si aggiungono quelli sulle malattie respiratorie. Chi vive vicino a strade molto trafficate rischia più di altri di andare incontro a una demenza senile, Alzheimer compresa: lo dimostra uno studio canadese , appena pubblicato sulla rivista scientifica Lancet. Che entra nel dettaglio: il rischio aumenta  del 7% per chi abita , a lungo, nel raggio di 50 metri , poi si riduce  e diventa del 4% tra i 50 e i 100 metri e del 2% fino a 200 metri. Poi si è, pare, al sicuro. Per dirla in un altro modo: una persona su dieci – che si ammala di Alzheimer nelle aree urbane – la causa potrebbe essere il traffico, al netto di altri fattori di rischio. (…) La ricerca è seria ed è interessante anche perché si basa sull’utilizzo dei cosiddetti big data ( un nuovo strumento oggi sempre più utilizzato dai ricercatori in campo medico): ha coinvolto circa 6,5 milioni di residenti della regione canadese dell’Ontario (praticamente tutti, tra il 2001 e il 2012) e ha analizzato informazioni ricavate dalle loro cartelle cliniche e dai codici postali degli indirizzi di casa per stabilire la vicinanza alle vie ad alto scorrimento. Quello che è stato scoperto è che esiste un legame fra esposizione al traffico e la demenza. Non ha trovato – invece – correlazioni con altre due patologie nervose, il Parkinson e la sclerosi multipla. Si sa che l’inquinamento da traffico è dannoso per i polmoni e per il cuore, adesso si stanno cercando anche gli effetti sul sistema nervoso. Perché? Perché ci sono malattie, – come appunto la demenza (secondo l’OMS oggi colpisce nel mondo 55 milioni di persone ed è in aumento esponenziale. Si prevede che nel 2050 i casi raggiungeranno quota 130 milioni) – per le quali non si conoscono le cause. Si stanno , perciò, ricercando nell’ambiente, con l’idea di prevenirle. Il problema è che un numero sempre crescente di persone, in tutto il mondo, va a vivere nelle città  e gli effetti dannosi del traffico, anche se minimi, agiscono su un gran numero di individui. (…) Gli inquinanti innanzitutto, ma anche il rumore, spesso sottovalutato. Gli inquinanti peggiori sono le polveri sottili (soprattutto il cosiddetto Pm 2,5) , gli ossidi di azoto e gli idrocarburi policiclici, che derivano dalla combustione dei carburanti delle auto, i metalli pesanti e i particolati, prodotti dalle gomme e dai freni di veicoli. Tutte sostanze che – una volta respirate – entrano nel circolo sanguigno e arrivano al cervello, dove provocano infiammazione e aumento dei radicali liberi. Il rumore è l’altro fattore , già correlato da diversi studi a un’alterazione delle funzioni cognitive. I suoi effetti negativi si traducono, per le persone, in una alterazione dei ritmi del sonno e in una riduzione delle ore di riposo, con effetti deleteri su tutto l’organismo. Ma come ci si può difendere? Cambiando casa? Cambiare casa non sempre è una soluzione praticabile. Ci sono però suggerimenti per limitare i danni. Dice Ray Copes, uno degli autori dello studio pubblicato sulla rivista Lancet: “Il primo è quello di allontanarsi il più possibile dal traffico, camminando per vie laterali o cercando aree verdi, se ci sono nelle vicinanze, anche per praticare attività fisiche”. Ma, aggiunge, “La questione non riguarda soltanto le scelte degli individui, ma le decisioni degli amministratori e dei politici”. Quali sono gli altri fattori che possono predisporre alla demenza senile? Ovviamente l’età, ma anche i fattori genetici e l’appartenenza al genere femminile. Poi il diabete di tipo 2, il fumo di sigaretta, l’inattività fisica e le diete scorrette. Questi ultimi quattro possono essere corretti con un attento stile di vita. Ed è questo che suggeriscono gli autori dello studio per “limitare i danni dell’inquinamento”. Come dire che si va sempre più verso una medicina che chiama in causa le responsabilità  individuali. In attesa che gli amministratori facciano la loro parte. (Corriere della Sera, 6 gennaio 2017, pag. 17 cronache).
  2. Il McDonald’s del Vaticano regala cheeseburger ai clochard. L’ iniziativa del fast food delle polemiche. Dalla settimana prossima tutti i lunedì saranno distribuiti mille pasti. Un passo verso la carità e un punto a favore per l’immagine. Il McDonald’s di Borgo Pio, – aperto in sordina a fine dicembre a due passi dal colonnato di San Pietro nonostante le polemiche e le proteste di cittadini e scrittori, prelati e politici – offrirà un doppio cheeseburger, mele e acqua ai senza tetto presenti nelle strade vicine alla basilica. Saranno mille i pasti che distribuiranno i volontari di Medicina Solidale in collaborazione con l’Elemosineria apostolica ogni lunedì a partire dal 16 gennaio. “Forniamo un pasto che garantisca un congruo apporto di proteine e vitamine alle tante donne e uomini che vivono in strada” spiega Lucia ercoli, direttore dell’associazione che cura i clochard. Dopo i bagni voluti dal Papa durante il giubileo e le auto antigelo del 7 gennaio scorso con coperte termiche per proteggere dal freddo fino a meno 20 gradi sottozero, l’attenzione del Vaticano ai più bisognosi ingloba ora anche il colosso del fast food. A minestre, tramezzini e cioccolate calde si aggiunge il panino più famoso del mondo che per mesi ha posto la questione  del decoro e del cibo di qualità. “mangiare con pochi euro può essere una soluzione per tanti squattrinati, soprattutto ragazzi , ma non credo che il nuovo McDonald’s  possa essere di vero aiuto ai pellegrini” aveva detto monsignor Liberio Andreatta dell’Opera Romana pellegrinaggi il 4 gennaio. Il 3 ottobre scorso, durante una protesta guidata dallo scrittore Alberto Asor Rosa , l’appello era stato rivolto al ministro Dario Franceschini e alla sindaca Virginia Raggi. Ma lunedì scorso anche l’ostacolo dei ricorso al Tar da parte di Codacons è caduto: i giudici hanno stabilito la sospensiva. E il McDonald’s è ora regolarmente aperto negli oltre 500 metri quadrati di proprietà dell’Apsa (Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica)  pagando un affitto di circa 30.000 euro al mese. (Corriere della Sera, 12 gennaio 2017, pag. 23 cronache).

Economia ed ambiente.

  1. Assorinnovabili e la via della cogenerazione anti-inquinamento. L’Agenzia europea per l’ambiente aveva lanciato l’allarme tempo fa: sulla base delle azioni adottate e pianificate, l’Italia non riuscirà a raggiungere l’obiettivo pre –COP 21 di tagliare del 38% le emissioni di C02 al 2030. Ora è Assorinnovabili a rilanciare l’allarme, dopo lo studio di Legambiente sull’inquinamento atmosferico (ben 32 città hanno sforato per più di 35 giorni la soglia limite giornaliera di polveri sottili. La colpa non è solo dei trasporti. “Il contributo del riscaldamento residenziale – spiega Agostino Re Rebaudengo, presidente di Assorinnovabili – all’inquinamento  atmosferico nelle nostre città si avvicina o supera addirittura quello del settore dei trasporti”. Come intervenire? Con la produzione di elettricità e calore attraverso la microgenerazione. “Si dovrebbe introdurre l’obbligatorietà dell’installazione di tali impianti per gli edifici nuovi”, conclude Re Rebaudengo. (Corriere della Sera, 6 gennaio 2017, pag.38)
  2. Volkswagen, scandalo diesel, i vertici sapevano due mesi prima. Berlino. Accuse dirette del Fbi al “management esecutivo” della Volkswagen: sarebbe stato informato dai suoi alti dirigenti americani già nel luglio 2015 dell’imbroglio in corso sulle false emissioni di scarico e avrebbe deciso di non denunciarlo alle autorità. L’azienda tedesca fu costretta a farlo, su iniziativa delle agenzie di controllo degli Stati Uniti più di un mese dopo , nel settembre. Ieri si è anche tenuta un’udienza contro Oliver Schmidt, che era il general manager della VW responsabile dell’ufficio ambientale e ingegneristico in Michigan. Arrestato sabato scorso in Florida, è accusato di frode e di cospirazione nella mancata denuncia del meccanismo che consentiva ai motori diesel del gruppo di fare apparire delle emissioni fino a 40 volte più basse in laboratorio rispetto alla realtà. L’Fbi ha fatto sapere che verso la fine del luglio 2015 Schmidt e altri dipendenti occupati in America dalla casa automobilistica avevano informato il management esecutivo di Wolfsburg della “esistenza, finalità e caratteristiche “ del congegno fraudolento . Durante una riunione in Germania i vertici del gruppo discussero anche della possibilità che l’imbroglio venisse alla luce e che l’azienda fosse messa sotto accusa: ciononostante, decisero di continuare a tenere nascosta la situazione. “Nella presentazione, -dice l’Fbi, i dipendenti della VW assicurarono il management esecutivo che i regolatori americani non erano a conoscenza del dispositivo ingannevole. Invece di decidere per la rivelazione del dispositivo alle autorità Usa, il management esecutivo della Vw autorizzava la continuazione del suo occultamento (…). (Corriere della Sera, 10 gennaio2017, pag. 43).
  3. Dieselgate, Volkswagen ammette la colpa: paga 4,3 miliardi. Alla fine anche i tedeschi si sono arresi. Il board di Vw ha dovuto ammettere le sue colpe e ha dato il via libero al patteggiamento da 4,3 miliardi di dollari a dieselgate, lo scandalo scoppiato in Usa che ha mostrato come il gruppo falsificasse con un software i numeri sulle emissioni. Oltre alla multa sono arrivate anche le scuse. (…) (Corriere della Sera, 12 gennaio 2017, pag. 30)
  4. L’indagine Epa su 104mila auto diesel. Titolo a picco in Borsa. L’inchiesta americana su Fca. Marchionne: nessuna violazione. (Corriere della Sera, 13 gennaio 2016, pag. 2)
  5.  Il pizzo nel pozzo nigeriano. L’Alta Corte federale della Nigeria toglie l’immenso giacimento Opl245 dalle mani di Eni e Shell, per vederci chiaro su una vecchia storia di tangenti, faccendieri e politici. La Nigeria ha battuto un colpo, e che colpo nell’intricata vicenda Opl245. Ovvero l’immenso blocco petrolifero acquisito nel 2011 dalle oil major Eni e Shell, una sorta di Eldorado offshore dell’oro nero dal momento che le sue riserve stimate ammontano a 9,23 miliardi di barili di greggio. Venerdì si è infatti saputo che l’Alta Corte del paese africano ha sospeso le licenze per Opl245 fino a quando l’unità anti corruzione non avrà completato le sue indagini. (Il Manifesto, 29 gennaio 2017, pag.12)

Il commento

Riguarda in modo particolare l’Italia la ricerca di cui parla la prestigiosa rivista scientifica Lancet, i cui risultati sono di estrema importanza per molte città italiane, Roma e Frosinone con una certa urgenza. Il collegamento, dimostrato su un campione di popolazione di dimensioni molto rilevanti, tra il livello di inquinamento da traffico dell’aria e le malattie neurologiche come la demenza senile e l’Alzheimer, non può essere ignorato dai sindaci e dai ministeri competenti. Il numero di vittime è molto elevato e quindi impone degli interventi immediati. D’altra parte, nell’articolo si sottolinea più volta che non basta bloccare il traffico nelle zone più a rischio “dopo” che le centraline hanno quantificato la presenza di polveri sottili in misura molto superiore alle soglie di sicurezza. Occorre invece deviare e ridurre il traffico in modo sistematico e duraturo. Il problema resta però aperto: quanti sindaci leggono una rivista come Lancet? Quanti sono in grado di agire contro gli interessi economici che sono dietro il mondo delle auto e dei mezzi di trasporto?  E’ evidente che è la popolazione a dover esercitare un controllo molto stretto sul traffico che incide così pesantemente sulla vita di persone ed animali, in tutte le forme possibili, ma soprattutto senza indugiare. Sempre in Italia, un’altra rivista, più di divulgazione generale, ha pubblicato un interessante numero speciale su “La verità sul clima, come cambia la Terra”, con molte foto piuttosto belle e significative (FocusExtra, n.74)

 

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