Imparare a leggere insieme

Avere la possibilità di trascorrere, insieme ad altri, giornate di intenso corpo a corpo con la lingua e il senso della scrittura – come dimostrano le intuizioni di Mario Lodi e don Milani – significa difendersi dalla precarietà, dalle povertà culturali e relazionali oggi sempre più diffuse, ma soprattutto dall’idea che il mondo sia diviso per sempre tra quelli che sono in alto e quelli che sono in basso. “Si perde il desiderio di faticare nel ragionare, se non ci sono luoghi in cui praticare l’arte del dialogo e del confronto – scrive Franco Lorenzoni -, necessaria per capire qualcosa di più del mondo, degli altri e di noi stessi…”. Di certo, “dare più parole a chi ne ha meno è la base di quel rimescolamento sociale necessario, tragicamente bloccato in Italia da decenni…”

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di Franco Lorenzoni*

Arricchire il lessico è una questione di democrazia. Dare più parole a chi ne ha meno è la base di quel rimescolamento sociale necessario, tragicamente bloccato in Italia da decenni. Questo problema cruciale fu posto con ruvida precisione da un gruppo di ragazzi contadini, figli di analfabeti, esattamente cinquant’anni anni fa. A fornire loro le parole, su quella montagna isolata, c’era allora don Lorenzo Milani nel suo ultimo anno di vita.

Il problema è che se le parole nuove che si incontrano non si usano, non si trova il modo di faticarci sopra scrivendole, inevitabilmente si perdono così come si perde il desiderio di faticare nel ragionare, se non ci sono luoghi in cui praticare l’arte del dialogo e del confronto, necessaria per capire qualcosa di più del mondo, degli altri e di noi stessi.

Foto tratta dalla pagina facebook di Attacco poetico (credit foto: @patrizia.elia77), sull’iniziativa che ogni estate trasforma i muri di San Michele Salentino. Leggi anche: Parliamo coi muri di Rosaria Gasparro

Pochi ricordano che, tra le origini della stesura collettiva della famosa Lettera a una professoressa, ci fu una corrispondenza tra i ragazzi del Mugello e i bambini di Mario Lodi, iniziata quattro anni prima. Quando Lodi si recò in visita a quella particolarissima scuola nell’estate del 1963, don Milani fu molto colpito dall’idea della corrispondenza scolastica praticata dal maestro di Piadena e colse al volo quella possibilità, virandola a suo modo. In uno scritto che accompagna il primo invio di lettere, Milani racconta a Lodi in cosa consista l’impegnativo lavoro di “scrittura collettiva” che stava sperimentando a Barbiana. Decidendo di raccontare in quella prima lettera il perché del loro andare in una scuola così esigente e particolare, 365 giorni all’anno senza feste e ricreazioni, ecco come si organizzarono:

“1° giorno: un intero pomeriggio, cinque ore, a disposizione per comporre liberamente una lettera. 2° giorno: un pomeriggio a leggere ad alta voce i lavori e appuntare su foglietti idee ed espressioni felici. 3° giorno: una mattinata a riordinare i foglietti su un grande tavolo per dare loro ordine logico e fissare uno schema di lavoro. 4° giorno: pomeriggio a rifare la lettera secondo lo schema comune. 5° giorno: mattina e sera, tutti insieme a leggere ad alta voce i singoli lavori e stabilire il testo comune con le migliori espressioni (il testo è di 1128 vocaboli). 6° giorno: testo accettato perché ognuno abbia lo scritto davanti a sé un intero pomeriggio con la produzione di annotazioni a margine, correzioni, aggiunte di proposte. 7° giorno: mattina e sera: proposizione dopo proposizione, ciascuno fa le correzioni. 8° giorno: idem. 9° giorno: idem. 10° giorno: testo definitivo composto da 823 parole, 305 parole in meno, ma arricchito da molti concetti nuovi. I piccoli trovano qualche volta soluzioni migliori dei grandi”.

Si può dissentire da alcune rigidità e integralismi presenti in don Milani ma il peggior tradimento sarebbe fare di lui un santino, approvato da tutti a parole con grande ipocrisia. L’unica accusa che proprio non si può fare è attribuirgli una surreale postuma paternità di una scuola facile e permissiva, che non boccia e non si cura dell’istruzione dei ragazzi.

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La promozione di tutti era certo il suo credo, ma con estrema coerenza il priore di Barbiana sapeva bene quanto è difficile e impegnativo sottrarre alla povertà culturale chi vive ai margini della società. Il suo “pieno tempo” di scuola e cultura, costruito con alchimia irripetibile con i ragazzi del Mugello, credo abbia ancora molto da insegnare a chi si spende in educazione fuori e dentro la scuola, nelle periferie urbane di oggi, con i nuovi poveri ben diversi da quelli di allora.

È molto interessante rileggere oggi quella “Lettera”, soffermandosi anche sui tanti dati che raccoglie. Quelle statistiche raccontano molto dettagliatamente come nel nostro paese, in pieno boom economico, la scuola continuava a fare “strage di poveri”. Confrontando quei numeri con ciò che accade oggi, scopriremo che in un mondo radicalmente cambiato, resta invalicabile nel nostro paese il blocco a ogni ascesa e rimescolamento sociale.

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I ragazzi che oggi smettono di studiare hanno caratteristiche del tutto diverse rispetto agli allievi del prete del Mugello. Vivono la loro forzata inattività circondati da gadget e cellulari, vittime inconsapevoli fin nell’intimo di forme di povertà diverse, in cui si intrecciano situazioni di precarietà familiare o di indigenza con povertà culturali e relazionali sempre più diffuse, derivanti da ragioni sociali e ambientali, forse ancor più difficili da contrastare. Su questo sarebbe interessante interrogarci e trovare le forme per reagire, perché quegli oltre due milioni di ragazzi, in prevalenza maschi, che pur non lavorando hanno deciso di smettere di studiare pongono questioni a cui non possiamo non tentare di dare risposte.

Se si rilevano difficoltà di scrittura nei giovani (leggi anche quanto scritto da Paolo Mottana e Antonio Brusa, ndr) – e anche tra chi ambisce andare ad insegnare – forse dovremmo domandarci se abbiano mai avuto la possibilità, nei tredici anni di scuola e cinque di università, di trascorrere dieci giornate di intenso corpo a corpo con la lingua e il senso della scrittura, come quelle proposte ai suoi ragazzi da Lorenzo Milani per scrivere una lettera. Se la scuola non è mai riuscita in Italia ad essere incubatrice di vocazioni, coma auspicava Piero Calamandrei, ciascuno di noi dovrebbe porsi qualche domanda spietata e provare a fare la sua parte, accademici compresi.

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Articolo pubblicato anche nell’inserto culturale domenicale de Il Sole 24 ore del 5 marzo 2017.

* Maestro, tra i fondatori Cenci Casa-Laboratorio, straordinario punto di riferimento per scuole, insegnanti ed educatori. Il suo ultimo libro è I bambini pensano grande (Sellerio). Ha aderito alla campagna Facciamo Comune insieme. Giovedì 27 aprile, la redazione di Comune incontra a Roma Franco Lorenzoni insieme all’associazione Genitori Di Donato (ore 19,30, via Nino Bixio 83).

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