Il rumore di fondo nei voti

Liberare il nostro immaginario dall’ansia produttivistica e dalla dittatura dei numeri che condizionano la vita di ogni giorno e il nostro modo di costruire relazioni, è un esercizio complicato. Abbiamo bisogno di diffidare dell’ossessione delle verifiche, a cominciare dall’apprendimento. Come negarlo? Fin dalla scuola primaria il voto separa i bambini gli uni dagli altri, li divide in bravi e meno bravi e li contrappone in un’insopportabile gara. È la scuola dell’individualismo, della competizione, della quantificazione (il termine chiave resta probabilmente accumulo). “Le difficoltà e le conquiste, i percorsi, il meglio di ognuno, gli sforzi, le fatiche, le scoperte, le conoscenze acquisite, quelle in bilico, quelle mancate, tutto scompare nella brutalità dei voti altamente lesivi della dignità di chi sbaglia, di chi non sa – scrive Rosaria Gasparro – Che costruiscono classifiche arbitrarie di valore tra esseri umani in formazione. Che rendono forti chi già lo è… Da maestra ho preferito l’incontro, il desiderio, il piacere di costruire insieme la conoscenza… Ho investito nel tempo …”.

di Rosaria Gasparro*

Ero in quarta elementare. Ero in collegio da pochi giorni, dopo avere perso mio padre. La maestra faceva il dettato. Io non la capivo, le sue parole suonavano lontane e confuse, non superavano il rumore che mi portavo dentro, come il rombo di un aereo che non decolla. Scrivevo ciò che mi arrivava e non alzavo la mano per chiedere di ripetere. La ascoltavo a singhiozzo. Ero altrove e mi chiedevo se ce l’avrei fatta in quel non luogo estraneo e freddo. Cinque fu il voto. Fu il primo cinque della mia vita. La maestra non disse niente, non mi chiese niente. Penso che non sapesse nemmeno il mio nome. Fino ad allora, nella scuola che avevo lasciato, ero stata tra le prime della classe. Sarei tornata ad esserlo?

Da maestra ho sempre pensato al rumore di fondo che ogni bambino si porta con sé. L’ho tenuto in grande conto, esplorandone la poesia e il dolore. Il disagio, lo spaesamento, quel sentirsi a volte soli, sperduti. Ho imparato che bisognava attraversare quella barriera del suono/sono, quella pressione che ronza nelle orecchie, che a volte è visibile, si fa balbuzie, rifiuto, rabbia, isolamento, altre volte si nasconde nel silenzio degli insicuri, in quelli che “scaldano le sedie e guardano le mosche”.

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Da maestra ho visto come si può aumentare quel rumore di fondo, quando non si sa e non si vuole sapere delle storie che brulicano sotto i nostri occhi. Quando non sappiamo niente delle “cipolle” che entrano in classe di cui parla Daniel Pennac, degli

“svariati strati di magone, paura, preoccupazione, rancore, rabbia, desideri insoddisfatti, rinunce furibonde, indifferenze… guardateli, ecco che arrivano, il corpo in divenire e la famiglia nello zaino”.

Quando l’unico sguardo che abbiamo è quello giudicante, tutto curvato nell’astigmatismo della valutazione dei numeri e delle performance, nella somma ingiustificata di parti che non daranno mai un intero, che appartengono a universi differenti, l’intimo e il personale che interferiscono nelle scelte multiple, nell’unica narrazione ormai possibile delle competenze e dei curriculi. Le difficoltà e le conquiste, i percorsi, il meglio di ognuno, gli sforzi, le fatiche, le scoperte, le conoscenze acquisite, quelle in bilico, quelle mancate, tutto scompare nella brutalità dei voti altamente lesivi della dignità di chi sbaglia, di chi non sa. Che costruiscono classifiche arbitrarie di valore tra esseri umani in formazione. Che rendono forti chi già lo è. La qualità di chi può a cui si rende inutile merito mentre il problema resta la qualità di chi non ce la fa a sostenere il ritmo sempre più sincopato di lezioni, interrogazioni e verifiche e scivola nel basso delle graduatorie e della stima di sé. Il problema è come fare degli uni e degli altri una comunità di intenti e di affetti, solidale. I voti sono la rimozione per legge di ogni consapevolezza, che ignora volutamente la complessità degli elementi in gioco. Sono lo snaturamento della relazione educativa in cui ci si regola, ci si osserva e ci si valuta insieme. Addomesticano la relazione rendendola servile e funzionale ad una rendicontazione esterna con l’ossessione della misurazione. Con il loro confine netto e velleitario bullizzano le dinamiche affettive e relazionali, creano invidie e svalutazioni, ansie per il successo e senso di inferiorità. Sono nella loro banalità una sentenza sulla persona. Tutti i processi innovativi e di inclusione, di democrazia e partecipazione, tutta la cittadinanza dell’oggi e del domani, tutta la possibilità di miglioramento, di scoperta di sé, delle proprie risorse, del piacere di studiare fine a se stesso e non corrotto dal giudizio esterno, la collaborazione reciproca, tutto degradato dalla competizione del dieci e lode.

Da maestra ho imparato a diffidare delle verifiche, ho contestato i voti alla scuola primaria, li considero un’aberrazione, ogni voto un vuoto a perdere. Il potere dei numeri che prendono il posto delle parole. Da maestra ho preferito l’incontro, il desiderio, il piacere di costruire insieme la conoscenza facendomi portare per mano in tutte le zone prossimali di sviluppo. Ho investito nel tempo, nell’indicativo presente in cui collocarsi con fiducia e pazienza quando la campanella suona. Ogni momento da cogliere, da osservare, con l’umiltà della ricerca in un andirivieni della relazione in cui ci si dà reciproco valore. La dimensione ontologica del noi, un accompagnarsi per imparare a vivere, senza paura di valere zero. Perché non è con i numeri che ci si conosce.

D’altronde come dice Antoine de Saint- Exupéry ne Il piccolo principe:

«Agli adulti piacciono i numeri. Quando raccontate loro di un nuovo amico, non vi chiedono mai le cose importanti. Non vi dicono: “Com’è il suono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti? Fa collezione di farfalle?” Le loro domande sono: “Quanti anni ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre?” Solo allora pensano di conoscerlo».

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* Ha aderito alla campagna Facciamo Comune insieme

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5 Risposte a “Il rumore di fondo nei voti”

  1. 4 febbraio 2017 at 03:02 #

    Quando incontri una collega che la pensa ed opera esattamente come te non puoi non condividerla!
    Ci sono docenti che misurano la loro professionalità sulla “giustezza” di un mezzo voto in più o in meno… Ci sono docenti a cui il voto dato ad un alunno è misura della propria capacità d’insegnare. Il voto è l’invenzione di una scuola nata per giudicare l’apparenza, per dividere, per creare elite e non di una scuola creata per aiutare un bimbo a divenire se stesso, a sostenerne la volontà, la curiosità, la gioia di fare e di apprendere.

  2. Teresa
    11 febbraio 2017 at 20:49 #

    Leggervi è commovente. Spero che tutti i bambini del mondo possano incontrare maestre come voi!!!

  3. 14 febbraio 2017 at 18:08 #

    Noi abbiamo fatto una scelta diversa quella del homeschooling, forse più radicale ma condivisibile con la scelta che abbiamo fatto della nostra vita, vivere in un ecovillaggio; che vuol dire riprendere completamente possesso della propria vita, tempo ed energia convogliata nella possibilità e occasione creata nel voler scoprire i nostri talenti!!!
    Questa è la nostra scelta e non potevamo che fare la stessa cosa con i nostri figli nell’ottica che possano crescere esprimendo e conoscendo il meglio se stessi.
    http://www.tempodivivere.it/la-scuola-non-e-un-obbligo.html

  4. M.Rosaria
    16 febbraio 2017 at 08:31 #

    Brava, sono pienamente d ‘accordo: il sistema dei numeri è aberrante e spersonalizzante, distorce la voglia del bambino di imparare e conoscere, sarebbe bellissima invece una scuola senza numeri e giudizi ma fatta di relazione e scambio di esperienze che formi persone vere capaci a loro di ascoltare.

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