Che cos’è il lavoro oggi?

Isolare i lavoratori, moltiplicare i lavori precari, evitare occasioni per pensare, continuare a mettere al centro il lavoro e il profitto, svuotare di senso parole e diritti… L’aggressione alla vita delle persone comuni – a cominciare da migranti, donne e precari – non si arresta. Abbiamo bisogno di inventare occasioni per far incontrare le persone, per condividere, per ragionare (a cominciare dal reddito di cittadinanza), per reinventare un vocabolario comune, per dimostrare che possiamo riprenderci il nostro tempo qui e ora (bastano luoghi sociali, qualche film, alcuni buoni libri…). Works, due giorni (3 e 4 marzo) di incontri a Pisa

“L’istituzione della politica coincide con l’istituzione della lotta di classe. La lotta di classe non è il motore segreto della politica, o la verità nascosta dietro le sue apparenze. È la politica stessa”

(Jacques Rancière, Il disaccordo, Meltemi, 2007, p. 38)

di Francesco Biagi e Danilo Soscia

C’era una volta il lavoro. Ora non c’è più. La scomparsa più o meno improvvisa del lavoro non è un evento che riguarda solo la mancanza di impiego, la difficoltà di trovare una collocazione, un ruolo nel mondo delle attività lavorative. La scomparsa del lavoro incide in prima battuta sulla percezione che l’individuo ha di sé. Se al lavoro si assimilano diritti, uno stato sociale, un complesso di garanzie, allora vorrà dire che nella percezione della propria individualità vi sarà anche tutto questo. Al contrario, se lavorare equivale a essere sfruttati, non vedere riconosciuti i propri diritti, non godere di uno stato sociale degno di tale nome, allora tutto questo corrisponderà semplicemente a non esistere. Affermare il proprio diritto al lavoro, significa affermare il proprio diritto all’esistenza. Siamo stati abituati dalla cronaca di questi lunghi anni di crisi a una sequela di esplicite aggressioni alle lavoratrici e ai lavoratori d’Italia, d’Europa, del mondo intero. La nostra quotidianità lavorativa è figlia di un vero e proprio saccheggio, e la troppa vicinanza al corso degli eventi a volte offusca il quadro d’insieme.

Parlare oggi di lavoro significa sollevare la polvere che si è sedimentata a terra. Sollevarne un’intera nube. E in questa ricompaiono in controluce le parole chiave che definiscono una galassia di senso perduto: diritti, sfruttamento, asilo, occupazione, sciopero, classe, ricatto, migranti, cittadinanza, genere, reddito, conflitto, welfare… Sarebbero centinaia, ma ne bastano alcune perché il quadro possa ricomporsi di nuovo, più chiaro di sempre. Ricomporre il quadro, definire un vocabolario comune, studiare i problemi nella loro proiezione plurale: sono alcuni degli obiettivi di WORKS (venerdì 3 e sabato 4 marzo, a Pisa, presso il Polo Carmignani), un momento di dibattito e di confronto, uno spazio di analisi, riflessione e progettualità, per mettere a fuoco i problemi, condividere esperienze e vertenze, ma anche un momento di elaborazione attraverso cui dotarsi di nuovi strumenti di attivazione collettiva.

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Un appuntamento dedicato al prisma delle vertenze strutturali che investono oggi il mondo del lavoro. Il lavoro mobile e migrante, caratterizzato dallo sfruttamento, dalla privazione delle libertà fondamentali, dalle dislocazioni coatte della forza-lavoro; il lavoro precario, ormai istituzionalizzato dal Jobs Act, sottopagato e malpagato, in nero, volontario e gratuito, trasformato dalla digitalizzazione e dall’automazione; il lavoro femminile, produttivo, salariato, riproduttivo, di cura, a domicilio, ancora vessato dal dumping salariale, dalla mancanza di riconoscimento e dalle discriminazioni di genere.

Il lavoro migrante è il vero laboratorio dello sfruttamento di domani. L’alibi della perpetua emergenza, della scarsità e inefficacia delle politiche di integrazione, è il fondamento di una condizione dal sapore ottocentesco di una forza lavoro priva di diritti, in balia della rapacità delle organizzazioni criminali. Le limitazioni alla mobilità dei migranti sono apertamente funzionali allo sfruttamento della forza lavoro che essi rappresentano, indotta a cedere al ricatto di occupazioni malpagate, vessatorie e senza alcuna prospettiva. La negazione di una simile libertà rappresenta una evidente inibizione verso gli organismi di rappresentanza di una classe di lavoratori dai contorni nuovi.

È salito alle cronache un dibattito inaccettabile sulla presenza dei richiedenti asilo nel nostro Paese, ad essi si sta progettando di far eseguire i cosiddetti “lavori socialmente utili”,[1] un concetto che riguarda la commutazione di una pena, infatti i “lavori socialmente utili” sono predisposti dal nostro ordinamento per coloro i quali hanno commesso dei reati, e la loro pena viene estinta per mezzo del lavoro di pubblica utilità, anziché essere rinchiusi nelle patrie galere. Da un lato si tenta di mettere a valore senza costi la manodopera migrante, dall’altro si persevera nell’equazione fra “migrazione” e “reato”. Una simile situazione è oggettivamente subalterna all’immaginario mediatico diffuso dalla Lega Nord di Salvini e dalla destra: il migrante è un nullafacente, un peso, un’alterità inaccettabile e inaccoglibile; se proprio vuole rimanere in Italia deve spezzarsi la schiena e lavorare come uno schiavo. Nuovi rigurgiti colonialisti all’interno della Fortezza Europa sono assimilati da tutto l’arco politico e dalla società per mezzo dell’egemonia culturale esercitato dalla galassia populista di destra.

L’odierno lavoro femminile è la risultante di una visione discriminatoria della società. La decostruzione ossessiva dello stato sociale pretende a gran voce che le donne siano respinte dal mondo del lavoro, perché portatrici di una diversità inammissibile per i canoni della produzione contemporanea. Riflettere sugli aspetti peculiari di una simile condizione, significa osservare il problema da una necessaria prospettiva di genere, poiché l’espulsione delle donne dal mondo del lavoro avviene per mandato di una feroce egemonia maschile. Questioni nodali che rimandano direttamente allo sciopero globale delle donne proclamato per l’intera giornata dell’8 marzo 2017.

Il lavoro precario è la foce comune delle molteplici declinazioni assunte dallo sfruttamento. Il termine stesso di ‘precariato’ contiene in sé un limite genetico. Ciò che doveva definire una condizione inammissibile, è diventato con il tempo la definizione di una categoria del quotidiano, smarrita ormai l’impronta di indignazione che l’aveva coniata. Una politica comune del lavoro chiede a gran voce parole e pratiche nuove. Il “lavoro” per come lo abbiamo conosciuto nel ‘900 non esiste più, sia chiaro: non ci anima nessuna nostalgia “lavorista”, tuttavia è doveroso dirlo per mettere in evidenza come oggi ormai tutto il lavoro sia precario, frammentato, parcellizzato. Il vero degrado della nostra società è proprio il lavoro, la forma di vita precaria ormai coincide con il lavoro stesso, è un’attività che non permette una sopravvivenza decente, che sfibra le nostre esistenze e distrugge le nostre relazioni e i nostri rapporti umani quotidiani. Siamo diventati tutti e tutte un grande esercito di riserva ad uso e consumo dell’ordine liberista. La forma di vita precaria è una tecnologia di potere che ci imprigiona, ci limita e ci tiene al guinzaglio di una vita che non vogliamo, di una vita che detestiamo seppur costretti, poiché privi di altra scelta. Ci hanno reso ricattabili a qualsiasi cosa, subalterni e invisibili: a questo mira il ministro Giuliano Poletti, il quale occupa spesso i media per derubricare tante attività lavorative a una operosità che non necessita di tutele in quanto priva di una presunta autentica identità.

Un’autentica inversione di rotta sarebbe quella di applicare nel nostro Paese il reddito di base come diritto universale di esistenza e sviluppo dell’autonomia della persona, in questo modo saremmo protetti dal dover accettare sempre qualsiasi briciola di posticino di lavoro. Un reddito di base per tutti e tutte, che ci permetta un’esistenza dignitosa e di scegliere autonomamente il lavoro che vorremo fare.

Tre orizzonti di indagine che verranno vagliati nello specifico nel corso di WORKS attraverso tre dibattiti a tema, con il supporto di due workshop aperti, dedicati al Jobs Act (paradigma che attualmente racchiude l’indirizzo più esplicito sul mondo del precariato) e a una vertenza specifica del territorio pisano, ovvero quella del distretto conciario di Santa Croce: entrambi hanno l’ambizione di raccogliere e mettere a confronto esperienze e vertenze del territorio. I due giorni di incontri saranno incorniciati dalla proiezione del film vincitore di Cannes 2016, ‘Io, Daniel Blake’ del maestro Ken Loach. Durante i lavori del convegno sarà allestita una mostra dal titolo “Fragole Amare” con immagini realizzate nel luglio del 2009 nei campi della campagna di Parete (CE) in cui lavorano per la maggior parte migranti, e una mostra di libri sulla storia del movimento operaio curata dalla Biblioteca F. Serantini.

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Per tutte le informazioni su www.rebeldia.net o https://www.facebook.com/events/1173982976055728/
[1]  http://www.meltingpot.org/Lavori-sociali-gratuiti-in-cambio-di-accoglienza.html#.WLQfJRI19ol

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