Come si dice jobs act in veneziano?

Il patron di Umana, principale società italiana di somministrazione di lavoro interinale, nonché sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, ha cominciato la sua “rivoluzione”. Sopravanzando il processo di esternalizzazione dei servizi pubblici, prepara il terreno per una più ampia e diffusa “privatizzazione” dello stesso lavoro nel pubblico, applicando i principi ispiratori del lavoro precarizzato e flessibile che hanno animato il jobs act

Il Palazzo comunale di Venezia

di Eliana Caramelli, Cobas pubblico impiego

Entrare nell’atrio del palazzo comunale di Ca’ Farsetti a Rialto dà subito la percezione che qualcosa sia cambiato dopo l’insediamento della giunta Brugnaro nel maggio 2015. Regna un silenzio di tomba, tutto è asettico e stranamente “ordinato”. È sparita la grande bacheca dove non solo le organizzazioni sindacali lasciavano i loro comunicati, ma anche le associazioni del territorio e gli uffici stessi del Comune pubblicizzavano le loro iniziative di interesse pubblico. Perché Ca’ Farsetti era la Casa comunale, la Casa di tutti e tutte. E c’era sempre un gran viavai. Ora, soprattutto in occasione dei consigli comunali, è sempre ben presidiato dalla polizia municipale, l’unico settore del Comune che, con il nuovo Piano occupazionale vedrà un aumento di organico. Gli addetti alla “sicurezza”, non solo sono stati costretti ad armarsi, nonostante il tentativo di obiezione di coscienza di molti operatori, ma, secondo il nuovo Regolamento della Polizia municipale, dovranno essere ben selezionati, seguendo standard fisici e prestazionali rispondenti allo stereotipo dei migliori film polizieschi.

La rivoluzione voluta dal sindaco Luigi Brugnaro (noto al mondo anche per aver messo al bando, nel 2015, dalle biblioteche pubbliche alcuni libri di letteratura per l’infanzia che raccontano di famiglie non tradizionali, leggi anche La Pimpa censurata a Venezia, ndr) inizia proprio da qui. Da una parte fare passare l’idea che i problemi della città si possano risolvere con ordine, sicurezza e “lotta al degrado”; dall’altra che la causa principale dei malfunzionamenti dell’amministrazione siano causati dai dipendenti pubblici “fannulloni” e da una macchina amministrativa da cambiare. Cambiamenti certo necessari e auspicabili, ma in quale direzione? Il sindaco, patron di Umana, una delle più grandi società di lavoro interinale d’Italia, ha un’idea ben precisa del lavoro: deve essere de-professionalizzato, interscambiabile, flessibile, precario, ricattabile e a basso costo. E l’organizzazione interna deve prevedere una solida “catena di comando”, ovviamente in mano sua. È forse per questo che vede nei sindacati meno accondiscendenti un odioso ostacolo. Perché, nel bene e nel male, riescono ancora ad organizzare i lavoratori e le lavoratrici, a farli uscire dall’isolamento e a contestare il suo pensiero, che li vorrebbe succubi e in competizione tra loro. Un vero “paròn”. Ed è così che tratta i 3.000 dipendenti comunali, come se fossero tutti al servizio suo e non dei cittadini, adottando la leva del ricatto degli ordini di servizio, dei trasferimenti o dei demansionamenti alla dirigenza, o ad esempio legando l’erogazione di incentivi alla presentazione delle migliori “idee vincenti”, come se il lavoro e la professionalità fossero un gioco a premi.

Con il nuovo Piano di riorganizzazione dell’ente la rivoluzione è stata quasi totale: interi servizi sono stati azzerati (fra questi il Centro pace), altri fortemente depotenziati (come il Sistema del decentramento delle Municipalità), altri messi in stand by o in condizioni di non potere lavorare adeguatamente (come tutti i servizi sociali compresi quelli di base obbligatori per legge, come la tutela ai minori, l’assistenza agli anziani e alle persone con disabilità o l’erogazione dei contributi), altri ancora smontati pezzo pezzo (come la Direzione Ambiente o la Direzione Mobilità). Di conseguenza sono stati spostati uffici, personale e dirigenti, indipendentemente dalle competenze e dall’esperienza acquisita. Succede quindi che una dirigente del patrimonio finisca alle politiche sociali, una esperta di mobilità alla pubblica istruzione, un addetto alla politiche giovanili all’assistenza agli anziani, un’impiegata dell’anagrafe a fare la maestra d’infanzia per sostituire i precari degli asili nido. Ricollocazioni avvenute secondo una logica che non punta al miglioramento della qualità dei servizi e all’aumento dell’efficienza, ma sottende a una visione dell’Amministrazione comunale, e quindi dei suoi lavoratori, come mera erogatrice di un servizio informazioni generalista, espletamento di pratiche burocratiche e funzione di controllo e non anche come soggetto attuatore di politiche e strategie di tutela del territorio, di animatore della comunità, di pratiche di partecipazione, di promotore culturale, di progettualità per il miglioramento della qualità della vita dei cittadini.

Viene da sé che la riduzione e lo spostamento, a volte coatto, del personale sta creando problemi e disservizi tali da indurre facilmente il cittadino a ricorrere all’alternativa “privata” (caso emblematico gli asili comunali).

Per giustificare, o mascherare, il processo di depauperamento dei servizi pubblici, è venuto facile al sindaco cavalcare la campagna denigratoria del lavoro pubblico, di brunettiana memoria, attuata a livello nazionale. Sapendo su questo di fare presa sui cittadini, è proprio con i dipendenti che si è accanito, senza risparmiare frustrazioni e pubbliche umiliazioni. A partire dai soggetti più deboli, i 119 precari tutti lasciati a casa alla scadenza del contratto a dicembre 2016 (assistenti sociali, maestre di asilo nido e materna, addetti agli sportelli anagrafe e protocollo, amministrativi e tecnici di vari uffici), senza curarsi né dei servizi lasciati sguarniti né del loro destino. Un cinismo cui il sindaco è avvezzo, visto che è proprio sullo sfruttamento del lavoro che ha fatto la sua fortuna di imprenditore.

Intanto si legge sul sito di Umana, con il motto “l’affidabilità del privato nella PA”, di una nuova “area specialistica” dedicata alle amministrazione pubbliche, che offre “soluzioni flessibili in grado di rispondere ad una ampia gamma di esigenze: dalla somministrazione di lavoro a tempo determinato alla formazione e aggiornamento professionale delle risorse interne, dalla gestione dei progetti, alle pratiche di procedure di gara”, tutto ovviamente “in coerenza con i principi di contenimento dei costi del pubblico impiego”. Nuovo lavoro precario in arrivo, dunque, ma stavolta un esercito silente e ubbidiente, direttamente arruolato dalla ditta del sindaco.

Oltre la progressiva privatizzazione dei servizi pubblici, ora è il sistema dei servizi esternalizzati che si appropria del potere esternalizzatore. Non il lavoro “per la” pubblica amministrazione ma direttamente “nella” pubblica amministrazione. È forse questa la nuova gallina dalle uova d’oro che ha affinato il naso dell’imprenditore Brugnaro?

Dopo il sistema corruttivo del Mose (leggi anche L’origine di Paolo Cacciari, ndr), è ancora Venezia a precorrere tutti i tempi, sperimentando la nuova frontiera della demolizione del sistema pubblico e dell’abbattimento dell’ultimo baluardo che aveva finora protetto il pubblico impiego dalla logica della assoluta precarietà e ricattabilità che ha animato il jobs act. Un modello, quello di Venezia, che può diventare un pericoloso precedente, con buona pace non solo dei lavoratori, ma anche dei cittadini che dovranno per sempre rinunciare a un servizio pubblico gratuito e di qualità, per tutti e tutte.

 

 

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