Chi vuole la città degli sgomberi?

Molti a Roma, e soprattutto fuori, si chiedono cosa è accaduto dopo la nota delibera 140 del 2015 che per decine di spazi sociali significa sgombero. Con la nuova giunta, fa sapere la rete Decide Roma, “non si è messa in atto, né tanto meno ipotizzata, nessuna misura in grado di sospendere concretamente gli sgomberi”. Insomma c’è chi cerca di consegnare una città al tempo stesso ferita e ricca di esperienze sociali – che in questi anni, tra inevitabili limiti e contraddizioni, non solo hanno salvaguardato il patrimonio comunale dall’abbandono ma ne hanno in primo luogo garantito un utilizzo comune e di utilità sociale – nelle mani della Procura di Roma e della Corte dei Conti

di Decide Roma

Dopo un lungo black out di dibattito sul tema – l’ultimo, l’unico, atto pubblico del consiglio in materia risale probabilmente al 9 agosto 2016 – stamattina la Commissione consiliare controllo, garanzia e trasparenza del Comune di Roma si è convocata per discutere i problemi relativi all’applicazione della famigerata delibera 140.

Il dato che emerge è abbastanza preoccupante: nello stallo dell’attuale giunta, così come del consiglio comunale, rispetto ad un’emergenza ormai acclarata da almeno un anno, non si è messa in atto, né tanto meno ipotizzata, nessuna misura in grado di sospendere concretamente gli sgomberi e sanare gli effetti di un’annosa mala gestione tutta a discapito di chi ha subito quel sistema. Il Dipartimento patrimonio continua a inviare lettere di sgombero e messa in mora a associazioni e spazi autogestiti, a quelle realtà, cioè, che di fatto hanno salvaguardato il patrimonio comunale dall’abbandono e ne hanno garantito un utilizzo autenticamente comune e di utilità sociale.

Il dipartimento procede, dunque, su esclusivo impulso della Procura di Roma e della Corte dei Conti – sono gli stessi dirigenti a dirlo – che, così come l’Oref (un organo tecnico, non politico, è bene ricordarlo) stanno di fatto orientando e definendo le politiche cittadine in fatto di bilancio, gestione del patrimonio pubblico, cultura, servizi, sociale…

Apprendiamo quindi di liste trasmesse ai municipi e definite con la prefettura di spazi a rischio sgombero. Così come apprendiamo che il ricatto a cui le lettere sottopongono le associazioni hanno già prodotto la cessazione di attività e la riconsegna di vari spazi della città. Ciò che si sta producendo è quindi già un danno per la città che è il momento di fermare.

Apprendiamo inoltre che si sta scrivendo un nuovo regolamento delle concessioni, su quali presupposti e orientamento politico non è dato sapere. Deduciamo che verrà impostato sull’applicazione di norme e procedure in perfetta obbedienza con una logica della legalità cieca e sorda che non individua nessun criterio politico se non l’azzeramento di quel protagonismo civico e sociale che da anni caratterizza Roma. È significativo, in questo senso, che per quanto riguarda l’effettiva partecipazione dei cittadini, ossia di quell’ampio spettro di realtà associative e autogestite che vivono sotto il ricatto dello sgombero e del recupero coatto di presunte morosità, le proposte avanzate sono vuote di efficacia e tutte a posteriori rispetto al processo di scrittura del nuovo regolamento. Non tengono assolutamente in considerazione la specificità romana e la sperimentazione dei beni comuni urbani, temi su cui la giunta Raggi si è più volte confrontata in partecipatissime assemblee di autogoverno convocate da Decide Roma.

L’ossessione legalitaria della giunta, oltre a scontrarsi con l’amara realtà delle inchieste giudiziarie a suo carico, dovrebbe finalmente misurarsi con una realtà più complessa, non traducibile in procedure e oggettività. La capacità creativa, sociale e politica di cui Roma è ricchissima e che l’ha fatta resistere e reagire a un sistema criminoso, di certo la vedrà far fronte anche alla sostanziale prosecuzione del commissariamento che la giunta Raggi sta mettendo in atto.

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  1. Chi vuole la città degli sgomberi? | SinistraxRoma - 3 febbraio 2017

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