Ossessione classificatoria

di Emilia De Rienzo*.

È la società che stabilisce i criteri per dividere in categorie gli uomini. E tra queste passa una lunga barriera invisibile ma molto solida che divide i «normali» dai cosiddetti «handicappati»; questi in quanto «mancanti di qualcosa» non sono considerati proprio uomini. Essi nella nostra mente vengono così declassati da «persona completa» a persona «segnata, screditata» da quello che Goffman chiama «stigma».
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Partendo da queste premesse si mettono in opera discriminazioni che di fatto riducono le possibilità di vita di chi è considerato «diverso». Essi stessi vengono condizionati a tal punto da credere di non poter condurre una vita come tutti gli altri.
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La cultura dominante oggi è ancora quella classificatoria, che, con i suoi test e le sue diagnosi, evidenzia solo i deficit, frantuma la persona, riduce ed incasella gli aspetti molteplici della realtà in schemi rigidi e precostituiti.«Non sempre», dice Ronald Laing, «l’uomo ha bisogno di sbarre  per costruire gabbie. Le porte della nostra mente sono le più  difficili da aprire» .
 
Dentro di noi esistono pregiudizi che non sono il frutto di  un atteggiamento psicologico individuale, quanto dell’espressione dei valori della società. È difficile pensare al di fuori delle categorie di cui disponiamo, delle parole che siamo abituati ad usare e a cui siamo soliti attribuire un determinato significato.
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Alla parola «handicap» “disabile” e a tutte le sigle che nel tempo sono nate, siamo abituati ad associare altri concetti che relegano ai margini individui di cui pochi hanno voluto scoprire le potenzialità. E se una persona ha un  basso quoziente intellettivo è facile che ogni sua difficoltà venga più o meno sempre attribuita al «deficit intellettivo».
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Queste sono le sbarre, i rigidi confini che non ci permettono di percorrere strade nuove: «II fatto che le persone normali», dice Erving Goffman, «sono in grado di muoversi, di vedere, di udire, non vuol dire che vedano o ascoltino». Può capitare però, a volte, che delle sbarre siano spezzate e che i percorsi mentali che prima di allora credevamo obbligati subiscano dei cambiamenti. È questo il momento che delle certezze si aprono al dubbio e lasciano intravedere orizzonti diversi. «Si può vedere», dice Oliver Sacks, «una stessa persona come irrimediabilmente menomata o così ricca di promesse e di potenziale».
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Riconoscere, accettare la propria diversità non deve necessariamente voler dire essere etichettati, emarginati, appartenere ad una «categoria» che non conosce al suo interno differenziazione, che non permette la costruzione di una propria identità, di una propria soggettività. Non vi può essere un autentico soggetto laddove l’esistenza si risolve nello svolgere un ruolo predisposto da altri al posto tuo. Si diventa soggetti quando c’è possibilità di scelta. E quanto più le tue scelte sono limitate per le tue condizioni fisiche, mentali o psichiche, tanto più quello spazio di libertà va assicurato, difeso e protetto.
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Accettare le proprie difficoltà significa, allora, conoscere i propri limiti, ma anche poterli affrontare e poter scoprire soprattutto le proprie potenzialità. «Non ci si può basare su quello che manca in un certo bambino, su quello che in lui non si manifesta, ma bisogna avere una sia pur vaga idea di quello che possiede, di quello che è», dice Vygotskij, ma questo può essere possibile solo se avere delle difficoltà non significa essere isolati dal contesto sociale.
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Bisogna pensare alla persona con difficoltà come portatrice di diritti che, come tali, perché siano rispettati, richiedono interventi sia sociali che economici da parte delle istituzioni, ma anche impegno di tutti nella relazione con loro. Norberto Bobbio a questo proposito, affermava: «L’intervento dello Stato può correggere alcune disuguaglianze di fatto, ma non può risolvere il problema esistenziale di chi è diverso e sa di esserlo. Questo problema deve essere affrontato, se lo si vuole risolvere, in una sfera completamente diversa, che è quella degli affetti, dei sentimenti, dell’amore per il prossimo, vale a dire in una sfera in cui parole come “Stato” e “mercato” non hanno più alcun senso e stanno lì a dimostrare che la sfera dei rapporti fra gli uomini non si risolve tutta quanta nei rapporti economici».
 
Le diagnosi, le classificazioni a volte inevitabili, non devono mai enunciare una situazione irreversibile, né tanto meno uno «status sociale». Bisogna sempre riportare al centro dell’attenzione la persona con la sua identità e individualità. Solo allora avremo un “chi” e non un “che cosa” come dice Oliver Sacks.
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«Bisogna uscire dal pregiudizio che sta alla base delle definizioni “incurabili”, “irrecuperabili” le quali stabiliscono un limite di tempo oltre il quale non è possibile il recupero. Non esiste nessun limite se non nell’idea di chi non sa come affrontarlo, di chi crede di non poter fare di più»: così dice Giulia Basano, madre adottiva di un bambino gravemente handicappato.
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Chi è portatore di un handicap ci consegna come valore importante la scoperta della lentezza come indispensabile prerogativa per l’ascolto e la costruzione di rapporti veramente e profondamente validi. Chi non ritrova questo valore, difficilmente saprà ritrovare il dialogo, non quello che scavalca l’altro, ma quello che si mette in ascolto degli altri e di se stessi.
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* Insegnante, ha aderito alla campagna Facciamo Comune insieme

 

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