Libertà e giustizia versus autoritarismo

La democrazia, intesa come sistema di rappresentanza e governo fondato sui principi del costituzionalismo liberale, sta vivendo una crisi molto profonda. Che si manifesta nella deriva dei governi di molte democrazie che si sostituiscono al parlamento, nella caccia alle streghe contro il dissenso interno, nell’isolamento delle minoranze, siano esse culturali o etniche, e nella loro trasformazione in capro espiatorio delle contraddizioni del sistema sociale e politico. La contrazione degli spazi di libertà è evidente, il cancro della corruzione e la decrescente partecipazione popolare al voto sono segnali precisi della tempesta che investe le istituzioni “democratiche”, come lo è la personalizzazione del dibattito politico e l’incapacità della politica di governare la globalizzazione economica. Ci sono, tuttavia, altri segnali, come la più grande manifestazione per l’accoglienza dei rifugiati mai vista in Europa, quella di Barcellona, che dimostrano la possibilità di resistere e l’esistenza di antidoti

di Gianluca Solera

Questo mese di marzo è iniziato male e a guardarsi in giro, c’è da restare ammutoliti. L’ennesima risoluzione contro il regime criminale di Bashar al-Assad ha ricevuto il veto di Russia e Cina, il settimo e il sesto veto rispettivamente imposto in cinque anni per salvare la banda di Damasco. La risoluzione riguardava l’uso di armi chimiche. La risoluzione avrebbe imposto un regime di sanzioni nei confronti di undici personalità siriane, principalmente comandanti militari, e dieci entità legate agli attacchi chimici perpetrati nel 2014 e 2015. La risoluzione proposta seguiva un’inchiesta delle Nazioni Unite che si è conclusa nel mese di ottobre scorso, e che documenta che l’aviazione siriana, nel 2014 e nel 2015, ha sganciato bombe-barile al cloro su tre villaggi controllati dall’opposizione[1]. Nel 2013, il governo di Damasco aveva firmato la convenzione internazionale che bandisce l’uso di armi chimiche, incluse le armi al cloro. Nonostante questo, le armi chimiche sono state ripetutamente utilizzate anche durante la battaglia di Aleppo della fine dell’anno scorso[2]. La Corte di Cassazione egiziana ha definitivamente stabilito che Hosni Mubarak è innocente rispetto ai massacri dei giovani dimostranti durante la rivoluzione del 2011. La corte ha respinto tutte le richieste da parte degli avvocati delle vittime di riaprire cause civili. Non so quanto siano gli attivisti attualmente in carcere in Egitto, anzi sì, sono sessantamila secondo ANHRI (Rete araba di informazione per i diritti umani)[3].  La controrivoluzione ha rifatto la storia e i criminali si sono trasformati in vittime, rovesciando tutti i fondamenti dell’uguaglianza davanti alla legge e i principi fondamentali di libertà e organizzazione civile e politica. Il nostro governo, nel frattempo, non è ancora capace di smascherare le indagini fabbricate delle autorità egiziane sull’assassinio di Giulio Regeni; sto convincendomi che non lo voglia, forse per non mettere nell’imbarazzo un partner commerciale importante quale l’Egitto.

L’ultimo fine-settimana di febbraio, ero a Atene, dove un nutrito gruppo di ricercatori e difensori dei diritti umani dei Balcani e della Turchia si è incontrato per parlare della situazione nei rispettivi rispetto alla sicurezza e ai diritti umani[4], e mi sono reso conto che viviamo tempi duri per le libertà fondamentali e i diritti umani in tutto il panorama regionale. In Turchia, dopo il putsch, circa centomila sono state le persone arrestate, e anche se molte sono state rilasciate, oggi le prigioni ospitano più detenuti di quelli per cui sono state equipaggiate[5].  Tra i detenuti, ben 155 sono giornalisti, e molti di questi sono in attesa della sentenza o dell’udienza[6]. Zeynep Şarlak, membro di Helsinki Citizens Assembly Turchia, durante la conferenza ha esposto dati inquietanti sugli effetti delle purghe del governo turco seguite al putsch, effettuate grazie all’applicazione dello stato di emergenza in vigore dal 20 luglio scorso. Il movimento religioso di Fethullah Gülen è stato indicato dal governo turco quale responsabile del putsch[7], e tutti coloro che sono sospettati di aderirci o di simpatizzare per esso sono stati allontanati dalle loro funzioni e ruoli: decine di migliaia di persone sono state rimosse dal servizio pubblico o hanno perso le loro licenze professionali; inoltre, queste persone sono state stigmatizzate come «terroristi» agli occhi di tutti in quanto i loro nomi sono stati resi pubblici; migliaia di istituti privati, sanitari e scolastici, nonché media, associazioni e fondazioni, sono stati chiusi; centinaia di aziende sono state rilevate dal Fondo assicurativo di risparmio e deposito turco per aver fornito finanziamenti all’organizzazione di Gülen[8]. Solo nel mondo accademico, al febbraio 2017, 4.811 accademici sono stati licenziati da 112 università attraverso cinque decreti legge. Inoltre, 13.170 assistenti di ricerca hanno perso il loro ruolo nel programma di formazione gestito dal Consiglio di Istruzione Superiore. Parlando di media, al gennaio 2017, il numero di organi di informazione chiusi è di 179, e i loro beni sono stati trasferiti al Tesoro senza alcuna compensazione. Secondo Bianet, una rete di comunicazione indipendente in Turchia, il numero di dipendenti dei media che resta senza lavoro a causa dei decreti legge è di circa diecimila[9].

Andiamo avanti. La Commissione Affari esteri della Camera dibatte in questi giorni la ratifica e l’esecuzione di un accordo di cooperazione in materia di sicurezza tra Italia e Israele, sottoscritto nel dicembre del 2013, che contempla la cooperazione anche nella lotta al terrorismo, la formazione delle forze di polizia israeliane, o  lo scambio di expertise per la gestione dell’ordine pubblico, di dati sensibili e dei servizi di intelligence[10].  Peccato che nel frattempo, da quel dicembre 2013 ad oggi, il governo israeliano: abbia portato avanti a tamburo battente la politica del fatto compiuto e abbia promosso nuovi insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est[11], creando le condizioni per una nuova ondata di violenza da parte dei palestinesi spossessati delle proprie terre; e abbia approvato una legge che espande la definizione di organizzazione terroristica e estende i reati di terrorismo violando diritti fondamentali. Stiamo parlando della legge approvata dalla Knesset nel giugno scorso, che amplia le prerogative statali nella repressione di organismi e sostenitori che si ritiene minaccino il Paese, anche attraverso l’opinione. I gruppi per i diritti umani israeliani hanno denunciato il fatto che con questa legge anche chi partecipa a una manifestazione contro la colonizzazione israeliana potrebbe essere perseguito per rappresentare una minaccia terroristica. Le attività politiche in solidarietà con i palestinesi sotto occupazione potrebbero essere ugualmente perseguite. È come se i sistemi applicati dalle corti militari israeliane nei territori palestinesi occupati potessero essere ora importati all’interno dello stato di Israele a discapito dei propri cittadini, siano essi arabi o ebrei[12].  Ho qualche dubbio che il nostro parlamento sia in grado di rimettere in discussione un tale accordo alle luce di questi sviluppi.

Sono brutti segnali, certo. Assistiamo a una crisi della democrazia, intesa come sistema di rappresentanza e governo fondato sui principi del costituzionalismo liberale. La crisi si manifesta nella deriva degli organi esecutivi di molte democrazie che si sostituiscono al legislativo, nella caccia alle streghe contro il dissenso interno, nell’isolamento delle minoranze, siano esse culturali o etniche, e la loro trasformazione in capro espiatorio delle contraddizioni del sistema sociale e politico, nella contrazione degli spazi di libertà, nel cancro della corruzione, nella decrescente partecipazione popolare al voto, ma anche nella personalizzazione del dibattito politico e nell’incapacità della politica di governare la globalizzazione economica. Se è vero che in un clima di esacerbazione delle tensioni e delle contrapposizioni alcune fazioni e alcuni gruppi sociali ne godono, chi perde sono le istituzioni e le pratiche della democrazia. Cosa rovina a terra è la fiducia nei confronti del sistema che ci siamo dati. In un contesto di crescente interdipendenza internazionale, di involuzione verso relazioni sociali più anonime e impersonali, e mentre le nostre dinamiche sociali interessano sempre più soggetti sconosciuti (pensiamo all’impatto delle migrazioni o del turismo di massa), la caduta di fiducia ci rende tutti fragili ed esposti alle peggiori derive autoritarie. Solitamente, siamo abituati a associare la sfiducia nelle istituzioni con l’Occidente, ma anche i vicini non stanno meglio.  Uno studio del think-thank serbo SeConS rivela che la fiducia nelle istituzioni e nella loro capacità di garantire la sicurezza e il benessere dei cittadini  cade rovinosamente anche a Oriente, in paesi come Bosnia-Herzegovina, Bulgaria, Montenegro, Kosovo, Serbia o Turchia. A fare la peggior figura sono i governi nazionali e i partiti politici, molto meglio se la cavano l’Unione europea, la Giustizia o le Forze dell’ordine[13].  In Grecia, incontro Vaggelis Karageorgos, capo-redattore del giornale cooperativo Efimerida ton Syntakton. Mentre ceniamo in un’osteria popolare della Capitale, Vaggelis racconta che – sebbene l’economia abbia cominciato a riprendersi e il Paese abbia raggiunto nel 2016 un surplus primario, escluso il servizio al debito, pari a più del doppio della previsione originale – Unione europea e istituti creditori stanno addosso al governo, chiedendo ulteriori tagli alle pensioni e nuove tasse. Il movente di questo ennesimo accanimento è il fatto che il governo di Tsipras, lo scorso Natale, ha distribuito 617 milioni € a circa 1,6 milioni di pensionati a basso reddito, in sostituzione di un bonus che i creditori avevano abolito. «Abbiamo dato tutto, abbiamo votato come si doveva al referendum, abbiamo fatto tutto quello che la democrazia ci concede di fare e siamo tuttora un Paese a sovranità limitata» racconta l’attivista per l’acqua pubblica Maria Kanellopoulou. Altri sono ancora più critici nei confronti del loro governo, accusato di aver ceduto al diktat della finanza e della Germania, tanto che si porrebbero come obiettivo finale quello di abbattere l’unico governo progressista nell’Europa mediterranea. Il mio amico regista Aris Chatzistefanou ha prodotto l’anno scorso il documentario This Is Not a Coup, «Questo non  è un golpe», in cui descrive le politiche antidemocratiche della Banca centrale europea in paesi come il suo, l’Italia o Cipro. Un film assolutamente da vedere.

In un contesto di crisi delle ideologie egualitarie e dei valori del liberalismo (da non confondersi con il neoliberismo), in un vuoto filosofico di senso, si moltiplicano le disfunzioni e le anomalie della democrazia. Eppure, non è ancora stato inventato un sistema perfetto che si fondi sulla sovranità popolare, miri all’autodeterminazione della nazione, che garantisca libertà e opportunità a tutti i propri cittadini e dove i poteri in gioco siano in perfetto equilibrio tra loro contenendosi reciprocamente. Non è stato inventato perché non esiste e molto probabilmente non può esistere, e quello che più gli si avvicina è la democrazia liberale. Prima di gettarla nel rogo, pensiamo a cosa potrebbe arrivare al suo posto. Il politologo Giovanni Sartori dice che la democrazia è, prima di tutto e sopra tutto, un ideale. La democrazia va controcorrente, contro le leggi inerziali che governano gli aggregati umani. Le monocrazie, le autocrazie, le dittature, sono facili, ci cascano addosso da sole; le democrazie, invece, sono difficili, debbono essere promosse e «credute»[14].

Per questo, ogni segnale di riscatto democratico, di resistenza alla retorica illiberale e alle riforme autoritarie, ogni segnale di denuncia del ritorno ai nazionalismi e di difesa dei principi di solidarietà e di libertà va salutato con sollievo, e nonostante tutto, questi segnali ci sono. Ne cito quattro:

  • A metà febbraio, tra le cento e sessantamila e le trecentomila persone hanno marciato per le strade di Barcellona cantando «Queremos acoger», li vogliamo accogliere, in riferimento ai rifugiati. La più grande manifestazione in favore dell’accoglienza mai vista in Europa, i cui partecipanti criticavano le restrizioni imposte dal proprio governo statale come dai paesi membri dell’Unione europea. La Spagna, che avrebbe dovuto accogliere diciassettemila richiedenti asilo tra quelli arrivati in Italia o in Grecia, ne ha accolti solo settecento. «Basta scuse, accogliamo ora» recitava uno dei cartelli[15].
  • La Camera dei Lord britannica ha inferto un colpo severo alla proposta di legge che regolamenta la fuoriuscita dall’Unione europea presentata dal primo ministro May, esigendo che i diritti dei cittadini europei che vivono nel Regno Unito siano rispettati, rifiutando così l’argomento governativo in base al quale dare garanzie ai cittadini UE che vivono nel Regno Unito avrebbe reso i cittadini britannici che vivono negli altri paesi UE più vulnerabili! Una vittoria del principio della mobilità e di libertà di insediamento, proprio quando il nazionalismo britannico cominciava a minacciare anche gli altri europei che ora vivono Oltremanica[16].
  • Presentando il Libro bianco sul futuro dell’Europa davanti al Parlamento europeo il 1 marzo, il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha alzato la voce e difeso i fondamentali del progetto d’integrazione europea, in un raro esercizio di coraggio politico per un burocrate come lui, e questo significa che la posta in palio tra nazionalismi, riarmo, crisi economica, populismo in America e ingerenza della Russia ci costringerà a uscire allo scoperto in favore di un’Europa dei popoli. Juncker ha presentato cinque scenari, da quello più modesto di mantenere solo il mercato comune, a quello di un’unione più profonda dove più poteri, risorse e processi decisionali sono messi in comune[17]. Juncker ha anche citato il manifesto per un’Europa libera e unita scritto a Ventotene da Spinelli, Rossi, Colorni e Ursula Hirschmann durante la Seconda Guerra Mondiale. È il tempo delle grandi scelte, ha voluto dire, a sessant’anni dai Trattati di Roma.
  • Infine, l’ultimo è quello relativo alla recentissima decisione presa dalla Corte d’Appello di Trento, che per la prima volta in Italia ha riconosciuto a due uomini la possibilità di essere considerati padri di due bambini nati all’estero con la maternità surrogata, perché nel nostro ordinamento non c’è «un modello di genitorialità esclusivamente fondato sul legame biologico fra il genitore e il nato»[18]. È l’affermazione dell’amore genitoriale sui codici morali costruiti dalle società nel corso dei secoli. Stiamo parlando di Trento, la città dove ebbe luogo tra il 1545 e il 1563 il concilio che promosse la controriforma per arginare il Luteranesimo!

Vi chiederete cosa c’entri questo fatto con quanto si è discusso finora in materia di democrazia e libertà. C’entra perché come vengono calpestate le libertà civili e i diritti politici, così viene normata la vita umana e le differenze vengono regimate e stigmatizzate. Alla mancanza di libertà nella società corrisponde sovente il bigottismo in nome dell’ordine e della morale. Dalla combinazione di queste due tendenze possono solo venire fuori disastri.

 

[1] Cfr. «Russia, China block Security Council action on use of chemical weapons in Syria», UN News Center, 28 febbraio 2017.

[2] Human Rights Watch, Syria: Coordinated Chemical Attacks on Aleppo, rapporto, 13 febbraio 2017.

[3] Cfr. ANHRI, There is Room for Everyone… Egypt’s Prisons Before & After January 25 Revolution, 5 settembre 2016.

[4] Human Security in Dire Times: the Balkans, Turkey and the European Process, tenuta ad Atene, il 24 e 25 febbraio 2017, e sponsorizzata dalla rete Claim! (Citizen’s Network for Peace, Reconciliation and Human Security).

[5] Circa cinquemila sono i detenuti in eccesso (fonte: «Prisons in Turkey run over capacity as prisoner population on sharp rise», Hurriyet Daily News, 1 marzo 2017).

[6] Cfr. Zia Weise, «Jeder kann zum Terrorverdächtigen werden», Die Zeit, 28 febbraio 2017.

[7] Gülen nega qualsiasi coinvolgimento nel putsch, ed anzi ha chiesto un’indagine internazionale per fare luce su chi lo abbia orchestrato (“Fethullah Gülen : «Je demande une enquête internationale sur le putsch raté en Turquie»”, Le Monde, 10 agosto 2016).

[8] Tra il 20 luglio 2016 la metà di febbraio 2017, un totale di 121,183 persone sono state espulse da istituzioni e professioni pubbliche. Solo 19,248 di queste sono state reintegrate. In altre parole, più di centomila pubblici ufficiali sono diventati disoccupati senza alcuna determinazione giudiziaria (fonte: Zeynep Şarlak, Helsinki Citizens Assembly).

[9] Erol Önderoğlu , « Two Major Obstacles Before Journalism: Government, Jurisdiction. Media Monitoring Report October – December 2016». Bianet,  23 gennaio 2017.

[10] Camera dei Deputati. Servizio Studi, Accordo con il Governo dello Stato di Israele in materia di pubblica sicurezza, fatto a Roma il 2 dicembre 2013. A.C. 4225, dossier 538, 22 febbraio 2017.

[11] Nelle prime due settimane di presidenza Trump, Netanyahu ha annunciato piani per la costruzione di 5.500 unità abitative in Cisgiordania, mentre il Comune di Gerusalemme ha presentato piani per 550 nuove case a Gerusalemme Est (fonte: O.Liebermann e E.McKirdy, «Israel to build entirely new settlement in West Bank», CNN, 1 febbraio 2017).

[12] Jonathan Lis, «Knesset Passes Sweeping Anti-terrorism Law», Haaretz, 15 June 2016.

[13] SeCons, Trust in Institutions in Western Balkans and Turkey from a Human Security Perspective, 2016.

[14] Giovanni Sartori, «Democrazia», Enciclopedia delle scienze sociali, Treccani, 1992.

[15] Cfr. J.Quintáns, A.Congostrina, «Clamor multitudinario para acoger refugiados», El País, 19 febbraio 2017. Solo il 7% dei 160.000 richiedenti asilo presenti in Italia e Grecia, per cui nel 2015 il Consiglio europeo approvò un piano di reinsediamento tra i paesi UE, è stato redistribuito!

[16] A. Asthana, L. O’Carroll, «Lords urge Tories to back Brexit bill amendment on EU citizens», The Guardian, 2 marzo 2017.

[17] Commissione europea, Quo vadis Europa à 27? Des voies pour un avenir uni à 27, discorso Juncker, 1 marzo 2017.

[18] « Trento, sì maternità surrogata due padri», ANSA, 28 febbraio 2017.

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