Comunità, spacciatori e falafel

Quando si vive vicini, si crescono bambini e bambine insieme, ci si scambia il cibo e si ama il luogo nel quale si vive, stereotipi e pregiudizi vacillano. Tuttavia, ci sono diversi tipi di rapporti comunitari, occorre approfondire: alcuni rapporti non rendono un luogo migliore. Una donna migrante, una città vetrina, una comunità territoriale che scopre i grandi limiti delle istituzioni: una storia davvero illuminante

Tratta da worldurbancampaign.org

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di Miguel Martinez*

L’altro giorno, Warda ha preparato i falafel per quasi tutti. E quelli che non li hanno potuti assaggiare, sono rimasti male, a sentire l’entusiasmo di chi li aveva assaggiati.

Warda è una signora egiziana, alta e con quello sguardo e quel sorriso fiero, così raro in Italia ma che ho visto tante volte in Egitto, tra le muhajjabaat, le donne con hijab. Il marito si fa vedere quando può, ma ha un impegnativo lavoro in pizzeria.

La cosa curiosa è che la nostra egiziana con il hijab non conosce quasi una parola d’italiano, eppure comunica con tutti; le frequentatrici del giardino restano tutte in qualche modo affascinate – il carisma non ha bisogno di parole. E infatti, la vedi seduta sulla panchina con la sua migliore amica, una mamma Sikh indiana che parla solo panjabi.

I falafel? Sono gustose polpette di legumi speziate e fritte.

Warda ha due figli, uno più grande che è un esempio di gentilezza e cortesia, e uno più giovane, che all’inizio era piuttosto litigioso, ma ha scoperto una disciplina e un ruolo per sé nella nostra scuola di calcio autogestita (e c’è anche il figliolo Sikh, con la cuffia in testa che un giorno diventerà turbante e intriga tutti).

Insomma, quando si vive vicini, si allevano i figlioli insieme, ci si scambia il cibo e si ama il luogo in cui si vive, non esiste nemmeno il seme di tutte quelle cose che ossessionano le metropoli dei nostri tempi.

In questi giorni, però si sono moltiplicati gli spacciatori nel quartiere. È un gruppo di giovani maschi che non mantiene per niente un profilo basso. Stanno sempre insieme, sbraitano tra di loro in arabo, non saprei se marocchino o tunisino. A differenza degli antirazzisti di professione, non credo che l’origine etnica sia irrilevante: la lingua diversa permette di comunicare liberamente, e ci saranno  legami di sangue o comunque di luogo di provenienza, che giocano un ruolo decisivo.

Riflettiamoci: sono i rapporti comunitari che fanno sì che Warda e tutta la sua famiglia siano dei “nostri”, esattamente come sono rapporti comunitari di altro tipo che fanno sì che quei maschi senza famiglia siano i “nemici.

Premetto che alcuni dei miei migliori amici (come si dice) sono ex-spacciatori tunisini che hanno fatto anni di galera, e se dico che qualcuno è nemico, non implica alcun giudizio morale. E trovo anche divertente la battuta con cui hanno risposto a una mamma che li invitava a cambiare quartiere, dicendo, “noi siamo turisti tedeschi!“.

Ma è un po’ una scelta loro: in una piazza vicina, hanno iniziato a sfottere le famiglie che ci portavano i bambini a giocare. Niente di violento, però sono cose che la gente poi si porta dentro, cogliendo quanto siamo soli: dopo aver scoperto che Babbo Natale non esiste, tocca scoprire che non esistono nemmeno le istituzioni con cui hanno allietato e ingannato la nostra infanzia.

Ovviamente, se quei ragazzotti sono arrivati qui, è perché trovano clienti; e trovano clienti perché esiste la sciagurata ideologia/urbanistica secondo cui il centro storico dovrebbe essere (ecco la parolina magica) vibrante. Vibrante di imbecilli autoctoni e/o americani a caccia di cocaina alle due di notte.

Due poliziotti si sfogano con me, e mi sembra giusto riportare le loro parole, senza giudizi e senza dire nomi, se no li stroncano anche a loro.

“L’altro giorno ho fermato uno di questi… aveva in tasca seicento euro, abbiamo dovuto correre a identificarlo, perché se lo tenevamo per un minuto in più, il magistrato ci avrebbe accusati di sequestro di persona… due giorni dopo, lo stesso ragazzo lo ferma lui e lo troviamo con 3.000 euro in tasca. Niente, non si possono sequestrare, perché il magistrato dice che forse il ragazzo lavora in nero, libero di nuovo.

Capisci adesso perché non gliene importa niente di noi, e perché non possiamo poi fare niente? Se non sentissimo che è una missione, ci saremmo arresi da tanto tempo, anche se ormai non serve a niente.

Avete fatto bene a organizzarvi da soli qui, con i camorristi chiudono sempre l’occhio, non contate mai sulle istituzioni che con loro chi ha potere vince sempre, fate da voi che è meglio!”.

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* Miguel Martínez è nato a Città del Messico, è cresciuto in giro per l’Europa e soprattutto in Italia, laureato in lingue orientali (arabo e persiano), di mestiere traduttore, vive a Firenze. Questo il suo mai banale blog.

 

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