L’umanesimo pedagogico di Alain

Prima di essere stato un autorevole docente universitario di pedagogia, Alain Goussot è stato un educatore di strada che si è confrontato con l’emarginazione sociale di una città complessa come Bologna. La sua formazione atipica e la sua capacità di proporre uno studio sempre interdisciplinare (dalla letteratura al teatro, dalla psicologia alla pedagogia, dalla filosofia alla storia) hanno segnato il suo percorso di insegnamento. Tuttavia, se c’è un modo con cui è giusto ricordare Alain Goussot, nell’ultimo anno della sua vita importante compagno di strada di Comune, è l’espressione utilizzata in questo articolo da Enrico, uno dei figli di Alain: con il suo “umanesimo pedagogico”, con la sua pedagogia critica, con il suo rifiuto del potere, Alain Goussot ha scelto di essere ogni giorno “vicino agli sfruttati e agli emarginati di questo tempo”. Pescara, 25 marzo: iniziative per ricordare l’uomo, lo studioso e l’intellettuale

di Enrico Goussot*

Ero certo che questo momento prima o poi sarebbe arrivato. Il momento del ricordo e del racconto di un figlio che sa di aver avuto un grande padre. Fin da piccolo ho pensato a cosa avrei detto o scritto per ricordare mio padre. Sì, perché Alain Goussot oltre ad essere stato un professore universitario integerrimo, uno studioso infaticabile, un grande pedagogista, un filosofo, uno storico e un intellettuale engagé, è stato mio padre.

Ero perfettamente consapevole di avere a casa una persona non da poco, ero orgoglioso della sua vita, della sua sudatissima carriera, spesso intralciata da logiche accademiche che lo hanno fatto tanto soffrire, ma che non lo hanno mai abbattuto. Per questo desideravo il massimo per lui, perché in lui ho visto la realizzazione del suo desiderio più profondo: quello di profetizzare a tutti un mondo più giusto, più equo nel rispetto della profonda diversità presente in questo mondo, attraverso il suo ruolo di docente universitario. L’essere docente universitario non era altro che un mezzo per esprimere a pieno il suo impegno di intellettuale, e questo in linea con l’ideale di engagement dell’intellettuale di Sartre. Mio padre ha reso concreto questo ideale dopo aver interiorizzato una serie di eventi, spesso dolorosi, che lo hanno riguardato in prima persona. Non ricordo mai di aver percepito in lui la tentazione del potere o del carrierismo. Lui era un puro nel senso più sublime del termine.

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Ricordo che sono stato io a convincerlo di candidarsi al concorso per professore associato e ordinario, perché ero convinto (e lo sono tutt’ora) che fosse il più colto, il più profondo, il più studioso, l’intellettuale, quindi il più adeguato a questo compito. Ho sistemato personalmente le sue pubblicazioni e l’ho aiutato a presentare in modo corretto le domande. L’ho fatto perché ero sicuro che si meritasse il massimo.

Ciò che mi colpiva profondamente di lui era la sua sete di conoscenza. Alle soglie dei sessanta anni era ancora lì sui libri, diceva che sentiva il bisogno di continuare a studiare per ampliare le sue conoscenze. E lo stare sui libri era diventato il suo stile di vita per comprendere i problemi del mondo. Diceva che a volte aveva l’impressione che gli autori e gli scrittori presenti sulla libreria saltassero fuori e si mettessero a dialogare con lui.

Era riuscito a far dialogare insieme la letteratura, la poesia, il teatro, la psicologia, la pedagogia, la filosofia e la storia, ma questo non è da tutti. Una volta chiacchierammo del ruolo pedagogico di Victor Hugo e del suo esempio di letterato e uomo politico impegnato nella società del suo tempo.

Questo suo studio multidisciplinare, interdisciplinare e intradisciplinare profondo e meticoloso sapeva dialogare molto bene con il suo impegno quotidiano e rispecchiava bene la sua idea di società multicolore e meticcia. Non era un teorico astratto, ciò che scriveva nei suoi libri e ciò che diceva nei suoi interventi pubblici erano un concentrato tra lo studio profondamente meditato e la sua esperienza di vita.

Prima di essere un professore universitario mio padre è stato un educatore di strada che si è confrontato con l’emarginazione sociale di una Bologna del degrado: tossicodipendenza, microcriminalità, prostituzione, immigrazione. E tutte queste realtà le riusciva a leggere con un amore speciale, grazie al suo profondo umanesimo, coltivato in famiglia, sia in quella d’origine, sia in quella creata con mia madre, e sui suoi preziosissimi libri.

Alain, il padre

Mio padre è stato presente nella mia vita attraverso una discrezione che non dimenticherò mai. Mi ha voluto molto bene e lo ha dimostrato attraverso gli insegnamenti che ci ha lasciati, attraverso il suo esempio di uomo, la sua premura per la mia educazione, quella dei miei fratelli e di mia sorella, la sua attenzione profondamente umana per i nostri desideri.

Ci ha lasciati liberi di intraprendere ciascuno il proprio percorso, nella creatività che ci ha sempre contraddistinti come figli. Nelle scelte fondamentali della mia vita non ricordo mai una sua intrusione a gamba tesa, ma un preoccuparsi solo della nostra piena realizzazione di persone.

Ricordarlo attraverso il racconto della sua vita fa nascere in me molta commozione, perché credo di amarlo nel senso più nobile del termine. Gli sono profondamente grato per essere cresciuto con i suoi insegnamenti e di quello che sono oggi gli devo quasi tutto. Gli devo anche l’amore per la cultura. Il fatto di vederlo da quando ero piccolo sempre sulla sua scrivania a leggere e a scrivere mi ha educato profondamente senza che fossero necessarie parole. Il suo è stato un esempio silenzioso, come i raggi di sole che abbronzano in una giornata estiva, ma che agiscono in profondità e con il tempo, cambiano anche il colore della pelle.

Mio padre ha sempre avuto una grande attenzione per i nostri desideri e ha cercato di farli suoi fino in fondo. Penso che questo sia stato l’esempio più bello che ricordi di lui. La sua vita è stata piena, vissuta fino in fondo con coerenza e intensità. La sua morte ha rappresentato per me un momento traumatico perché non credevo di potercela fare senza di lui. Ho sempre avuto l’impressione che lui fosse per me una grande quercia, le cui radici sono profonde e il cui tronco è così grande da dare sicurezza e protezione. A volte mi capita di affacciarmi nella sua stanza e di guardare quella scrivania vuota. Penso che lui stia a momenti per tornare, perché serbo in me la speranza concreta di rivederlo. E sono certo che prima o poi lo rivedrò.

La sua presenza nella società me la ricorderò sempre come unica e speciale. Il suo impegno politico nel partito comunista prima e quello nel mondo accademico dopo, rappresentano lo stesso fil rouge di un uomo che non ha mai abdicato ai propri valori, ma che li ha rafforzati negli anni con l’esperienza di vita e con la cultura.

Diceva di essere uno degli ultimi comunisti, un vecchio giacobino, un ami de l’humanité, e lo era davvero! Anche nelle scelte politiche non è mai sceso a compromessi, non ha mai rivisto i cardini delle proprie idee, quelle idee di tanti uomini e donne che hanno lottato con la vita per vederle custodite e affermate, idee di uguaglianza, fraternità e libertà.

Per lui il comunismo non aveva nulla a che fare con il liberismo economico e morale di oggi. In questo era rigorosamente ancorato all’idea di una società basata su valori nuovi, quella di un umanesimo finalmente rispettoso della dignità delle persone, dove nessuno si sentisse escluso, ma nella logica dell’inclusione e del rispetto della diversità come ricchezza, tutti potessero apportare ricchezza. Sognava una società meticcia dove il dialogo e l’accoglienza fossero l’antidoto alla paura.

Il suo maestro di vita è stato Jean Jacques Rousseau, di cui ha letto e meditato ogni riga. L’umanesimo vero di Rousseau è quello che mio padre è riuscito a rielaborare e rendere pienamente manifesto con la propria vita. E la sua vita è stata un esempio per noi figli, per mia mamma, per i colleghi e per gli studenti. Il suo approccio era un umanesimo pedagogico vicino agli sfruttati e agli emarginati di questo tempo. Per capire la sua analisi sul mondo della scuola di oggi bisogna partire dai fondamenti del suo pensiero e dal suo attaccamento agli ultimi. La sua contrarietà a una scuola che etichetta, che condanna e che fa diagnosi, nasce dal suo radicale attaccamento al principio di uguaglianza. Una uguaglianza non confusa con l’omologazione di oggi, ma con la capacità di riconoscersi nell’altro diverso da sé e riconoscere l’altro in se stesso.

Ma a riconoscere la sua grandezza di uomo non sono solo io, né i miei familiari, ma l’omaggio che innumerevoli persone, di svariati ceti sociali e ambiti lavorativi gli ha reso e continua a rendergli ad un anno dalla sua scomparsa.

Ciò che i suoi studenti hanno detto e continuano a dire di lui mi colpisce profondamente e mi convince nel fatto di aver avuto un padre straordinario, le cui idee sono oramai scolpite su pietra.

La manifestazione che terremo a Pescara il prossimo 25 marzo nella sala Flaiano, dal titolo L’umanesimo pedagogico nella vita e nell’azione di Alain Goussot vuole ricordare l’uomo, lo studioso e l’intellettuale, ma anche riprendere in mano il suo pensiero e spezzarlo a tutti i presenti, affinché attraverso la diffusione delle sue idee, lui sia con noi per sempre.

E la sua presenza, che non è mai morta davvero, tornerà ad essere azione tangibile, perché la sua visione profetica sarà la realizzazione di una società nuova, finalmente libera, plurale, aperta, meticcia, accogliente e al passo del più debole. E la vita che gli devo mi muove a ricordarlo per sempre e finché avrò vita lui non sarà dimenticato.

 

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1 risposta a “L’umanesimo pedagogico di Alain”

  1. Fiorella Palomba
    16 marzo 2017 at 23:34 #

    Caro Enrico, ho avuto la fortuna di avere come professore di Pedagogia Francesco De Bartolomeis a Torino negli anni settanta. Aveva rivoluzionato, con la struttura dei Laboratori, il corso di studi, costruendo relazioni con il mondo dell’arte pittorica, visiva e teatrale.

    Comune-info mi ha consentito di conoscere Alain e di ritrovare il senso rivoluzionario della Pedagogia così come l’avevo conosciuta negli anni d’oro a Torino.

    Ho letto la passione, la conoscenza, l’umanità profonda nei suoi articoli e la sua scomparsa è stato un grande lutto. Come già avevo scritto i suoi scritti saranno sempre con noi *_*

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